3 giugno 2011

Gioia e veleni

3 giu 2011
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di Massimiliano Ferraro

Il megaporto di Gioia Tauro appare in lontananza percorrendo il lungomare di San Ferdinando. All’ora del tramonto, nel silenzio desolante della Piana, le sue vertiginose gru sembrano mostri mitologici messi a guardia di chissà quale regno proibito.

A settanta chilometri da Reggio Calabria, ilprimo terminal per il transhipment del Mediterraneo inizia oltre la recinzione metallica da dove si scorgono le prime pile di container grigi con la stella della Maersk Line. Tutto attorno c’è un paesaggio da profondo sud, fatto di terreni aridi e lontani viadotti autostradali che contemplano quel colosso di cemento e acciaio mentre accoglie di continuo navi mercantili grandi come montagne. Circa tre milioni di container vengono movimentati nel porto ogni anno; scovare quelli usati per lo smaltimento illegale di sostanze tossico-nocive è come trovare un ago in un pagliaio.

Le origini delle vicende legate al traffico di rifiuti a Gioia Tauro risalgono agli anni immediatamente successivi alla costruzione di quest’opera faraonica, concessa in contropartita ai reggini dopo gli scontri che misero a ferro e fuoco la città per l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro. Il porto venne realizzato in una vasta area costiera, dove alla fine degli anni settanta c’erano ancora uliveti centenari e spettacolari aranceti. Una fetta di lussureggiante natura calabrese spazzata via al solo scopo di creare una cattedrale nel deserto, lontana centinaia di chilometri dalle industrie del nord e trasformata ben presto dalle cosche ‘ndranghetiste in un crocevia strategico per i traffici illeciti. Armi e droga soprattutto, senza trascurare il ricco affare dei rifiuti pericolosi spediti verso paesi-pattumiera africani. Un fenomeno ancora in buona parte misterioso che frutta alla criminalità organizzata una enorme mole di denaro.

L’ecomafia sa soddisfare le esigenze di un mercato dove i broker di rifiuti illegali sono per lo più imprenditori legati alla criminalità organizzata, ed i clienti le aziende bisognose di smaltire grandi quantità di materiali tossico-nocivi. A loro le ‘ndrine reggine sanno offrire a buon mercato un servizio che vale oro: far scomparire i rifiuti spedendoli in paesi lontani. Ogni anno, violando le leggi nazionali e comunitarie che ne imporrebbero la preventiva trasformazione, spariscono dall’Italia circa quaranta milioni di tonnellate di scorie pericolose e nonostante le settemilaquattrocento tonnellate di rifiuti sequestrati nel 2009 le cosche riescono ancora ad aggirare il controllo degli scanner ai container.

Molte le operazioni delle forze di polizia compiute nel porto di Gioia Tauro negli ultimi cinque anni. Nel gennaio del 2006 la scoperta di un carico illegale di materiale plastico portò sei mesi dopo al sequestro di bencentotrentacinque container diretti in Asia e Africa del nord. All’interno: settecentoquaranta tonnellate di rifiuti di plastica, millecinquecento tonnellate di metalli, centocinquanta tonnellate di contatori elettrici, settecento tonnellate di carta e dieci tonnellate di componenti automobilistici e pneumatici usurati. Episodi che hanno progressivamente cancellato le ipotesi di fatti isolati, mettendo in luce un mercato clandestino di notevoli proporzioni.
Nel 2008 finì nel mirino dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) un’altra spedizione di ventuno tonnellate di rifiuti speciali destinata al Pakistan, mentre per il Ghana, l’Egitto e la Somalia, sarebbero partiti quattro container zeppi di parti ferrose di veicoli demoliti. Ma è soprattutto la Cina ad accogliere le quantità più rilevanti di rifiuti tossici spediti da Gioia Tauro. Le mastodontiche portacontainer post-Panamax lasciano l’Italia dirette ad Hong Khong, dove gli odiati materiali di scarto delle aziende italiane vengono lavorate nei sudici laboratori delle province cinesi, diventando giocattoli e merce della più svariata natura.Prodotti potenzialmente pericolosi per la salute che invadono i mercati europei e, come per vendetta, tornano in Calabria. Reti per l’agricoltura made in China con un’alta concentrazione di piombo sono arrivate a contaminare anche le gustose olive calabresi. «Noi forniamo la materia prima per auto-inquinarci di ritorno», ha detto il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «questo è veramente assurdo».

