14 agosto 2011

Mafia: L’esercito di Cosa nostra: 4.000 uomini d’onore e 8.000 fiancheggiatori



venerdì 12 agosto

Cosa nostra dispone di 300.000 voti: radicato il rapporto mafia-politica Settori di grande guadagno: edilizia, videopoker, distribuzione alimentare, estorsioni

Un documento inedito. Che Grandangolo pubblica in esclusiva e che Accade In Italia riprende grazie al consenso del Direttore di Grandangolo Franco Castaldo.

La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, che verrà presentato nei prossimi giorni. Grandangolo anticipa i tratti essenziali, evidenziando, tra l’altro, il sempre pericoloso rapporto tra mafia e politica (Cosa nostra dispone di 300.000 voti) con particolare riferimento alla provincia di Agrigento. “Si inizia dalla composizione interna della Direzione distrettuale antimafia che è costituita da un organico di 22 sostituti procuratori e 4 procuratori aggiunti che hanno la competenza territoriale sulle province di Palermo, Trapani ed Agrigento. L’ufficio attualmente è in gravissima difficoltà in quanto alcuni magistrati sono sul punto di essere trasferiti avendo superato il limite decennale di permanenza presso la Procura, termine che si abbassa a otto anni per gli aggiunti. In particolare, la Direzione distrettuale antimafia si articola in settori di competenza: la Provincia di Palermo è divisa in due parti, sud orientale e nord occidentale ed include le zone esterne denominate “Palermo 1” e “Palermo 2” e poi i settori di Palermo-Madonie, Trapani ed Agrigento. Una particolare attenzione è stata dedicata dall’ufficio al settore denominato “mafia ed economia” chiamata ad occuparsi di tutti i procedimenti del distretto in materia di criminalità economica indipendentemente dalle separazioni territoriali. Il metodo di lavoro è quello del pool investigativo che consiste nella conoscenza da parte dei magistrati di tutte le logiche criminose del territorio mediante una circolazione piena delle notizie. I verbali riassuntivi dei collaboratori di giustizia vengono fatti circolare tra i procuratori aggiunti i quali, essendo informati di tutte le dichiarazioni, sono in grado di orientare l’attività dei singoli sostituti.

Lo schema dell’organizzazione mafiosa è sempre lo stesso: “decine”, “famiglie”, “mandamenti” e “province”. Il “mandamento”, è un organismo di secondo grado che raggruppa più comuni o più quartieri della città mentre la provincia raggruppa tutti i “mandamenti” all’interno di una circoscrizione provinciale. Nella Sicilia occidentale sono stati recensiti 29 “mandamenti” e 94 “famiglie mafiose”. Trapani comprende 4 “mandamenti” e 17 “famiglie” con circa 720 individui. Sull’intero territorio si stima una forza complessiva di circa 3500-4000 soggetti, non tutti in libertà, ai quali vanno aggiunti i favoreggiatori, circa 8000 persone sfiorate solo da sospetti che vengono monitorate costantemente.

