29 aprile 2011

“Mi siederei ancora con Ciancimino”


Non è stato semplice trovare Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. “Sa – quasi si scusa lui con una mail -. Io lavoro molto e non rispondo al cellulare. Cosa desiderava?”. Un’intervista via mail, magari. “Sono d’accordo”. D’accordo.

Salvatore Borsellino, lei disse pressapoco: non importa chi sia lo strumento della verità, basta che si trovi la verità. Si riferiva a Massimo Ciancimino. Qual è il suo giudizio sui recenti fatti che l’hanno coinvolto?
“Quando decisi di incontrare Massimo Ciancimino, e fu una mia libera scelta non sollecitata da nessuno e tantomeno da lui, che anzi ne rimase sorpreso, lo feci per poterlo guardare negli occhi e cercare di capire quali fossero i motivi che lo avevano spinto a parlare e quale contributo mi potessi aspettare sulla strada della verità sulle stragi dalle sue dichiarazioni. Mi disse, e allora mi sembrò sincero, che aveva preso questa decisione per fare sì che il suo cognome, Ciancimino, non dovesse pesare a suo figlio tanto quanto era pesato a lui. Dopo avergli parlato mi resi però conto che a me, sulla strada della verità, non doveva interessare il perché Massimo Ciancimino parlasse, non ero io a dovere valutare la veridicità delle sue dichiarazioni, dovevano essere magistrati come Antonio Ingroia, come Nino di Matteo, come Sergio Lari a valutarle, a cercare i necessari e indispensabili riscontri, a verificare l’autenticità dei documenti consegnati, seguendo l’esempio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che del rigore sull’utilizzo dei collaboratori di Giustizia hanno mostrato a tutti la strada. In questi magistrati che stanno cercando di dissipare il pesante velo nero che finora ha coperto i veri responsabili e i veri motivi della stragi di Capaci e e soprattutto di via D’Amelio io ho una grandissima fiducia e su di loro poggio la mia speranza di arrivare a conoscere la verità.
Per quanto riguarda Ciancimino quello che è davvero importante è il fatto che, grazie a quello che è venuto alla luce dalle sue dichiarazioni, diversi rappresentanti delle istituzioni hanno improvvisamente cominciato a parlare dopo lustri di silenzio, che i loro ricordi siano improvvisamente riaffiorati.
Ma credo che mentre possa essere ammissibile che il figlio di un mafioso come Vito Ciancimino taccia per venti anni non è ammissibile che altrettanto facciano dei rappresentanti, e di quale livello, delle istituzioni. Questo credo sia il punto fondamentale davanti al quale ha poca importanza quale possa essere il mio giudizio sui recenti affari che hanno coinvolto Massimo Ciancimino. Queste ultime sono cose che riguardano i magistrati che su di lui stanno indagando e che si sono comportati come io mi aspettavo che si comportassero, facendo verificare accuratamente la validità dei documenti consegnati e traendone le necessarie conseguenze quando una parte, ripeto una parte, di uno, ripeto di uno, di questi documenti è risultata falsificata. Se poi sia stato Massimo Ciancimino a falsificarlo o se c’è dietro a tutto questo qualche ‘entità’, dello stesso tipo di quella che mise in gioco il falso pentito Scarantino, la quale tende a mescolare vero e falso in maniera che si possa dire che tutto sia falso, io aspetto che siano questi magistrati a dirmelo”.

Pensa che Massimo Ciancimino sia ancora una voce attendibile?
“Mi rifaccio a quanto detto sopra, ritengo che tanti, credo la maggior parte, dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino siano autentici e che i magistrati dovranno valutare quali lo sono e possono essere prodotti come prove processuali, quali non sono riscontrabili e quindi non utilizzabili e quali siano stati falsificati e soprattutto chi li ha falsificati e perché. Ricordiamo che alcuni di questi documenti sono rimasti per anni a giacere anche negli archivi delle procure, di qualcuno sono spariti o sono fatti sparire dei pezzi, che non sono stati presi in considerazione da chi avrebbe potuto farlo e che chiunque interessato a farlo avrebbe, in questo lasso di tempo, potuto alterarli o farli sparire. Perché non si ricercano e si processano i responsabili almeno di queste omissioni? In ogni caso sono i magistrati ai quali prima ho fatto riferimento che dovranno, e lo stanno facendo nella maniera migliore, valutare l’attendibilità di questo testimone”.