Il suono di una sirena. Una nave rossa si stacca dalla banchina e comincia lentamente a prendere il mare. Per Giuseppe C, da sempre abitante della Piana di Gioia Tauro, le sirene delle navi mercantili avrebbero dovuto rappresentare lo squillo di tromba per il riscatto economico di queste terre. «Invece…».
La promessa di un grande polo siderurgico, mai realizzato, strettamente collegato al porto aveva illuso un po’ tutti. «All’inizio la gente di qui era entusiasta dell’idea del porto. Diciamo che lo considerava come casa propria», sorride Giuseppe, raccontandomi di alcuni furti di materiale edile avvenuti durante la costruzione del terminal calabrese: blocchi di cemento riapparsi per magia nei giardini di alcune villette della zona sotto forma di fioriere.

Ma la vera padrona del porto è stata fin da subito la ‘ndrangheta. Negli anni ’80 molte assunzioni erano soggette al pagamento di un pizzo di dieci milioni di lire ai padroni della piana: la cosca Piromalli-Molè. Le infiltrazioni della criminalità hanno pesato fortemente sullo sviluppo di Gioia Tauro e negli ultimi anni l’arrivo della crisi economica ha sollevato dei seri timori sul futuro dello scalo. La riduzione dei flussi di movimentazione dei container cominciano a dare segnali preoccupanti a causa dall’agguerrita concorrenza di Tangeri e Genova, mentre continua la preoccupante crescita del business dell’ecomafia legato al traffico di materiali pericolosi per l’ambiente. Un fenomeno che è riuscito a mettere in allarme addirittura gli Stati Uniti D’America. Secondo alcuni file pubblicati da Wikileaks l’amministrazione americana considera il porto di Gioia Tauro una vera e propria falla nei controlli doganali europei. Funzionari “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono illegalità” e “doganieri spesso riluttanti a fermare i container per i controlli” fanno temere agli USA che dal porto baricentrico del Mediterraneo riesca ad entrare ed uscire di tutto, compreso del materiale nucleare. Un sospetto che troverebbe una conferma nella scoperta, a luglio 2010, di un container contentente cobalto-60 nel porto di Genova. Un carico misterioso, proveniente dall’Iran e destinato formalmente ad una ditta di Alessandria, transitato tranquillamente dalla Calabria.

C’è da sottolineare però che in questo caso i controlli effettuati a Gioia Tauro non sono stati del tutto inefficaci e sono serviti anzi ad intercettare un’altra parte del materiale pericoloso: sette tonnellate di esplosivo T4che, insieme al cobalto-60, sarebbe probabilmente dovuto servire alla costruzione di una “bomba sporca”. A chi era realmente destinato quel carico? A cosa sarebbe servito l’ordigno? Tutte domande che rimangono ancora senza risposta.
Per ora, il timore che dei gruppi terroristici riescano a far arrivare negli Stati Uniti del materiale nucleare tramite i porti italiani ha dato vita ad un progetto del Dipartimento per l’ Energia USA denominato “Megaport”. Una misura sperimentale, secondo quanto riferisce il Secolo XIX, che prevede l’installazione di uno speciale mexi-scanner per ispezionare a fondo tutte le merci destinate all’esportazione e che sarà presto attiva anche a Gioia Tauro.
Basterà per cambiare la storia di un porto in cui, leggendo Wikileaks, “ci sono occhi dappertutto”?

Passeggiando per le banchine l’impressione di essere sempre sotto controllo è evidente. Ci sono le telecamere, tante, e la security. Ma c’è anche quello che non si vede: il controllo della mafia. E ancora, la quasi certezza che ciò che non si vede non sia tutto.
Un documento scoperto dal magazine Terra all’inizio del 2011 e ancora coperto da segreto di stato, confermerebbe infatti che la ‘ndrangheta non sia stata l’unica ad utilizzare Gioia Tauro come scalo per lo smaltimento illegale di rifiuti tossici. Anche i servizi segreti sarebbero stati degli abituè della zona di Reggio Calabria ed avrebbero avuto a disposizione centinaia di milioni per provvedere allo “stoccaggio di rifiuti radioattivi ed armi”. Il documento datato 11 dicembre 1995 è ora agli atti della commissione sul ciclo dei rifiuti(protocollo 294/55) presieduta dall’On. Pecorella e al vaglio della commissione per controllo dei servizi segreti (Copasir).
Sono passati quindici anni ed il documento potrebbe (e dovrebbe) essere presto desecretato, svelandoci finalmente una storia di collusioni tra stato e criminalità organizzata. Una storia di navi cariche di veleni che sono partite, anche da Gioia Tauro, senza mai arrivare da nessuna parte. Navi affondate, inghiottite dal Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia
.

fonte: http://www.narcomafie.it/

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