3 agosto 2011

Intervento del dott. Roberto Scarpinato al convegno “Quinto Potere” – Palermo 18 luglio 2011



Intervento del dott. Roberto Scarpinato al convegno “Quinto Potere” – Palermo 18 luglio 2011

Anna Petrozzi: dott. Scarpinato anche lei nel corso di questi anni è intervenuto più volte ai nostri convegni e ci ha sicuramente aiutato – a noi ma soprattutto a tanti giovani che ci hanno seguito – a approfondire, comprendere concetti come quello della criminalità della classe dirigente, come quello dei sistemi criminali attraverso la storia, gli eventi della storia. Non vorrei incorrere in una semplificazione, però mi azzarderei a fare una domanda diretta che poi lei può spiegare nella sua complessità per evitare banalizzazioni. Siamo autorizzati a dire che lo stragismo può essere considerato un metodo di lotta politica?

dott. Roberto Scarpinato:

Risponderò a questa domanda ma prima io vorrei attirare la vostra attenzione sul titolo che gli amici di Antimafia Duemila hanno scelto per questa serata: “Le finalità dello stragismo tra depistaggi e verità storiche”. Perché si fa riferimento a verità storiche e non, come ci si attenderebbe, a verità processuali? La scelta di questo titolo è significativa perché in sostanza ci dice che sino ad oggi la verità storica sullo stragismo italiano non è mai riuscita a trasformarsi in verità processuale perché la magistratura non è mai riuscita a fare luce sui retroscena delle stragi italiane e a incriminare i mandanti. Siccome lo scarto tra verità processuale e verità storica non riguarda soltanto le stragi mafiose del 1992 e del 1993 ma tutte le stragi italiane del periodo repubblicano dal 1947 sino al 1993, io credo che sia importante questa sera provare a interrogarsi sulle motivazioni generali che determinano l’esistenza e la persistenza nel corso di più di un cinquantennio di storia repubblicana di questo scarto incolmabile tra verità storica e verità processuale, nonostante il mutare delle contingenze storiche, delle maggioranze politiche, eccetera.

E’ come se esistesse una costante strutturale che rimane sempre uguale a se stessa nonostante il succedersi degli avvenimenti. Questa costante – rispondo subito alla sua domanda – secondo me è la criminalità di alcuni settori delle classi dirigenti italiane che sono sempre state portatrici di una cultura anticostituzionale, illiberale e antidemocratica e nel corso della storia repubblicana hanno fatto ciclicamente ricorso alle stragi e all’omicidio politico come strumento ordinario di lotta politica delegando l’esecuzione di stragi e di omicidi politici a varie agenzie della violenza tra le quali la mafia siciliana, la banda della Magliana ed esponenti della destra eversiva.

E a questo proposito vorrei ricordare ai tanti giovani che ci sono qui, che l’Italia è un Paese assolutamente anomalo nel panorama delle moderne democrazie europee. Anomalo, direi, unico, perché, a differenza di quanto è avvenuto nella storia di tutti gli altri Paesi europei, esaminando la nostra storia nazionale, si può constatare come lo stragismo non costituisca nella storia italiana un evento eccezionale, episodico, legato a particolari contingenze storiche. Lo stragismo costituisce una costante della storia italiana che attraversa la monarchia, il fascismo, la prima repubblica e che inaugura la seconda repubblica. La lezione della storia, io credo, dimostra che lo stragismo, così come la corruzione e così come la mafia, fa parte della Costituzione materiale di questo Paese, costituisce una declinazione costante di un modo violento di praticare la lotta politica che dall’unità d’Italia giunge sino ai nostri giorni. In questa prospettiva storica le stragi del ’92 e del ’93 sono a mio parere nient’altro che l’ultima manifestazione in ordine temporale di questo codice della violenza politica iscritta nel DNA di alcuni settori delle nostre classi dirigenti.

Come dicevo prima nessuna storia nazionale europea è segnata come la storia italiana da una catena così lunga e ininterrotta di stragi. Tralasciando per ragioni di tempo tutte le stragi del periodo monarchico e di quello fascista e limitandoci soltanto alle stragi del periodo repubblicano, basti considerare che la storia della prima repubblica è stata inaugurata da una strage, la strage definita ormai una strage politica di Stato, quella di Portella della Ginestra del primo maggio del 1947, che inaugura in Sicilia la strategia della tensione che poi si svilupperà in tutto il resto del Paese negli anni ’60 e negli anni ’70. E poi, dopo la strage di Portella della Ginestra, la strage di Milano alla Banca dell’Agricoltura, la strage di piazza della Loggia a Brescia, la strage dell’Italicus, la strage di Bologna e via elencando sino alle stragi del 1992 e del 1993. E tra una strage e l’altra bisogna considerare tutti i progetti di strage che sono abortiti e una lunghissima serie di omicidi politici.

