21 luglio 2011

Il sistema Barcellona: dalla mafia ai servizi segreti, da Rosario Pio Cattafi a Sam Di Salvo



Messina, 20.07.2011

La rivelazione dell'ex boss pentito, Melo Bisognano, al processo sugli affari del clan dei mazzarroti: a capo della "cupola" barcellonese ci sarebbe l'avvocato Cattafi, indagato e prosciolto nel processo "Sistemi criminali" condotta da Falcone. Intanto il reggente Sam Di Salvo, a un passo dal 41 bis, tace ancora. Su tutti e due l'ombra di Santapaola.

E dopo mille appelli del così detto "fronte antimafia", portavoce l'eurodeputato Idv Sonia Alfano, figlia di Beppe, il giornalista ucciso nel '93, e del legale Fabio Repici...il nome di Cattafi venne fuori. Lo ha pronunciato in aula Carmelo Bisognano, ex numero uno del clan di Mazzarrà Sant'Andrea, passato alla collaborazione con la giustizia alla fine dello scorso anno.

All'ultima udienza del processo Vivaio, il maxi sugli affari dei mazzarrotti, collegato in videoconferenza da una località protetta, il pentito ha delineato l'organigramma del "gotha" mafioso di Barcellona, ribadendo chi erano i componenti del così detto "quadrumvirato", chi aveva il ruolo di cassiere, chi l'ultima parola in quanto reggente del boss storico, Giuseppe Gullotti, tornando a fare i nomi dei "colletti bianchi", gli imprenditori legati al clan, e della manovalanza criminale.
Bisognano ha poi fatto un nome preciso, collocandolo ad un grado superiore a tutti: quello dell'avvocato Rosario Pio Cattafi.
Si trattava della prima "uscita" pubblica per Bisognano, dopo una prima udienza celebrata a porte chiuse per ragioni di sicurezza, stavolta il pentito è stato ascoltato in udienza pubblica, in una Corte d'assise gremita di avvocati e con tutto l'ufficio di Procura schierato ad ascoltare le sue dichiarazioni.

Un nome di spessore, a Barcellona e dintorni, a prescindere dalla presunta ombra criminale, quello di Rosario Cattafi. Dopo 5 anni di sorveglianza speciale scontata per interno, dal 2000 al 2005, qualche mese fa si è visto sequestrare la storica azienda di famiglia, la Dibeca, intestata al figlio ed alla moglie del suo commercialista di fiducia. L'impresa aveva acquisito i terreni dove era stato progettato un mega centro commerciale al centro delle polemiche. La magistratura sta indagando sul rilascio delle concessioni come sull'acquisto dei terreni, che l'avvocato Cattafi dice di aver "recuperato" al patrimonio di famiglia, dopo una "maldestra" cessione ereditaria.

Ma la storia di Cattafi comincia nella stagione dell'eversione nera all'università di Messina, negli anni '70, quando per il possesso di armi, un mitra nel caso del futuro avvocato, si fanno notare personaggi del calibro di Pietro Rampulla, il boss di Mistretta coinvolto nella strage di Capaci. Già laureato in legge, Cattafi è testimone di nozze di Venerina Rugolo, figlia del capo storico della mafia barcellonese, che alla morte cede le redini del potere al genero Giuseppe Gullotti, ancora oggi considerato boss indiscusso nel Longano, l'unico ad avere potere di pronunciarsi "all'esterno" del clan stesso.

Da Barcellona a Milano, Cattafi finisce nell'inchiesta sull'autoparco di via Salamone e nell'inchiesta "Arzente Isola" su un traffico di armi, elicotteri e gommoni col sudamerica. Da allora il suo nome si lega a quello di Filippo Battaglia, anche lui laureato in legge, ancora oggi fa la spola tra il Venezuela e l'Italia: in passato ha fornito elicotteri all'Italia, oggi vende gommoni al paese sudamericano (per la trattativa è pendente un processo davanti al Tribunale di Messina).

Proprio con Battaglia viene indagato a Palermo nella famosa inchiesta "Sistemi criminali" su mafia, P2 e servizi segreti. Tutte inchieste finite con archiviazioni e proscioglimenti per l'avvocato barcellonese. Da allora però l'aura di personaggio che si muove tra logge coperte, criminalità e servizi segreti, più o meno deviati, Cattafi non l'ha mai smessa, soprattutto nelle invettive e nelle puntuali inchieste dei militanti antimafia.

L'ex boss Carmelo Bisognano oggi ne pronuncia esplicitamente il nome in aula. L'attesa è ora per la lettura dei verbali del collaboratore, o per lo sviluppo delle inchieste in corso, se le dichiarazioni del pentito hanno permesso o indicato ulteriori approfondimenti.

Certo che se la caratura di Cattafi è quella ipotizzata da molti e confermata da Bisognano oggi, l'interrogativo al quale le indagini dovranno rispondere riguarda un'altra vicenda, ancora poco chiara, di cui Cattafi non potrebbe non sapere.

Quella della presenza del boss Nitto Santapaola a Barcellona all'inizio degli anni '90, in latitanza protetta grazie alla protezione di Gullotti. Proprio grazie all'alleanza con i catanesi il clan di Barcellona ha compiuto negli ultimi anni un salto di qualità nel panorama criminale siciliano. Una presenza, quella di Santapaola che, secondo la figlia Sonia, il cronista Beppe Alfano aveva scoperto. Proprio a questa scoperta la famiglia Alfano continua a indicare come causa vera dell'assassinio del giornalista. Pista al centro dell'indagine ancora pendente a Messina, della quale la Procura ha chiesto ripetute volte l'archiviazione, alla quale si è sempre opposta la famiglia.

Al centro degli approfondimenti che secondo la magistratura non avrebbero portato elementi di novità rispetto alla verità giudiziaria sin qui scritta sulla vicenda, le intercettazioni effettuate in quegli anni dal Ros dei Carabinieri a Barcellona. Intercettazioni che hanno portato sul banco degli imputati, proprio con l'accusa di aver favorito la latitanza si Santapaola, il reggente dei barcellonesi Sam Di Salvo. Il processo si è chiuso con la sua assoluzione. Nessuna indagine ha mai chiarito se qualcuno, e chi, tra i barcellesi, ha "venduto" la latitanza del boss agli investigatori.

Oggi Di Salvo è in carcere a Palermo. E' tornato dietro le sbarre, dopo qualche anno di libertà, lo scorso 24 giugno dopo il doppio blitz "Gotha" e "Pozzo 2", le inchieste del Ros e della Dia sui massimi vertici dei barcellonesi, basate sulle rivelazioni di Bisognano, l'altro pentito dei mazzarroti Santo Gullo e la convivente del boss, Teresa Truscello. E' uno dei pochi personaggi di vertice sino ad oggi "scampato" al regime del 41 bis. All'interrogatorio di garanzia delle scorse settimane ha scelto di non rispondere, ed il Tribunale del Riesame ha confermato interamente le accuse.

L'accusa principale è quella di aver retto la cupola barcellonese per conto di Gullotti per almeno una ventina d'anni. Improbabile che la Procura di Messina non stia preparando una richiesta di applicazione del regime del carcere duro anche per lui. Fino ad oggi, però, questa prospettiva non ha convinto Di Salvo a cedere spiragli di verità e rivelazioni agli inquirenti. Neppure dopo la recente conferma integrale, in via definitiva, della confisca del patrimonio.




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