1 maggio 2011

Un crimine diventato mistero




di Raffaella Cosentino 4 marzo 2011

L’enigma di Attilio Manca collega la latitanza di Bernardo Provenzano alla morte, avvenuta in circostanze poco chiare, del giovane urologo siciliano Attilio Manca. La tesi sostenuta dall’autore spagnolo Joan Queralt e dalla famiglia Manca è che Attilio sarebbe stato ucciso perché fu il medico che operò il “capo dei capi” a Marsiglia. Un intervento chirurgico che non doveva lasciare testimoni. Sei pagine su 200 sono dedicate alla figura di Antonio Cassata, uomo di spicco di Barcellona Pozzo di Gotto. La cittadina, dalla quale proviene anche la famiglia Manca, è descritta come un’area di riciclaggio in cui gli interessi di Cosa nostra si intrecciano con la politica e con gli affari. L’assassinio per mano dei clan, nel 1993, del giornalista Beppe Alfano, che indagava sul ventre molle della borghesia mafiosa, la guerra tra clan, con i suoi 60 omicidi, e il mancato scioglimento per infiltrazioni mafiose della giunta comunale guidata da Candeloro Nania, nel 2006, fanno da cornice a una realtà in cui la rete di sostegno ai latitanti è stata sempre molto forte.

El enigma de Attilio Manca fu pubblicato nel 2008 dalla casa editrice spagnola Cahoba, ma la sua diffusione in Italia fu scoraggiata da una serie di lettere di diffida da parte di alcuni personaggi citati nel libro. Le stesse furono inviate anche alle librerie del messinese per indurle a far sparire il libro da scaffali e vetrine. Azioni legali che, allora, avevano bloccato anche la traduzione in italiano. Oggi, come due anni fa, l’edizione tradotta e pubblicata da Terrelibere.org ha incontrato questi stessi ostacoli. Dopo aver cercato di bloccare l’uscita del libro di Queralt a colpi di diffide in cui si chiedeva anche di sospendere le presentazioni, è arrivata la richiesta civile di risarcimento danni. A essere diffidata dal procuratore Cassata lo scorso autunno è stata poi l’Associazione nazionale familiari vittime di mafia, di cui è presidente Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso Beppe, eurodeputata per l’Italia dei Valori. L’associazione era “colpevole” di aver collaborato per organizzare alcune presentazioni dell’opera.
«In un Paese civile non è normale che un procuratore generale cerchi di bloccare la diffusione di un libro»
, commenta Angela Manca, madre di Attilio, che con il figlio Gianluca si batte perché non crede al “suicidio” per overdose.

Sul caso di Attilio Manca, in Italia, è calato il silenzio: questa la ragione per cui la famiglia ritiene importante che il libro venga diffuso. Ma l’ostacolo, adesso, sono i tre grossi plichi da 36 pagine ciascuno che costituiscono la diffida con cui il procuratore Cassata, citato nel libro del giornalista catalano, chiede il ritiro del libro. E i danni per «la sofferenza contingente e il turbamento dell’animo» subiti. Oltre a rispondere in sede civile, l’editore Terrelibere.org ha promosso una campagna perché L’enigma di Attilio Manca non esca dagli scaffali e l’inchiesta sull’omicidio dell’urologo non venga archiviata dal tribunale di Viterbo. La casa editrice ha anche scritto una lettera aperta a Cassata. Rispondendo alle accuse del procuratore sulle pagine che lo riguardano, Terrelibere.org afferma che il riferimento al magistrato non è fuori contesto perché è collocato all’interno di un excursus storico dalla fondazione di Barcellona fino all’elenco dei personaggi più significativi nella storia recente del luogo. «Non è una forzatura, né un attacco gratuito – scrive l’editore sul sito –. Per ogni episodio citato è riportata fedelmente la difesa del magistrato. Ogni fatto era già di dominio pubblico ben prima dell’uscita del libro ed è stato oggetto di un vasto dibattito e di discussione in sede parlamentare. Personaggi di primo piano come Antonio Di Pietro e Giuseppe Lumia hanno presentato interrogazioni parlamentari in merito. L’espressione giudicata maggiormente diffamatoria
(“Cassata è un chiaro esempio dello smisurato potere che l’autorità giudiziaria può arrivare ad esercitare”)
appare un’opinione perfettamente legittima, peraltro non inusuale o isolata nel contesto del recente dibattito politico». Terrelibere.org sente limitato il diritto alla libertà di opinione sancito dalla Costituzione perché quello che viene espresso dall’autore del libro è un giudizio critico.

Il problema è che l’inchiesta di Queralt solleva un velo sulla rete di complicità alla latitanza di Provenzano. La storia della famiglia Manca, da anni in attesa di giustizia, è quella di persone estranee a contesti mafiosi, ritrovatesi con un figlio, giovane e brillante, morto all’improvviso e senza una spiegazione plausibile. Sposando questa richiesta di verità e di giustizia, Terrelibere.org pone una serie di domande aperte al magistrato Cassata che ha ravvisato nel libro «una serie di azioni diffamatorie aventi tutte la stessa matrice». Perché avanzare un’azione civile invece di chiedere il sequestro del libro? Perché diffidare l’Associazione nazionale familiari vittime delle mafie? L’editore ribatte al procuratore generale di Messina che sarebbe stato più consono chiedere un confronto sulla vicenda.
«Dottor Cassata, se il suo non è un intento censorio perché non sceglie la strada del confronto culturale e del dibattito pubblico?»,
si legge nell’appello. Una cosa è certa, le azioni civili di risarcimento danni per diffamazione, a prescindere dall’esito, impiegano tempo, risorse ed energie per anni e possono condizionare pesantemente una piccola realtà editoriale indipendente. «Sono una spada di Damocle sulla testa di chi le subisce», commenta sul sito l’editore. Secondo Joan Queralt, il caso Manca è un «crimine trasformato in mistero». Nel prologo del libro, il giornalista spagnolo descrive la Sicilia come una «terra terribile quanto bella, in cui la mafia uccide, violenta, umilia» e i siciliani come gente segnata da «ferite sempre aperte».

Questi traumi sono proprio le violenze, le umiliazioni e la disperazione inflitte dalla mafia nella vita quotidiana delle persone. E colpiscono tutti, indistintamente, anche chi, come questa tranquilla famiglia barcellonese, è una vittima innocente, non coinvolta negli affari dei boss. Angela, Gino e Gianluca Manca, nonostante tutto, hanno saputo trasformare il loro dolore in denuncia civile e impegno sociale. «In Sicilia, le vittime di mafia solitamente muoiono due volte – scrive Queralt – o forse più. Prima gli assassini tranciano la vita; dopo, il contesto, impassibile e spietato, annienta la dignità del morto e quella della sua famiglia, stordita, nel dolore più profondo, nell’intento di conoscere la verità».

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