Sul piano storico io credo che esistono vari fattori che inducono a ritenere che la maggior parte di queste stragi e di tanti omicidi politici sia stata ordinata da mandanti eccellenti, da soggetti appartenenti cioè a settori delle classi dirigenti nazionali. Quali sono i fattori che inducono a formulare questa diagnosi? Provo a elencarne alcuni.

In primo luogo il sistematico depistaggio da parte di apparati dello Stato delle indagini della magistratura per individuare gli esecutori e i mandanti delle stragi. Il depistaggio delle indagini da parte di carabinieri, forze di polizia e alti magistrati per la strage di Portella della Ginestra è ormai stata ricostruita analiticamente in tutti i libri di storia. E furono depistate anche le indagini sulla strage di Milano alla Banca dell’Agricoltura creando la falsa pista degli anarchici e di Valpreda che consentì di coprire per lungo tempo i veri esecutori materiali. E forse ricorderete che a Bologna è stata emessa una sentenza definitiva di condanna contro esponenti dei servizi segreti condannati per avere depistato le indagini. E forse saprete che anche le indagini di piazza della Loggia sono state depistate.

E questi depistaggi non sono consistiti soltanto nel dirottare le indagini su false piste, per coprire i veri esecutori materiali e coprire i mandanti, ma anche nel fare sparire documenti che custodivano segreti scottanti sugli arcana imperii e sui crimini del potere.

Pensiamo ad esempio alla sparizione delle bobine che contenevano la registrazione degli interrogatori condotti dalle Brigate Rosse nei confronti di Aldo Moro, registrazioni che contenevano anche rivelazioni sui retroscena delle stragi degli anni ’70 come comunicarono le Brigate Rosse in un comunicato e che tuttavia non sono state mai trascritte nei memoriali, né le Brigate Rosse incarcerate hanno mai voluto parlare di questo argomento.

E pensiamo ancora alla sparizione delle carte che il giornalista Carmine Pecorelli, editore della rivista OP, era riuscito ad avere che contenevano segreti scottanti che lui centellinava sulla propria rivista OP con messaggi criptati facendo tremare tutti i palazzi del potere.

E per le stragi di mafia pensiamo alla sparizione dei documenti che il generale Dalla Chiesa custodiva e che aveva incaricato la moglie di portare a chi di dovere qualora fosse stato assassinato. Ma gli assassini di Dalla Chiesa sapevano che la moglie di Dalla Chiesa conosceva quel posto e la uccisero volutamente cioè Emanuela Setti Carraro non morì perché si trovava nella traiettoria di sparo di Carlo Alberto Dalla Chiesa: i killer fecero il giro della macchina e la uccisero venendo meno alla tradizione che negli omicidi di mafia le donne non si uccidono se non necessario. Quindi bisognava tappare la bocca a una possibile testimone di documenti scottanti. E potremmo continuare con altri esempi di documenti che sono fatti sparire.

Ecco, quello che mi pare che meriti di essere meditato è che la casistica che ho appena indicato evidenzia l’esistenza di una sorta di canovaccio costante, di una sorta di protocollo operativo che attraversa il tempo e che troviamo applicato anche nelle stragi del ’92 e del ’93. Di questo protocollo operativo fa parte l’intervento immediato della squadra dei cosiddetti “ripulitori”, cioè di soggetti che sono incaricati di fare sparire documenti compromettenti.

Questo protocollo mi pare sia stato attuato nel gennaio del 1993 mediante la sparizione dei documenti scottanti custoditi nella casa di Salvatore Riina, documenti in grado di tirare giù tutti i santi del Paradiso, quando consideriamo che con due soli bigliettini trovati nelle tasche di Riina al momento dell’arresto è stato possibile fare un’indagine importantissima che riguardava alcuni patrimoni illegali. Forse la storia di questo Paese e quella delle indagini sulle stragi sarebbe cambiata se la magistratura avesse potuto mettere le mani su quell’archivio, di Riina, un archivio da cui Riina non si separava mai e che portava con sé quando si allontanava dalla casa per andare in ferie o per trasferimenti che superavano i pochi giorni.

