5 luglio 2011

Appalti e racket del pizzo: le verità di Di Gati, ex boss ed ex barbiere di Racalmuto

la statua in bronzo di Leonardo Sciascia, posta sul corso di Racalmuto


1 luglio 2011

Sul racket delle estorsioni e sulla spartizione degli appalti in Sicilia, il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati ha idee chiare e ricordi nitidi.

Numerosi sono gli episodi rivelati ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sui quali le investigazioni non si sono mai fermate. Ecco, un altro campionario di vicende sottoposte al vaglio dei magistrati inquirenti:

Carmelo Milioti si occupava anche di appalti pubblici; aveva diverse imprese a disposizione per le buste di appoggio, che utilizzava sia per aggiudicarsi appalti con le sue imprese sia per favorire imprese a noi vicine quali quella di Vincenzo Licata. In particolare ricordo che abbiamo io e Licata truccato insieme a Milioti un appalto per dei lavori alle condutture idriche di Racalmuto; ancora, abbiamo partecipato ad un appalto dato a Campione per la posa di fili telefonici a Grotte ed anche in questo caso Milioti ci ha fornito le buste di appoggio per vincere la gara. Chi si occupava poi della predisposizione delle buste e del calcolo dei ribassi erano Giovanni Milioti e Salvatore Sciara.
Questo sistema funzionava per tutta la Sicilia
: ricordo un lavoro a Sambuca di Sicilia in cui hanno utilizzato lo stesso sistema: se un lavoro interessava ad un’impresa di Catania, si raccoglievano le buste per l’impresa di Catania. Predeterminando i ribassi, poteva accadere anche che la gara fosse aggiudicata ad imprese diverse da quelle “prescelte” dal gruppo Milioti: in questo caso l’impresa formalmente aggiudicataria prendeva il 33% e il gruppo il 66%. La messa a posto poi nonché le tangenti si pagavano sull’importo complessivo e non sul 66%.

I lavori li facevano le imprese del posto ove la gara si svolgeva o in alternativa li faceva l’impresa di Milioti direttamente, in questo caso pagando anche lui la “zona”. I subappalti li sceglieva l’impresa sempre tra le imprese locali a noi vicine. Ricordo che in occasione della metanizzazione della provincia di Agrigento, il lavoro era assegnato a Salvatore e Stefano Valenti detti i Pipa; ci fu detto che il lavoro interessava direttamente Brusca e dunque ci facemmo da parte. Poi ho ricevuto un “regalo” di quindici milioni. In questo caso Valenti era dunque solo assegnatario formale I mezzi per i lavori eseguiti erano di Brusca per cui ci era stato anche proibito di mettere segnali o chiedere pizzo.
Nel caso in cui si dava il subappalto alle imprese locali, spesso non si pagava il pizzo, anche se in certe zone pretendono lo stesso un piccolo regalo o carezza.
In ogni caso poi si imponeva all’impresa l’assunzione di uno o più soggetti a noi vicini. Io per esempio imposi l’assunzione di soggetti anche all’impresa Cavallotti quando è venuta a fare un lavoro a Racalmuto.
Nel caso di queste assunzioni forzate, poi è il lavoratore che decide se vuole lavorare effettivamente oppure no, a seconda della buona volontà del lavoratore, essendo evidente che se una persona assunta per mio tramite non lavorava nessuno poteva obbligarla.
Le persone assunte per nostro tramite possono essere o affiliati, nel qual caso le assunzioni sono spesso fittizie, o persone estranee che vengono da noi a chiedere raccomandazioni.
Essendo io latitante, le persone estranee andavano o da mio fratello Beniamino o dai vari soggetti a me vicini.
Capitava che anche i politici locali avanzassero pretese per assunzioni e l’impresa si lamentava delle troppe richieste di assunzioni, sicché io dovevo intervenire per limitare le pretese del politico
: ricordo ad esempio che nel caso di un lavoro per condutture idriche a Favara dopo che noi avevamo chiesto delle assunzioni il titolare dell’impresa si lamentò che anche il sindaco aveva chiesto di assumere dieci persone; io in quel caso intervenni per dire al sindaco di limitare le sue pretese a cinque persone soltanto e che altre cinque le avremo imposte noi. Ricordo ancora che io e mio fratello abbiamo fatto un lavoro per l’impresa Milioti a Partanna. Durante la mia latitanza il Milioti si schierò con me e con me rimase anche quando iniziarono i problemi con Falsone.

All’inizio del 2003 dissi a Milioti che Giuseppe Peri e Giovanni Nicchi erano venuti da me per dire che a Palermo avevano deciso di appoggiare Palermo, e Milioti mi consigliò di non andare a Palermo a fare riunioni perché c’era il rischio che mi uccidessero visto che ormai a Palermo si erano schierati con Falsone. Ciò nonostante Milioti continuò a mettere a posto imprese per mio conto e Falsone se ne lamentò con me con un pizzino. Successivamente i Pitruzzella iniziarono i lavori per la diga di Naro e si rivolsero a Milioti per la messa a posto; si trattava di un lavoro particolarmente importante, e la scelta di rivolgersi a Milioti era significativa perché voleva dire che erano ancora legati a me, nonostante il legame con Lombardozzi e dunque Falsone. I Pitruzzella dissero a Milioti che avevano già parlato con Lombardozzi che li aveva autorizzati ad iniziare i lavori, dunque volevano tenere il piede in due scarpe rivolgendosi sia a me tramite Milioti che con Falsone tramite Lombardozzi. Per fermare questo doppio gioco dissi a Milioti di riferire a Santo Pitruzzella, che dovevano rivolgersi direttamente a noi e non trattare con Lombardozzi, e al contempo dissi a Milioti di organizzare un incontro con Giovanni Derelitto per organizzare anche il lato di Burgio e Sciacca. Nelle more dell’organizzazione di questo incontro Milioti viene ucciso e io mi sono trovato spiazzato; ritengo che tale omicidio sia un avvertimento dato dal Falsone a me.

Quando le imprese mafiose svolgono lavori in un territorio diverso dalla provincia di Agrigento, la “messa a posto” avviene sempre nel luogo dove ha sede l’impresa: sarà cura dell’uomo d’onore del luogo, contattare quello del territorio in cui si devono svolgere i lavori per versare la somma di sua spettanza. Tale regola a volte può essere derogata quando l’imprenditore conosce personalmente l’uomo d’onore della famiglia del luogo ove svolge i lavori ed in questo caso può versare il “pizzo” direttamente a quest’ultimo. Ad esempio una volta l’impresa Pitruzzella di Favara doveva svolgere un lavoro a Caccamo: Giuffrè mi mandò a chiedere come mai l’impresa invece di regolarizzarsi a Favara aveva manifestato l’intenzione di mettersi a posto direttamente con la famiglia mafiosa di Caccamo ed io risposi che i Pitruzzella si erano regolarizzati con la famiglia mafiosa di Favara, luogo ove ha sede la ditta.

Fonte: Grandangolo il settimanale di Agrigento diretto dal Giornalista Franco Castaldo
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