Le tre province secondo la struttura dell’organizzazione mafiosa hanno un loro reggente. Nella provincia di Trapani il reggente è Matteo Messina Denaro, latitante storico. Agrigento, sino a poco tempo addietro aveva il suo reggente in Giuseppe Falsone, di recente arrestato a Marsiglia e già estradato in Italia. Nella “provincia” di Palermo, storicamente la più importante perché ha sempre espresso il “capo” della mafia siciliana, la situazione è fluida in quanto i recenti arresti, anche di latitanti, hanno azzerato le gerarchie superiori. Attualmente nella provincia di Palermo non sussiste una reggenza riconosciuta universalmente.
L’aspetto più singolare della mafia di “Cosa nostra” è la persistenza nel tempo di questo schema organizzativo che ha una fortissima implicazione territoriale. Il suo punto di forza, infatti, non risiede nel contenuto di violenza che esprime, bensì nel fortissimo radicamento territoriale.
La mafia è nel territorio, controlla il territorio e cerca di farlo meglio dello Stato.
Sono questi i due elementi di pericolosità della mafia che rendono difficilissima la sua repressione. Il luogo storico in cui “Cosa nostra” è nata e si è sviluppata è il territorio delle province di Palermo, Trapani ed Agrigento. La mafia, inoltre, è solo quella siciliana per gli anzidetti elementi di pericolosità. Le altre mafie sono associazioni criminali pericolosissime e violente ma, non avendo questo tipo di implicazione territoriale sono facilmente riconoscibili ed isolabili. Attualmente la “cupola mafiosa” sembrerebbe non esistere in quanto da alcune intercettazioni si è appreso che la mafia, non essendo riuscita a ricostituire le sue strutture di comando, non ha più compiuto gesti eclatanti. I procedimenti di sostituzione dei capi sono lentissimi e passano attraverso una serie di regole molto rigide che non possono essere violate. Attualmente, dopo l’arresto dei capi mafia storici e dopo la stagione delle stragi, l’organizzazione si trova in un momento di debolezza istituzionale ed operativa relativamente al solo aspetto militare. Le strutture di comando vengono sempre ricostituite puntualmente ma il livello dei capi è qualitativamente peggiorato; inoltre non ci sono più (ad eccezione di Gaspare Spatuzza) collaboratori di giustizia di grande spessore.
Occorre, però, precisare che la mafia non è vinta o distrutta, ma attualmente è solo contenuta, in quanto è stata costretta ad immergersi, sommergersi, inabissarsi o occultarsi, come dir si voglia, conservando intatta la sua micidiale potenza e la sua vocazione alla violenza, tant’è vero che si è verificato qualche omicidio, chirurgicamente mirato, e sono stati anche sequestrati depositi di armi.
Complessivamente, negli ultimi quattro anni, si sono verificati otto omicidi di mafia in ragione di due all’anno che costituisce una numero molto basso in confronto alle varie decine di omicidi all’anno verificatisi in passato. La vera sterzata alle strategie di “Cosa nostra” si è avuta nel momento in cui il posto di Totò Riina è stato preso da Bernardo Provenzano; successivamente tutti i capi che hanno fatto seguito a quest’ultimo sono rimasti fedeli alle sue linee strategiche. È stata abbandonata la strategia stragista e la mafia ha ripiegato sulle attività criminali tradizionali (come le estorsioni, che gli studiosi distinguono in “predatorie” e “tangenti”).

Gli imprenditori che svolgono attività nel settore dei lavori pubblici prima di iniziare i lavori si “mettono a posto” pagando il 3% sull’importo lordo degli appalti, ovvero assumendo personale consigliato dai mafiosi o assegnando a ditte di mafiosi, subappalti, forniture di cemento, movimento terra e l’esecuzione di determinate lavorazioni, ricavando, da tutte queste attività, ingentissime somme di denaro. In particolare, la mafia nel settore del cemento ha una presenza economica propria negli stabilimenti di produzione, con il possesso di una serie di macchinari di cantiere e di ogni sorta di bene strumentale alle costruzioni (peraltro, trattandosi di beni solitamente intestati a prestanome, non sempre è facile sottoporli a sequestro).
Il vero guadagno della mafia non proviene dalle estorsioni “predatorie”, il cosiddetto “pizzo”, che viene riscosso due volte l’anno. Con l’estorsione la mafia manifesta il potere in funzione del controllo del territorio ed il ricavato serve al suo mantenimento, a quello dei carcerati e delle loro famiglie. Il grosso dei guadagni la mafia lo ricava dalle c.d. “messe a posto”, dalle macchinette dei videopoker o dalla droga che importa. “Cosa nostra” non ha più, come negli anni 70, la leadership internazionale del traffico di stupefacenti, che raffinava dopo avere importato la materia prima. Il ricavato delle predette attività è stato riversato nel settore dell’edilizia e l’investimento si è rivelato disastroso a seguito dei numerosi sequestri. Sono stati scoperti singoli investimenti anche negli Stati Uniti d’America, ma in generale questi investimenti sono difficilissimi da individuare perchè gli accordi internazionali, in presenza di trattati, passano attraverso una lenta e complessa attività rogatoriale. In ordine ai reinvestimenti all’estero, le indagini hanno accertato un canale di riciclaggio che da Palermo, attraverso la Svizzera, si dirigeva verso i paradisi fiscali delle Bahamas, dove sono stati sequestrati alcune decine di milioni di euro in partecipazioni societarie.