E la squadra dei ripulitori è scesa in campo anche quando ha fatto sparire l’agenda rossa di Paolo Borsellino, che evidentemente conteneva notizie tali da consentire di ricostruire il gioco grande del potere, di cui secondo me la trattativa è soltanto un momento, che si giocava dietro le stragi e che inghiottì come in un gorgo malefico la vita di Paolo e dei ragazzi della scorta. Ed è altamente probabile che in quell’agenda vi fosse un filo d’Arianna seguendo il quale probabilmente saremmo arrivati nelle stesse stanze del potere a cui portavano le carte che sono fatte sparire dalla casa di Riina.

Ecco, questi pochi elementi possono già dare il senso di un gioco truccato, cioè di un gioco in cui la magistratura non deve misurarsi soltanto con gli uomini di Cosa Nostra, i quali tutto sommato hanno risorse e possibilità limitate, ma deve misurarsi anche con soggetti i quali entrano in campo in momenti e in luoghi cruciali per alterare il corso delle indagini, riuscendo ad essere presenti con una tempestività e con una professionalità che dimostra che hanno alle spalle delle strutture organizzative collaudate e dotate di straordinario know-how tecnico-professionale.

Ma il depistaggio delle indagini non è stato organizzato soltanto facendo sparire i documenti: non staremmo qui a discutere se avessimo quei documenti tra le mani. Si è realizzato anche con la creazione di falsi collaboratori costruiti in laboratorio che hanno depistato le indagini della magistratura sulla strage di via D’Amelio. Il ruolo istituzionale che ricopro non mi consente di entrare nei dettagli di questo argomento, ma
certo è che i falsi collaboratori che hanno determinato il depistaggio delle indagini di via D’Amelio non si sono auto presentati da soli: sono stati introdotti da esponenti delle forze di polizia, la cui corresponsabilità nella costruzione di quelle false dichiarazioni è ancora in corso di accertamento
e quindi più di tanto non posso dire. Certo è però che i vertici allora in libertà di Cosa Nostra sapevano bene che quelli erano falsi collaboratori costruiti a tavolino e tuttavia non hanno reagito come sarebbe stato logico reagire, giustiziando cioè coloro che per mera ambizione personale di carriera avevano costruito false prove a carico di persone che non avevano partecipato alla strage. Perché i vertici di Cosa Nostra subirono passivamente? Forse perché si convinsero che quella non era un’iniziativa individuale di alcuni poliziotti che volevano fare carriera, ma era piuttosto un depistaggio pilotato dall’alto da un potere così alto da non poter essere sfidato impunemente. Un potere che si doveva subire in quel momento, ma con il quale poi si poteva trattare una soluzione concordata, lasciando che gli scheletri restassero negli armadi. Ad esempio mediante una trattativa come quella proposta da Pietro Aglieri alla cui famiglia mafiosa i falsi collaboratori avevano addossato falsamente la responsabilità dell’esecuzione della strage.

Non so se le indagini consentiranno di dare risposta a questi e ad altri interrogativi, ma è certo che molti conti non tornano. Certo è che fa riflettere che ai silenzi tombali dei capi mafia che sono a conoscenza dei retroscena delle stragi si sommino anche quelli altrettanto tombali di tanti vertici statali e politici.

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa condotta da suo padre Vito nel 1992 hanno innescato una sorta di sagra degli smemorati di Collegno di Stato, alcuni dei quali, sentitisi chiamare in causa, solo a distanza di più di un quindicennio dalla strage di Capaci si sono finalmente decisi a rivelare alla magistratura e alla Commissione parlamentare antimafia frammenti di fatti e circostanze che disperatamente noi in questi quindici anni avevamo cercato di far venire alla luce e che aprono degli spiragli su quella trattativa che non potendo passare sulla testa di Paolo Borsellino, passò sul suo cadavere.

Ho detto all’inizio che vi sono vari fattori che inducono a ritenere che dietro molte delle stragi della storia italiana vi sono dei mandanti eccellenti che appartengono alla classe dirigente. Ne ho indicato uno, ne indico un altro.
Il secondo fattore è la sistematica eliminazione di tutti gli esecutori materiali delle stragi, che erano depositari di segreti eccellenti e che minacciavano di rivelare i nomi dei mandanti.

