15 maggio 2011

Perche’ i Graviano non parlano

- di Lirio Abbate –


I due boss sanno tutto dei rapporti tra Forza Italia e Cosa Nostra. Ma su Berlusconi e Dell’Utri tacciono. E, curiosamente, nessuno ha toccato il loro impero economico: imprese edili, immobili, stazioni di servizio.

Silenzi e tesori. Tutto in nome della famiglia. Con una situazione così paradossale da destare molto stupore e qualche sospetto. Giuseppe e Filippo Graviano sono i boss di Brancaccio e hanno ricevuto diverse condanne all’ergastolo: come autori e ideatori dell’attentato a Paolo Borsellino, come esecutori della strage di via dei Georgofili a Firenze e poi ancora come mandanti dell’uccisione di padre Pino Puglisi. E hanno conquistato un ruolo politico di primo piano quando davanti ai giudici hanno scelto di non rispondere alle domande su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

I due vivono da oltre 16 anni in cella, molti dei quali in isolamento sotto il regime del 41 bis, continuando però a controllare un piccolo impero imprenditoriale. Dalle indagini emerge che a Palermo gestiscono indirettamente distributori di carburante, società di servizi e imprese edili e intascano gli affitti di parecchi immobili. Affari che si sviluppano anche a Roma e Milano. Con la copertura di prestanome.

Sono le rendite dei ricchi investimenti realizzati prima del 1994, quando i due fratelli dominavano i proventi criminali più proficui di Palermo. La cattura avvenuta a Milano non ha fermato il business: negli anni Novanta è proseguito grazie alla complicità del loro avvocato dell’epoca, poi finito anche lui in manette.

Ma nemmeno questo arresto ha ostacolato l’incredibile sviluppo della “holding Graviano”. I collaboratori di giustizia hanno poi descritto la storia recente del tesoro: ne hanno parlato in particolare Gaspare Spatuzza e da poche settimane il dichiarante Fabio Tranchina che è stato il loro autista durante il periodo della latitanza.

I Graviano sono figure uniche nell’ultima generazione di Cosa nostra. Anche in carcere indossano abiti griffati e hanno saputo costruire un’immagine vincente attraverso i “dico-non dico” e gli ammiccamenti registrati in alcuni importanti processi. I loro ricordo, o non ricordo, ruotano sempre attorno a imprenditori e politici, a partire dal premier e dal parlamentare che costruì Forza Italia. Ogni volta che qualcuno in aula pronuncia quei nomi, i fratelli si celano dietro il silenzio. Per i siciliani che sono abituati a “dialogare” a distanza con un gesto o un cenno, questo potrebbe essere inteso come un segnale, o un messaggio.

I fatti dimostrano che la coppia più mafiosa di Palermo può arrivare a tutto. Basta ricordare che sono stati capaci di far “volare la cicogna” dalla cella di massima sicurezza in cui nel ’97 erano detenuti. Le loro mogli partorirono due bimbi in una clinica di Nizza, a distanza di un mese l’una dall’altra, nonostante i mariti fossero detenuti da oltre due anni. La procura avviò un’inchiesta in cui veniva ipotizzata una fecondazione in provetta realizzata illegalmente.

Le indagini non portarono a identificare i complici. Le donne con i loro bimbi hanno vissuto a Nizza (dove hanno fatto investimenti); poi a Roma, dove i piccoli hanno frequentato un istituto privato fra i più costosi della capitale.

Da pochi anni sono tornate a Palermo: i loro spostamenti sono accompagnati da un autista e anche qui la scuola scelta per i figli è un istituto privato. Alle mogli viene corrisposto un assegno mensile di circa 5 mila euro, mentre le spese legali per i processi sono “rimborsate” a parte dalla cassa della “famiglia”. Un tenore di vita sorprendente.

Come quello della sorella Nunzia che, dopo aver scontato una condanna per mafia, oggi è nelle attività economiche della capitale: con un socio, controlla quote di catering e bar. Tanto che gli inquirenti si chiedono: paga più il crimine o il silenzio?

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