7 agosto 2011

Centonove minacce, aggressioni, depistaggi e fughe di notizie



di Sonia Alfano 7 agosto 2011

Poiché la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, in conseguenza delle decine di arresti di oltre un mese fa, è in comprensibile difficoltà, a fare da guardia pretoria al terzo livello del sistema barcellonese (Antonio Franco Cassata, Rosario Cattafi e altri) si è posto in prima linea il settimanale Centonove. Proseguendo l’operato criminale delle due precedenti settimane, Centonove di questa settimana ha definitivamente esplicitato (con messaggio inequivoco, ché chi deve capire capisca) la propria stravagante “narrazione” sulle vicende barcellonesi. Si tratterebbe di una faida tra due gruppi: del primo, dedito a indirizzare surrettiziamente le sorti della giustizia messinese, saremmo pupari io e l’avv. Fabio Repici; dell’altro (praticamente un comitato di vittime delle macchinazioni mie e di Repici) farebbero parte il mafioso Rosario Pio Cattafi, il suo alter ego istituzionale Antonio Franco Cassata, procuratore generale a Messina, l’ex sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali e servi del potere vari ed eventuali.

Uno potrebbe pensare: con il degrado mafioso che da decenni ammorba Barcellona Pozzo di Gotto è mai possibile che un giornale che si ritenga tale, anziché sguinzagliare i propri segugi sul territorio per raccontare doviziosamente le gesta della più potente organizzazione mafiosa della provincia e i suoi agganci istituzionali (ma magari a Centonove pensano che la mafia barcellonese non può avere agganci istituzionali, per statuto) e le ragioni delle difficoltà della sua repressione giudiziaria, comunichi ai suoi lettori (pochissimi: e ce ne sarà una ragione) che il problema per Barcellona P.G., anzi per l’intera provincia messinese, siamo io e Fabio Repici?
Eppure, già a vedere la copertina di Centonove di ieri questo è il messaggio, per nulla casualmente in perfetta linea con quanto sostennero due anni fa i difensori del boss Gullotti (con il supporto anche in quel caso di Centonove e dell’immancabile Schinella, il fido di Canali) e con quanto ha sostenuto negli ultimi tempi il mafioso Maurizio Marchetta
prima con scritti a sua firma e da ultimo con scritti anonimi.

Sono forse usciti pazzi a Centonove? No, per nulla. Stanno solo servendo l’interesse dei big bosses del sistema barcellonese, primi fra tutti Cassata (che ha un posto speciale nel cuore di Enzo Basso, padre-padrone di Centonove) e Cattafi (che con Centonove ha un certo feeling fin da una sua famosa intervista del lontano 1997).

Leggere le pagine di Centonove in questi giorni equivale a leggere le memorie difensive di Cassata e Cattafi nelle vicende nelle quali, secondo il settimanale, sarebbero coinvolti. Sì, perché c’è un aspetto da non sottovalutare: nel numero in edicola, Centonove si dimostra prodigo di notizie riservate e di brani interi di verbali d’interrogatorio, che, se non frutto della fantasia di Schinella, dimostrerebbero che qualche ufficio giudiziario è ridotto a un colabrodo. Quelle informazioni, se vere, rappresentano rivelazioni di segreto d’ufficio mentre le prese di posizione mie e di Fabio Repici sono sempre state fatte pubblicamente e alla luce del sole. Anche su Centonove, che profeticamente Repici il 2 maggio 2009 indicò come l’organo di informazione al servizio del sistema barcellonese. E come reagì Centonove? In due modi, uno più ripugnante dell’altro. Da un lato, querelò Repici: caso unico nella storia giudiziaria, quello di un organo di (dis)informazione che querela un cittadino (e, visto che Centonove segue con appassionato interesse le querele di tanti manigoldi contro Repici, perché non spiega ai suoi lettori che fine ha fatto la sua querela contro il mio avvocato?). Dall’altro lato, avviò la macchina del fango contro Adolfo Parmaliana, drammaticamente morto sette mesi prima lasciando la sua ultima lettera sulla mala giustizia messinese/barcellonese, con un articolo del solito Schinella (in quel periodo in frenetico contatto, per telefono e di persona, con Olindo Canali), finito, per pura combinazione, in un calunnioso dossier anonimo con cui qualche buontempone tentò di sfregiare la memoria di Adolfo per il primo anniversario della sua morte.

A proposito di Schinella: a quando un’inchiesta sulle sue eroiche gesta scolpite nelle investigazioni della Guardia di Finanza sulla società messinese che gestiva l’agenzia Il Detective? Sono atti pubblici, perché Basso non ci pesca ulteriori argomenti sui giornalisti (meglio: gli Schinella) che scrivono sotto dettatura? Inoltre Michele Schinella scrive che mio padre era un maestro elementare (no, insegnava alle scuole medie) e che le mie denunce, da cui sono nate le nuove indagini, risalgono al 2004 (no, era il 2003): gaffes imperdonabili per chi si professa giornalista d’inchiesta.


Purtroppo io non ho avuto la fortuna di ricevere querele da Centonove, perché di certo non mi avvarrei di alcuna immunità e li svergognerei in un’aula di tribunale.Comunque, le mie denunce le ho sempre fatte e continuerò a farle alle autorità competenti, con il dispiacere di Centonove che si trova costretta a scrivere (in mezzo a mille bugie) che per l’ennesima volta un giudice ha rigettato la richiesta di archiviazione nell’indagine sui mandanti occulti (ormai nemmeno tanto) dell’omicidio di mio padre. I mestatori del fango si attivano con i loro Bassi mezzi: sfornano memoriali, diffide, intimidazioni a mezzo stampa, palesi depistaggi (nell’ultimo numero, pure sull’omicidio di mio padre: qualcuno può spiegare a Schinella che fu a metà degli anni Novanta il collaboratore di giustizia Maurizio Avola, assistito dall’avv. Ugo Colonna, che raccontò del legame fra Rosario Cattafi e Benedetto Santapaola – come tanti anni prima aveva fatto il pentito Angelo Epaminonda – e che fu sempre Avola a riferire che Santapaola fu latitante a Barcellona Pozzo di Gotto dai primi mesi del 1992 ai primi mesi del 1993?). Schinella forse pensa che sono riuscita a indottrinare anche Avola e il suo avvocato? E magari pure Epaminonda, le cui dichiarazioni venivano raccolte da un amico di Olindo Canali?

E’ inutile che Centonove cerchi di supportare la linea difensiva di Cassata e Cattafi. Dovrebbe inventare non solo la teoria per cui oggi propongo teoremi cui qualche collaboratore di giustizia recente avrebbe “aderito” (tesi di stampo più o meno dellutrian-berlusconiano), ma che facevo questo pure al tempo in cui frequentavo le scuole medie e mio padre doveva ancora perfino cominciare le sue inchieste giornalistiche su Barcellona Pozzo di Gotto.


Forse per Centonove non è importante che venga posta fine all’impunità che fino a oggi ha protetto gli uomini della zona grigia della mafia barcellonese e messinese o addirittura ritiene una tale evenienza come un pericolo da scongiurare. Per me, che ho visto morire mio padre per aver combattuto quel sistema, e per tutti i cittadini onesti, è molto più che importante. E’ un obiettivo ineludibile e non mi fermerò finché non lo raggiungerò.
E non saranno certo le infamie sgrammaticate e maleodoranti di Centonove a farmi desistere.

Sonia Alfano (7 agosto 2011, www.soniaalfano.it)

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