Tutti gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra furono assassinati. Io non voglio attardarmi sul punto, ma qualcosa va ricordato. Anche in quella vicenda si svolse una trattativa vergognosa alla luce pubblica. Il bandito Giuliano, che era quello che fece la strage, denunciò sulla stampa il nome del principale mandante politico della strage, dopo essersi reso conto di essere stato usato e di essere stato scaricato. Si illuse di potere ricattare i mandanti e di contrattare la sua impunità e un rifugio dorato all’estero continuando a mandare messaggi sulla stampa. Si svolse così per diversi mesi una trattativa: Giuliano che faceva i nomi dei mandanti della strage e emissari segreti che contattavano Giuliano. Alla fine lo convinsero che accettavano le sue condizioni ma che in cambio lui doveva sottoscrivere un memoriale in cui si assumeva la responsabilità esclusiva di quella strage. Giuliano cadde nella trappola, firmò il memoriale e così si condannò a morte. La sua morte, dopo la trattativa, fu addirittura annunciata sulla stampa. In un reportage da Montelepre intitolato “Giuliano sa tutto e per questo deve morire”, il giornalista Alberto Jacovello scrisse: “Giuliano conosce esecutori e mandanti della strage. E qui il gioco diventa grosso. Giuliano comincia a sapere troppe cose. Se lo prendono, parla. Messana, l’ispettore di polizia, non lo prenderà. Oppure lo prenderà in certe condizioni. Morto e con i suoi documenti distrutti, se ne ha.” Questo accadeva sulla stampa. Proprio perché bisognava occultare la trattativa segreta tra Giuliano e i mandanti eccellenti, fu inscenato che Giuliano era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri, mentre invece era stato tradito e ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta che era anche suo cugino. A Pisciotta era stata promessa dai mandanti eccellenti l’impunità, ma quando le promesse non furono mantenute e Pisciotta minacciò a sua volta di fare i nomi dei mandanti eccellenti, fu assassinato in carcere con un caffè corretto alla stricnina. E insieme a lui e dopo di lui furono uccisi tutti gli altri esecutori che erano a conoscenza di quei segreti.

Per citare un altro caso, vorrei ricordare che il 1 aprile del 1981 fu assassinato nel carcere di Novara Ermanno Buzzi, che era stato condannato in primo grado quale esecutore materiale della strage di piazza della Loggia a Brescia. Ermanno Buzzi fu assassinato subito dopo che aveva dichiarato di volere collaborare con la magistratura e di fare i nomi dei mandanti eccellenti.

Perché ho citato questi precedenti? Non certo per fare storiografia questa sera, ma perché ciò che è accaduto in passato offre un’importante chiave di lettura che può aiutare a decifrare i silenzi tombali di coloro che oggi conoscono i retroscena delle stragi del 1992 e del 1993. L’eliminazione di tutti gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra che avevano osato minacciare di fare i nomi dei mandanti eccellenti, è stata, come mi disse una volta il collaboratore Marino Mannoia, una lectio magistralis che gli uomini della mafia militare non hanno mai dimenticato. Potremmo riassumere questa lectio magistralis nei seguenti termini: mai illudersi di potere sfidare e ricattare il potere dei mandanti eccellenti interni alla classe dirigente, perché hanno mezzi e strumenti superiori a quelli della mafia militare e perché, come mi disse Marino Mannoia, cane non mangia cane. Cosa vuol dire? Che alla fine le varie componenti della classe dirigente trovano comunque un accomodamento politico e chi rischia di farne le spese sono gli esecutori materiali che non si adeguano alle transazioni di vertice. Questo è il motivo che faceva dire a Gaetano Badalamenti, il quale di criminalità del potere se ne intendeva, “noi non possiamo fare la guerra allo Stato”, cioè noi non possiamo fare la guerra alla classe dirigente che occupa lo Stato.

Tutto ciò può forse contribuire a spiegare perché tanti di coloro che sanno i segreti delle stragi del ’92 e del ’93 ritengono che attualmente non vi siano le condizioni per parlare, sfidando un potere ancora così forte e così in sella e così interno forse allo Stato, che è in grado di raggiungerti anche all’interno della cella più superprotetta, suicidandoti, o che è in grado di ammazzare i tuoi familiari anche nei luoghi più protetti.