Altro settore privilegiato dall’organizzazione mafiosa è quello della grande distribuzione commerciale, ove la mafia privilegia le concessione in franchising.
La mafia - che ottiene facilmente le autorizzazioni commerciali e dispone anche di adeguati locali - è privilegiata dalle grandi catene di distribuzione, che sono ben felici di fare affari con i mafiosi. Con i supermercati la mafia perpetua il potere sul territorio, in quanto realizza un alto rapporto tra impiego di capitale e numero di persone occupate, offrendo così la possibilità di lavorare non soltanto ai figli di mafiosi, ma anche a persone estranee all’organizzazione che vengono così gratificate e rimangono ad essa grate.
Nel settore economico si opera con i sequestri penali in senso stretto e l’intervento viene duplicato in sede di prevenzione. Se, infatti, il bene sfugge al sequestro nel corso del procedimento penale (cosa che può avvenire in sede di riesame), difficilmente può sfuggire in sede di procedimento di prevenzione, che richiede un livello probatorio più basso. Altro elemento positivo nel contrasto al fenomeno mafioso è stata la cattura dei più importanti latitanti (attualmente manca all’appello solo Matteo Messina Denaro, essendo stato arrestato nei mesi scorsi il boss Gerlandino Messina), cui hanno contribuito l’enorme impegno delle forze di polizia ma anche la magistratura, con una complessa serie di attività (intercettazioni audiovideo, impiego di Gps, ecc.), che possono essere autorizzate solo dall’Autorità Giudiziaria. È stata positiva la reazione della società civile con Confindustria, Confcommercio e le associazioni di “Addio Pizzo” e “Libero Futuro” anche se le denunce degli estorti sono perimetrate entro il limite delle decine e molti imprenditori che pagano il “pizzo” negano di pagarlo, come è emerso dalle indagini effettuate più di recente anche a mezzo di intercettazioni telefoniche.

Sul piano elettorale, 3500- 4000 mafiosi sono un numero consistente, in quanto riescono a influenzare un gran numero di elettori con i quali si relazionano. È possibile stimare riduttivamente la forza elettorale della mafia tra 200.000 e 300.000 voti che, se distribuiti in alcune realtà locali, incidono in maniera consistente nella scelta degli amministratori.
Per quanto riguarda Trapani, emerge una scelta contraria all’uso della violenza della sua provincia, ove sembrerebbe regnare una sorta di pax mafiosa (anche con poche estorsioni “predatorie”). Sussiste, invece, una fortissima tendenza all’affarismo con una mescolanza di soggetti appartenenti alla mafia ed all’imprenditoria. Ad Agrigento, la mafia è potenzialmente più violenta con le estorsioni che sono praticate con grandissimo impegno e senza alcuna esenzione, neanche per gli imprenditori mafiosi che negano di essere tali solo perché sono oggetto di estorsione. In passato il territorio dell’agrigentino è stato teatro di violente guerre tra la mafia e la “Stidda”, organizzazione criminale parallela e diversa dalla mafia. Quanto a Palermo, la situazione è fluida per la distribuzione delle strutture di comando e per l’incertezza dei nuovi quadri dirigenti, con il tentativo dei vari “mandamenti” di contattarsi tra di loro e di raggiungere accordi anche con “cosa nostra” degli Stati Uniti d’ America. Come area di future criticità si segnala la possibile esplosione di una guerra di mafia nel triangolo Corleone, San Giuseppe Iato e Partinico. Il “mandamento” di quest’ultima località tenta una parte egemone per alcune presenze di soggetti rimessi in libertà dopo il loro arresto, anche se il muoversi in guerra tra di loro passa attraverso una serie di decisioni che i capi detenuti non sono in grado di prendere e di padroneggiare.

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