12 luglio 2011

Quanto costa gestire i beni confiscati alla mafia



11 luglio 2011 di Angela Corica

La cooperativa sociale “Giovani in vita” di Domenico Luppino continua a subire danni, tentate intimidazioni e vessazioni. La scorsa notte ignoti si sono introdotti all’interno di un agriturismo “Le tre Querce”, gestito per la parte agricola, dalla cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla mafia nella provincia di Reggio Calabria, portando via quante più cose sono riusciti a rubare. Fra questi, mobili, tavoli, sedie, materassi, per un valore complessivo di 50 mila euro. La cooperativa, pur fra mille difficoltà, gestisce oltre 250 ettari dei terreni che furono della ‘ndrangheta. Non è la prima volta che il gruppo deve scontrarsi con una cultura mafiosa che, di fatto, gli impedisce di proseguire nell’attività. La storia del terreno oggetto di furto è molto particolare. L’agriturismo nasce infatti a Seminara. In un terreno che per anni e anni è stato oggetto di furti e danneggiamenti. Il proprietario, nonostante la disponibilità del bene, non era mai riuscito a portare avanti nessuna attività. Non solo non poteva costruire: ma nessuno ci voleva lavorare in quella terra. Non trovava neppure gli operai. Ecco che circa due anni addietro, la cooperativa Giovani in vita, si avvicina al proprietario e comincia ad aiutarlo per i lavori nel campo. Circa un anno fa, è stata firmata una convenzione per cui Luppino e i suoi ragazzi si occupavano di gestire la parte agricola, mentre si andava avanti con i lavori per l’agriturismo. Che doveva funzionare dal mese di agosto. Luppino ha detto che l’idea era quella di realizzare i campi estivi per coinvolgere i giovani. Ma non è stato possibile. Anche l’anno scorso la cooperativa ha subito dei danni causati da un incendio che ha distrutto parecchi uliveti. «Noi non vogliamo niente – ha affermato Luppino cercando di trattenere la rabbia – se non la condivisione e la certezza che in questa terra c’è lo stato di diritto, perché se c’è, ci deve essere data la possibilità di portare a termine questa attività». Mentre se non c’è ecco che per Luppino la ‘ndrangheta opera incontrastata. «Non vogliamo aiuti – ha aggiunto il presidente della cooperativa – non vogliamo solidarietà, non vogliamo denaro, vogliamo solo poter lavorare». E in effetti, una realtà del genere crea anche nuovi posti di lavoro. Ma qualcuno non vuole. E nessuno ne parla. Il silenzio che c’è dietro questa vicenda fa rabbrividire. Non un attestato di solidarietà, qualche trafiletto nei giornali locali per dare una breve di cronaca. E così passa l’entusiasmo e la voglia di fare. Qualche mese fa Luppino è andato in banca per chiedere un prestito di dieci mila euro per comprare almeno il necessario alle attività nei campi. La banca ha detto che non è possibile: potevano concedere il prezzo solo se una terza persona garantiva con una somma di pari importo vincolata presso la stessa banca. Le difficoltà di accesso al credito bancario erano già note. A questo si aggiunge l’indifferenza dei più e la solitudine. Ricordiamo pure che a Reggio Calabria ha sede l’Agenzia nazionale dei beni confiscati alla ‘ndrangheta. Che non ha mai preso contatti con questa cooperativa. Forse sono figli di un dio minore. Fatto sta che il processo di legalità è ancora lontano. Le esperienze del genere, devono essere supportate, incentivate, moltiplicate, qualora ce ne fossero diverse. Altrimenti non si va da nessuna parte.
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