9 maggio 2011

Il voto delle casalinghe italiane



La cultura del caimano da Arcore a Palazzo Chigi

di Franco Cordero 11.04.2004 la Repubblica.it

"Il bello dello studiare B., notavo la settimana scorsa, è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l’operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologhi ricostruiscono l’intero dinosauro da una vertebra. Idem qui.

Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l’estro: impadronendosi dello Stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d’accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano.

Racconta d’avere speso 500 miliardi nella difesa. Tre mesi fa, vista l’ombra d’una possibile condanna, viene nell’aula (era contumace) dichiarando d’avere cose da dire, senza contraddittori e nei tempi compatibili col gran daffare: sbraita, suda, gesticola davanti ai giudici allibiti; nessuno credeva possibili spettacoli simili; nel monologo non vola una sillaba sul tema dell’accusa (avere comprato delle sentenze) ma scoppierebbe l’inferno se gli fosse tolta la parola; e forse conveniva che l’abominevole messinscena avvenisse. [...]

[...] Stavolta la Cdl litiga: quando anche B. fosse intoccabile, non lo sarebbero i coimputati; e non lo è; l’immunità vale solo rispetto agli atti processuali; niente impedisce d’indagare. Cos’hanno da spartire i cinque presidenti con i manager Mediaset? Domanda plausibilissima, se ne togliamo uno, seduto a Palazzo Chigi. Dal Colle arrivano segnali inquieti. Fonti soi-disantes neutrali conducono il coro dello sdegno, notando però "l’eterna caccia" al presidente del Consiglio (lo lascino tranquillo). Quel sottosegretario ventila le dimissioni: sarebbe la prima volta che un democristiano alza le suole spontaneamente, sogghigna l’ingegnere, rimbeccato dal leader della bianca conventicola. Il beneficiario dell’imbroglio plana signorilmente sopra la mischia. I suoi avvocati rispondono a colpo sicuro: l’immunità copre tutto; "processo" significa anche indagini.

Ancora l’altro ieri chi l’avesse detto nell’esame guadagnava una fulminea bocciatura. Divus Berlusco trasforma le categorie culturali. Il discorso ha una logica, gangsteristica, quindi chiara: non fingano virtù tardive; salendo sul carro, sapevano dove andasse; se lo disturbano, li scarica; è sua la fabbrica dei voti.

La morale della favola sta nelle seguenti massime.

Primo, chi parlamenta col caimano presto o tardi gli finisce tra le fauci.

Secondo, lo specialista dei rumori non muove dito senza ordini e l’ordine presumibile ci vuol poco a concludere donde venisse.

Terzo, anche i più creduli ridono dell’idea che Sua Signoria ignori gli affari Mediaset, come postula il vaniloquio sul conflitto d’interessi votato o difeso da chi oggi s’indigna.

Quarto, nel regime berlusconiano il malaffare non ha l’aria del mero accidente.
Quinto, lui s’arricchisce e noi affoghiamo: mentre i paesi d’Europa fanno due passi, commenta Bankitalia, l’arrancante Italia ne muove uno; viene dopo Grecia e Portogallo. L’affluent society berlusconiana esiste nel mondo d’Arcore e annessi paradisi fiscali.

Ai poveri diavoli che l’hanno votato resta "Beautiful". Cos’altro vogliono?"


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