19 aprile 2011

Semantica religiosa delle organizzazioni criminali



di Lorenzo Baldo - 16 aprile 2011

Palermo. Si è svolto questa mattina presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo l'incontro sulla semantica religiosa delle organizzazioni criminali.

Un evento organizzato dall'associazione studentesca Uni-ON con l'adesione del Dipartimento giovani Idv Sicilia, Unidonne, Voce al merito e Antimafia Duemila. Tema decisamente spinoso quello della posizione della Chiesa Cattolica di fronte a Cosa Nostra e alle organizzazioni criminali connesse. “Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi”, con questa citazione di Giovanni Falcone l'avvocato Antonio Cambria introduce i lavori accennando la questione della religiosità mafiosa. Di seguito è il professor Antonio Scaglione, preside della facoltà di Giurisprudenza, nonché figlio del giudice Pietro Scaglione ucciso dalla mafia nel 1971, ad approfondire come nel passato per determinati settori ecclesiastici la mafia non esistesse. Il prof. Scaglione ribadisce come non esistesse per lo stesso legislatore che la introdusse solamente dal 1965 in poi e cioè dopo la strage di Ciaculli avvenuta due anni prima. L'amarezza del prof. Scaglione per un simile ritardo attraversa tutto il suo intervento fino a fondersi nella speranza rivolta agli studenti della sua facoltà impegnati nello studio della legislazione antimafia, in tutta la sua evoluzione. La presidente dell'ass. Unidonne, Lucia Castellana, modera l'incontro insieme alla caporedattrice di Antimafia Duemila, Anna Petrozzi. Ed è la stessa Castellana che focalizza il suo primo intervento sulle contraddizioni della quotidianità di una terra come la Sicilia impregnata di quella religiosità spesso intrisa di atteggiamenti ambigui. Successivamente Anna Petrozzi riporta l'attenzione sulle citazioni bibliche di Bernardo Provenzano ritrovate nei suoi pizzini, veri e propri simboli derubati che appartengono a chiunque si definisca cristiano. La caporedattrice di Antimafia Duemila introduce successivamente l'autore del libro La Chiesa e la mafia. Viaggio dentro le sagrestie di Cosa Nostra, Vincenzo Ceruso, il quale inizia la sua puntale analisi partendo dalla nota definizione di “mafia” apparsa nel libro La mafia e l'omertà scritto nel 1870 dall'altrettanto celebre etnologo palermitano Giuseppe Pitrè. “Quasi impossibile da definire” scriveva Pitrè, per il quale la mafia
“non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti”. “Il mafioso – prosegue leggendo Ceruso – non è ladro, né malandrino; la mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della propria forza individuale, donde le insofferenze della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui”.
L'autore de La Chiesa e la mafia affronta il tema dell'incontro avvalendosi degli esempi di quei sacerdoti impegnati sul territorio, ecco che viene citato il prete di Ciaculli che definisce la mafia “un peccato come altri e basta!”. Ceruso ricorda un'intervista di Angelo Provenzano, figlio del boss di Cosa Nostra, che rispondendo alla domanda su cosa fosse la mafia aveva risposto di pensare ad “un atteggiamento mentale” e che la stessa mafia veniva “dopo la 'mafiosità'”; di fatto per il figlio del boss la mafia era “un magma fluido” che non aveva “contorni definiti”.

Di seguito lo scrittore affronta una delle questioni più delicate nell'universo mafioso, il pentimento mafioso nell'ottica di una religiosità distorta. E sono le parole dell'ex mafioso di San Cataldo, Leonardo Messina, divenuto collaboratore di giustizia e rilasciate in un'intervista di alcuni anni fa, a rendere ancora più evidente l'incredibile sfaccettatura di tutto ciò. “Io e mia moglie siamo religiosi – affermava Messina con convinzione – mi hanno insegnato che la mafia è nata per amministrare la giustizia. Sa che ora, davanti a Cristo, mi sento un traditore? Quando ero un assassino andavo in chiesa con animo tranquillo. Ora che sono un pentito non prego serenamente”.

