22 maggio 2011

Brusca: "Berlusconi pagava 600 milioni di pizzo all'anno"



Dopo anni il boss di San Giuseppe Jato aggiunge nuovi dettagli sulle origini delle relazioni pericolose tra il premier e Cosa Nostra. E chiama in causa Confalonieri.

di Giuseppe Lo Bianco 18 maggio 2011

Da Palermo a Milano il passaggio di denaro era bilaterale: "Negli anni '80 la mafia legata a Stefano Bontate, quella dei cosiddetti perdenti, investi' denaro con Dell'Utri e Berlusconi", e quest’ultimo faceva avere a Cosa Nostra 600 milioni di vecchie lire ogni anno come ‘’pizzo’’ per le sue attivita’ economiche in Sicilia.

Grazie a questo rapporto con Berlusconi Toto’ Riina tento’ di agganciare Craxi perche’ ‘’voleva provare ad arrivare alla Cassazione che doveva decidere l'esito del maxiprocesso''. Ecco la nuova verita’ di Giovanni Brusca, il boss che aziono’ il telecomando sulla collinetta di Capaci, che ieri mattina nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, ha offerto a distanza di anni nuovi dettagli sulle relazioni pericolose di Berlusconi con Cosa Nostra e sulla stagione delle stragi ancora oscura.

Smentendo Massimo Ciancimino ("Provenzano non aveva bisogno di mappe per sapere dov'era Totò Riina") e offrendo particolari inediti sui rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra: ‘’Era in contatto diretto con Provenzano dalla fine degli anni ’80, quando decise di sostituire Ignazio Pullara’ con Pietro Aglieri e Carlo Greco al vertice del mandamento di Santa Maria di Gesu’’’.
Lo ha fatto deponendo nel processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, e ha giustificato l’allargamento della sua memoria con la commozione per l’incontro con un familiare di una vittima di mafia che gli chiese un colloquio a quattr’occhi. L’incontro vis a vis non ci fu, e nel frattempo, come ha fatto notare l’avvocato di Mori, Basilio Milio, Brusca e’ stato coinvolto in una nuova indagine di estorsione e intestazione fittizia di beni che rende precaria la sua permanenza nel programma di protezione.

Oggi le sue parole ricostruiscono in chiave piu’ dettagliata le origini della fortuna berlusconiana, a partire dagli anni ’70, con l’invio ad Arcore di Vittorio Mangano, ‘’messo li’ da Cosa Nostra per parare Berlusconi dai sequestri’’, e pronto ad andare via alle prime notizie pubblicate dai giornali sulle sue imprese criminali: ‘’fu Confalonieri a dirgli di restare’’, ha detto Brusca. Che ha parlato degli investimenti dei boss perdenti a Milano: ‘’Seppi da Ignazio Pullarà che il boss Giovannello Greco, temendo di perdere i frutti dell'investimento fatto con Berlusconi, fece un blitz a casa di Gaetano Cina per riprenderseli".

Anche il pizzo pagato ai mafiosi da Berlusconi avrebbe avuto un iter tormentato: ‘’Prima - ha sostenuto il pentito - pagava a Bontade, poi dopo la sua morte a Pullarà che gli fece un attentato nella sua casa milanese".
Ma questo non piacque a Riina, che decise di occuparsi personalmente della cosa. Si arriva cosi’ agli anni ’90 con la stagione delle stragi e delle trattative tra mafia e Stato: "Dopo l'omicidio di Salvo Lima incontrai Riina – ha detto Brusca - che mi disse che si erano fatti sotto Ciancimino e Dell'Utri, che gli avevano portato la Lega e un soggetto politico che stava per nascere. Io lo interpretai come una richiesta di autorizzazione da parte loro per l'avvio di questa attività politica". Il pentito di San Giuseppe Jato ha parlato di altre due fasi della trattativa: quella tra le stragi del '92 culminata con la presentazione del papello e che avrebbe avuto come terminale finale l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, e infine quella avviata tramite Vittorio Mangano con Dell'Utri e Berlusconi: ‘’La sua risposta fu che erano (usa proprio il plurale, ndr) contenti e che avrebbero appoggiato le nostre richieste’’. Perche’ si e’ deciso a parlare solo adesso di Ciancimino e di Dell’Utri?, lo ha incalzato la difesa del generale Mori. ‘’Perche’ sapevo che avrei provocato polemiche, ''perche' Ciancimino era gia' in carcere ed anziano'' e a Dell'Utri ''avevamo chiesto delle cose e non volevo creargli altri guai giudiziari visto che era gia' indagato''. Per Mancino, infine, Brusca è un ‘'pentito itinerante che ripete per vendetta falsità nei confronti di un ex ministro dell' Interno che fece registrare, tra i tanti arresti di latitanti, anche quello di Riina’’.


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