Come valuta la polemica in corso tra la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta?
“Penso che la diversità di vedute su alcuni punti tra procure che indagano su reati diversi avvalendosi in alcuni casi degli stessi testimoni sia fisiologica e non debba essere amplificata, così come viene fatta, dai media e dagli organi di stampa, sempre pronti a parlare di palazzi dei veleni, di guerra tra procure e iperboli e mistificazioni di questo tipo. Per mesi abbiamo sentito parlare di guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro quando invece si trattava di una procura (Salerno) che legittimamente indagava su eventuali reati che fossero stati commessi all’interno o nei confronti di magistrati di un’altra procura (Catanzaro) sulla quale la prima aveva la giurisdizione.
Il fondato sospetto è che queste fisiologiche differenze di vedute vengano amplificate e montate ad arte nei confronti dell’opinione pubblica per avere il pretesto per sottrarre alla procura di Palermo l’indagine sulla trattativa, o meglio sulle trattative.
Si teme evidentemente che queste indagini siano andate troppo avanti, che troppe prove siano state già raccolte e a questo punto occorre fare qualsiasi cosa pur di fermarle. Lo Stato non può processare se stesso, diceva Sciascia, e le indagini si fermano o con le stragi o con le avocazioni”.

Come valuta i giudizi sferzanti della politica sul dottore Ingroia?
“Non si tratta di giudizi sferzanti, si tratta di una vera e propria aggressione, di tentativi palesi di delegittimazione, della macchina del fango che si è messa in moto e che cerca di stritolare un giudice onesto che è arrivato nell’anticamera della verità. In quell’anticamera c’è ancora una porta da varcare e ormai forse è troppo tardi per tentare di chiuderla e allora si cerca di stritolare il magistrato che sta per varcarne la soglia ed accompagnarci sulla via della Giustizia e della Verità. E già successo ad un altro magistrato. Si chiamava Paolo Borsellino”.

Pensa che il Pdl – come si scrive e si accusa da sinistra – stia approfittando dell’occasione per chiudere i conti con alcuni magistrati scomodi?
“Non si tratta di una occasione, si tratta di un pretesto, un pretesto che è bastato a scatenare una muta di cani rabbiosi ossequenti agli ordini e agli stimoli del capobranco. Le parole di Giuliano Ferrara dal pulpito che gli è stato fornito sono inqualificabili, ricordano quelle di Vittorio Sgarbi che dava dell’assassino a Caselli e insultava quotidianamente i magistrati. Ferrara sa benissimo che è una assurdità, peggio un’oscenità, invocare l’arresto per Ingroia. L’arresto per quale reato? Per essere un magistrato che non arretra davanti a dei pretesi intoccabili? Per volere rispettare uno dei principi fondamentali della Costituzione, che la legge sia eguale per tutti e che non esista una legge per i potenti e una legge per i deboli? La genesi di quanto sta accadendo oggi risale a qualche tempo fa, quando ancora si cominciava appena a parlare di Spatuzza e di Ciancimino e il presidente del Consiglio disse che c’erano delle procure che volevano riaprire le indagini su delle vecchie storie, che volevano spendere i soldi degli italiani per riaprire le indagini su delle storie ormai dimenticate. Le vecchie storie erano delle storie di stragi avvenute nel ‘92 e nel ‘93, di un magistrato e della sua scorta fatti a pezzi per potere procedere senza più ostacoli sulla tarda di una infame trattativa tra Stato e antistato. Perché il presidente del consiglio temeva la riapertura di quelle indagini? Perché i suoi scherani stanno cercando di serrare definitivamente quella porta socchiusa nell’anticamera della verità?”.

Starebbe ancora in un pubblico dibattito accanto a Massimo Ciancimino?
“Perché non dovrei sedermi di nuovo accanto a Massimo Ciancimino? Potrebbe essere l’occasione per chiedergli davanti a tutti, come ho sempre fatto, alcune cose, ad esempio se sapesse se quel documento era stato falsificato, perché continua a centellinare le sue dichiarazioni. Forse mi verrebbe più difficile sedermi accanto a Nicola Mancino. A lui ho fatto più di una volta delle domande. Ma non mi ha ancora risposto”.

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