L'intervento dell'architetto di Barcellona Pozzo di Gotto, Augusto Mirabile, si snoda partendo dalla città del Longano, tutt'altro che “babba” e piuttosto incancrenita di ibride commistioni tra mafia, massoneria e Chiesa. Mirabile cita l'esempio del Convento di Sant'Antonino che ha ospitato per un periodo la latitanza di Bernardo Provenzano e i cui frati successivamente sono stati immediatamente trasferiti. Un torbido passato che si interseca inevitabilmente nel presente con alcuni preti del luogo che evitano accuratamente di pronunciare la parola mafia, così come con gli altri prelati che non concedono i propri locali per commemorare la morte del giovane urologo barcellonese Attilio Manca. La testimonianza del portavoce regionale dell'Idv, Pippo Russo, parte dal ricordo personale dell'omicidio di padre Pino Puglisi, con il quale aveva un rapporto personale; l'immagine del corpo del sacerdote steso all'obitorio fanno tornare alla mente all'esponente dell'Idv tutte quelle domande che si era posto al momento sul significato profondo di quell'omicidio. L'analisi di Russo affronta di seguito la questione morale della politica collusa con la mafia, soprattutto quando, per mancanza di prove o riscontri, non è possibile effettuare l'azione penale. Il Pm palermitano Antonino Di Matteo affronta immediatamente il paradosso dell'accostamento tra religiosità e Cosa Nostra.
“La mafia è la negazione del Vangelo – afferma con forza Di Matteo – la mafia è l'anticristo, la sopraffazione di pochi su molti!
Il messaggio evangelico – specifica il Pm – insegna che 'siano le vostre parole si si, no no'”. I tanti ragazzi intervenuti ascoltano attentamente il magistrato che in questo momento, insieme a pochi altri colleghi, ha in mano le inchieste più delicate sulla “trattativa” tra Stato e mafia. Di Matteo ricorda il valore altissimo del martirio di Padre Puglisi che “è morto sorridendo al killer che lo stava uccidendo”. L'analisi del magistrato tocca i nervi scoperti della religiosità distorta dei mafiosi fino a quella vera e propria “investitura divina” della quale molti sono convinti di avere. Ma accanto a questi personaggi Di Matteo colloca anche coloro che attraverso il loro pentimento stanno realmente collaborando con la giustizia. L'esempio di Gaspare Spatuzza è solo l'ultimo e più recente. La “pacifica coabitazione” della Chiesa con la mafia è uno dei punti successivi affrontati dal pm per dimostrare la gravità, per certi versi, della sottovalutazione del fenomeno mafioso. Di Matteo cita come esempio “quei preti che hanno iniziato la lotta di liberazione dalla mafia hanno pagato in prima persona” auspicando una maggiore e più corale risposta della Chiesa, meno “prudente” e con molto più “coraggio”. Ed è lo stesso Padre Nino Fasullo, unico relatore con l'abito talare, a prendere la parola. Il fondatore della rivista Segno ribadisce come la mafia “non abbia nulla a che fare con Gesù Cristo”. Ed è quel “silenzio della Chiesa” nei confronti della mafia che fa da contraltare al grido di Papa Giovanni Paolo II contro la mafia ad Agrigento. Padre Fasullo unisce poi la questione della religiosità mafiosa con il legame mafia-politica. Nel ricordare Falcone e Borsellino viene citato l'esempio del Cristo che “va fino in fondo” per liberare l'umanità. Il sacrificio del Redentore viene così paragonato a quello dei due giudici che come lui non sono entrati in compromesso con il potere e per questo hanno pagato con la vita. “Falcone, Borsellino e tutti i martiri per la giustizia – afferma Padre Fasullo – sono sullo stesso livello, sono morti per la nostra libertà!”. Il professor Giuseppe Di Chiara, docente di Diritto Processuale Penale, cita quindi le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Paolo Anzelmo che dopo un omicidio andava a messa per chiedere ammenda e per poter continuare a farlo. Una schizofrenia che all'interno di quel tipo di religiosità aveva una sua “logica”. Per il prof. Di Chiara la ribellione nei confronti delle sopraffazioni mafiose è meglio “che non sia legata a qualcosa di emotivo” perché così “dopo la vampata di calore si rischia che si spenga”, urge quindi una “razionalizzazione di questi dati per alimentare le coscienze”.

Il giornalista del Tg3, Rino Cascio, traccia infine un quadro storico e attuale della religiosità mafiosa, dal funerale di Salvatore Giuliano celebrato dal parroco di Montelepre, fino all'intercettazione del medico mafioso di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro che, intercettato al telefono, spiegava minuziosamente: “La mafia non è peccato. Se devi confessarti, scegliti un prete intelligente che capisca queste cose e non la faccia troppo lunga”. Ma al di là di questi “preti intelligenti” è il ricordo di Oscar Romero, l'arcivescovo di El Salvador, assassinato nel 1980, quello che lo stesso Cascio stimola a tenere presente ed è quel suo dire “mi ha convertito il mio popolo” che riporta l'attenzione alla responsabilità individuale nel migliorare questa società. Quella responsabilità che appartiene ad ogni uomo scevro da qualsivoglia pseudo religiosità, ma forgiato del valore più alto dello stesso cristianesimo e cioè di quel “ama il prossimo tuo come te stesso” capace di far vacillare dottrine e dogmi di qualsiasi religione e di qualsiasi religiosità distorta.

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