7 maggio 2011

“bella vita”!



Piccoli mafiosi crescono

di Salvo Vitale

Crescono tra le braccia e dentro le case di coloro che li hanno generati e, per questo, non possono che introiettare, fare propri, i modelli, le leggi spietate, le regole, il modo di pensare e di agire dell’ambiente nel quale hanno vissuto la loro infanzia.
Una delle caratteristiche di tutte le grandi “famiglie” mafiose è data dalla loro capacità di riprodursi e riprodurre nuovi rampolli, attraverso i quali perpetuare il proprio potere. Gli Spatola, i Gambino, gli Inzerillo, i Bontade, i Badalamenti, i Di Trapani, i Geraci, i Madonia, gli Impastato, i Lo Piccolo, i Riina, i Provenzano, i Bagarella, i Brusca, i Vitale, i Messina Denaro, sono gruppi familiari coesi che danno forza, attraverso i rapporti matrimoniali e attraverso la prole, alla potenza familiare, dove il termine “Famiglia” si riferisce non alla cosca mafiosa locale, ma a quella legata da vincoli di sangue.

Un sociologo americano Banfield, negli anni 50 scrisse un libro, “Le basi morali di una società arretrata”, in cui si sosteneva la teoria del “familismo amorale”:
all’interno di una società mafiosa tutto quello che serve ad aumentare la potenza della famiglia, compreso il furto, il delitto, l’estorsione, è giustificato e che, rispetto alla forza della famiglia le azioni delittuose non possono essere frenate da alcun principio morale.
La giustificazione del delitto diventa così lo strumento della sua perpetuazione e la famiglia è il centro propulsore di questa strategia.
La scarcerazione del terzogenito di Totò Riina ci dà un esempio di come un uomo di 28 anni ha già passato sette anni della sua vita in carcere ed è stato messo in libertà solo a causa dei ritardi della burocrazia: ma già, a vent’anni il giovanotto se la spassava con “femmine di lusso”, vestiti griffati, orologi rolex al polso e macchinoni, cercando di ripristinare nel suo paese una leadership messa in crisi dopo l’arresto di suo padre e di suo zio Leoluca Bagarella.
E del resto, mamma Ninetta è andato a rilevarlo, all’uscita dal carcere, con una Mercedes. Più o meno lo stesso modello di “bella vita” praticavano e praticano altri giovani eredi come Matteo Messina Denaro, Sandro Lo Piccolo, Vito Badalamenti ecc.

Unico ostacolo è la latitanza, cioè la necessità di doversi nascondere per sfuggire agli arresti: ma questo non impedisce loro di circolare liberamente e di frequentare i posti in cui, con le tasche piene di soldi, ci si può divertire.

Da questa condizione sembra essere stato fuori solo Bernardo Provenzano, isolato nella sua sgangherata fattoria di Montagna dei Cavalli, a pane, ricotta, miele e cicoria. Pur avendo partecipato a qualche crociera nel Mediterraneo, egli ha voluto che i suoi figli non seguissero la sua strada, si è preoccupato che studiassero,
come si può leggere nei pizzini che scriveva a Pino Lipari, invitandolo a controllarne la carriera scolastica e l’attività e a interessarsi anche per l’esenzione dalle tasse universitarie: il maggiore, Angelo ha optato per Scienze della Comunicazione, Francesco Paolo ha studiato Lingue. Ad Angelo è stato negato il permesso di aprire una lavanderia a Corleone, mentre Francesco Paolo, dopo avere conseguito la laurea ha lavorato in una università tedesca come lettore di lingua italiana.
Sinora nessuna legge ha garantito e ha tutelato l’educazione dei figli dei mafiosi. Sono stati abbandonati a se stessi, a nutrirsi di violenza o ad essere oggetto di violenze, come nel caso di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido per ritorsione contro il “pentimento” del padre, o del piccolo Salvatore Inzerillo, tagliato a pezzi, vivo, da Pino Greco Scarpuzzedda, o di Salvatore Badalamenti, figlio di Nino, ucciso a 17 anni dai killers di Riina, solo perché dei Badalamenti non doveva restare “neanche la semenza”.

L’episodio dell’aggressione a Pino Maniaci, fatto da due giovincelli che gli volevano “dare una lezione” rispetto alle scelte antimafia da lui trasmesse attraverso l’emittente televisiva Telejato, è uno dei tanti che dimostrano come la violenza si riproduce. Un esponente della cosca di Partinico ha portato suo figlio, appena quindicenne, ad assistere a un delitto, mentre altri ragazzi delle stesse famiglie locali hanno cominciato ad allenarsi strozzando gatti con il fil di ferro e appendendoli a una trave. Da Napoli a Milano a Palermo i bambini sono utilizzati come spacciatori: certi quartieri delle periferie urbane sono veri e propri centri di addestramento alla delinquenza e alla mafia. Molto spesso scatta il provvedimento di affidamento dei minori quando si tratta di bambini abbandonati, di figli di drogati, di piccoli delinquenti, di extra-comunitari che non possono dimostrare di sapere mantenere ed educare i loro figli. Tali affidamenti sono indirizzati a strutture di accoglienza finanziate dai comuni, per la non indifferente cifra di 2000 euro al mese e rappresentano un congruo affare, rispetto al quale non sempre corrispondono metodi educativi ed assistenziali adeguati. Quello della tutela dei figli dei mafiosi, rappresenta un “nervo scoperto” del sistema educativo dello stato italiano, ed il parlamento dovrebbe porsi il problema: se vogliamo evitare che i mafiosi si riproducano, i loro figli devono essere strappati al loro contesto familiare ed educati, da gente esperta, a diventare cittadini che costruiscano la propria vita nel rispetto delle regole comuni. Come dice Il Gattopardo, nel romanzo di Tomasi da Lampedusa, “bisogna pensarci da piccoli: già a dieci anni è troppo tardi”.



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