E forse questa potrebbe essere una chiave di lettura della strana morte di Antonino Gioè, boss di Altofonte, uno degli esecutori materiali della strage di Capaci, che fu trovato morto in carcere, suicida apparentemente, con accanto una strana e criptata lettera nella quale faceva riferimento a suoi contatti con uomini vicini ai servizi segreti. E ancora questa forse potrebbe essere la chiave di lettura di quanto è accaduto al collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, il quale ha riferito che quando la sua collaborazione era assolutamente segreta, tanto segreta che neanche io lo sapevo, all’interno del carcere era stato contattato da uomini che lo avevano invitato a suicidarsi e che per questo motivo gli avevano lasciato un sacchettino di plastica col quale soffocarsi. E questa, ancora, forse potrebbe essere la chiave di lettura dell’omicidio di Ilardo, cognato di Giuseppe Madonia, a conoscenza di alcuni segreti sui retroscena delle stragi, assassinato pochi giorni prima che iniziasse a collaborare ufficialmente con la magistratura, dopo che per mesi aveva svolto il compito di infiltrato confidente e che aveva portato all’arresto di vari capimafia e che aveva fatto scoprire il luogo in cui si nascondeva Provenzano. E che dire – e qui mi fermo – dei silenzi meditati di Giuseppe Graviano che sembra dare l’impressione di attendere il corso degli eventi amministrando nel frattempo sapientemente i terribili segreti di cui è depositario in modo da poter lucrare in futuro il massimo dei vantaggi possibili senza rischiare nel frattempo di fare la fine che è riservata a tutti gli esecutori materiali che non sanno tenere la bocca chiusa.

Prima ho detto che vari indizi inducono a ritenere che dietro le stragi si sia svolto quello che Giovanni Falcone chiamava il gioco grande, cioè un war game nazionale interno ad alcuni settori della classe dirigente. Vorrei indicare e ricordare alcuni degli indizi che chiamano in causa il coinvolgimento di livelli superiori a quelli di Cosa Nostra.

Le stragi di Capaci e di via D’Amelio furono ripetutamente annunciate prima della loro esecuzione. L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini per la strage di Bologna, il 4 marzo del 1992, mentre era detenuto in carcere, scrisse una lettera indirizzata al giudice istruttore per anticipargli che nel periodo marzo-luglio del 1992 si sarebbero verificati fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi di uomini politici. Puntualmente, pochi giorni dopo, il 12 marzo fu ucciso l’europarlamentare Lima e nel maggio e nel luglio ci furono le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di matrice masso-politico-mafiosa, esattamente come ci riferirono poi anni dopo alcuni collaboratori di giustizia. Come faceva Ciolini a sapere e a prevedere?

Ma non basta. Il 22 maggio del 1992 l’agenzia di stampa Repubblica, dove collaboravano l’andreottiano Vittorio Sbardella e uomini vicini ai servizi segreti, annunciava che di lì a poco si sarebbe verificato un grande botto, nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a mettere fuori gioco nella corsa alla Presidenza della Repubblica, che in quel momento si svolgeva, il candidato favorito Andreotti. Puntualmente l’indomani, ventiquattrore dopo, vi fu la strage di Capaci che come sapete mise fuori gioco Andreotti nella corsa alla Presidenza della Repubblica e anni dopo il collaboratore Giovanni Brusca ci disse che la tempistica di quella strage era stata scelta da Riina proprio per alterare l’andamento della corsa alla Presidenza della Repubblica e per mettere fuori gioco Andreotti che era stato un traditore che non aveva mantenuto le sue promesse nei confronti di Cosa Nostra.

Ma non basta. Sempre l’agenzia Repubblica il 19 marzo del 1992, pochi giorni dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, annunciò che quello era soltanto l’inizio di una strategia della tensione che si sarebbe sviluppata nei mesi successivi e che aveva come obiettivo la balcanizzazione del Paese e la destabilizzazione politica. Qualche anno dopo il collaboratore di giustizia Leonardo Messina ci disse che alla fine del 1991 nelle campagne di Enna la commissione regionale di Cosa Nostra aveva messo a punto un piano che corrispondeva esattamente a quello che era stato descritto anni prima pochi giorni dopo l’omicidio Lima.

Come facevano tutti costoro a sapere con tanto anticipo quello che sarebbe accaduto? Erano tutti preveggenti? Avevano tutti la palla di vetro? Ecco perché ho parlato di un war game nazionale, di un gioco grande del potere che tira in ballo vari settori della classe dirigente che comunicavano tra di loro con articoli, linguaggi criptati che solo loro potevano capire, ma gli altri non potevano capire. E credo che non sia un caso che Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio ai tempi delle stragi del ’93, abbia ripetutamente dichiarato che è sua convinzione che dietro le stragi vi fosse un progetto di colpo di Stato che mirava a destabilizzare il suo governo ed il Paese.

C’è un ultimo fattore – e mi avvio alla conclusione – che merita riflessione e che ancora una volta induce a ritenere che dietro le stragi italiane, comprese quelle del 1992 e del 1993, vi sono
mandanti eccellenti appartenenti alle classi dirigenti di questo Paese e in grado di condizionare dall’interno gli apparati istituzionali e la stessa politica.

Il potere di cui sto parlando non soltanto ha ostacolato in mille modi l’azione della magistratura impedendo di risalire oltre il livello degli esecutori materiali, con depistaggi, falsi collaboratori, ma ha condannato all’impotenza anche il Parlamento italiano che non è stato mai in grado di fare luce sui retroscena delle stragi con le Commissioni parlamentari di inchiesta. Così dopo la strage di Portella della Ginestra, non fu possibile istituire una Commissione parlamentare di inchiesta, nonostante fosse stata richiesta a gran voce. E vorrei ricordare che la Commissione parlamentare sulle stragi neofasciste degli anni ’70-’80 è stata lasciata morire per tacito accordo trasversale di tutte le forze politiche senza che prima depositasse una relazione conclusiva e nonostante che per anni avesse assunto, con il potere dell’autorità giudiziaria, centinaia di testimonianze e raccolto migliaia di documenti. E la Commissione parlamentare antimafia per anni si è ben guardata dall’aprire un’inchiesta per accertare i retroscena delle stragi del ’92 e del ’93 e da quando sotto la presidenza del senatore Pisanu si è finalmente avventurata su questo terreno, rischia di arenarsi nelle sabbie mobili dei “non ricordo”, delle contraddizioni, delle reciproche smentite di tanti uomini di Stato e di politici chiamati a deporre che furono i protagonisti di quella terribile stagione.

E’ come se vi fosse la consapevolezza che fare luce sui retroscena di quelle stragi sarebbe come aprire un vaso di Pandora. Una parte dello Stato dovrebbe processare un’altra parte dello Stato o, se preferite, una parte della classe dirigente dovrebbe processare un’altra parte della classe dirigente con gravi effetti destabilizzanti per gli equilibri macropolitici del Paese. Così la polvere viene riposta sotto il tappeto, gli scheletri vengono rimessi negli armadi, poi il 2 agosto anniversario della strage di Bologna, il 23 maggio e il 19 luglio anniversari delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, i tanti sepolcri imbiancati che affollano le cerimonie ufficiali si battono ipocritamente il petto e celano dietro la coltre della retorica ufficiale le piaghe della nazione.

Ma queste piaghe purulente non possono restare ancora per lungo tempo celate perché rischiano di continuare a infettare irreparabilmente tutta la vita democratica del Paese, condannando questo nostro povero Paese a rivivere ciclicamente e drammaticamente il suo tragico passato.

Io credo, qui concludo, che questo nostro appuntamento annuale fuori dai luoghi dell’ufficialità – non è un caso che io da anni non partecipi alle cerimonie ufficiali ma partecipo soltanto alle cerimonie come queste – questo nostro appuntamento fuori dai luoghi dell’ufficialità assume il senso e il valore di una promessa reciproca.
Noi magistrati qualunque cosa accada continueremo ad andare avanti e a cercare di ricostruire la verità processuale. Voi però non smobilitate, continuate a battervi perché su questa vicenda non cada la coltre del silenzio o perché non si verifichi un’amnistia collettiva per amnesia collettiva e perché resti viva la memoria di quanto è accaduto.

Gli assassini hanno terrore della memoria. Il generale Videla, capo della giunta argentina che si rese responsabile di genocidi di massa, soleva ripetere: “La memoria è sovversiva”. E dunque restiamo tutti sovversivi della memoria e facciamo che gli assassini continuino a dormire notti insonni sino a quando non riusciremo a portarli sul banco degli imputati.

Roberto Scarpinato

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