13 agosto 2011

Vita e morte di Attilio Manca, l'urologo che curo' Provenzano


Dal 16 luglio 2010 la famiglia attende la decisione del gip di Viterbo sul presunto (e anomalo) suicidio del giovane e brillante medico, da sempre mancino, ma trovato con un buco nel braccio sinistro. I dubbi sulla morte riassunti in 30 punti della difesa che non hanno trovato ancora risposta. L'isolamento della comunita' barcellonese fino alle intimidazioni ai familiari che non hanno mai smesso di chiedere verita'.
di Sonny Foschino e Antonio Parlato
E’ la mattina dell’11 febbraio 2004 quando a casa Manca, in una via centrale di Barcellona Pozzo di Gotto, squilla il telefono. Sono circa le nove e trenta. La signora Manca è intenta a lavare le stoviglie dopo la colazione consumata col marito Gino che nel frattempo si sta radendo in bagno.
Lascia i piatti e si precipita al telefono. Risponde. È Attilio.
Attilio Manca ha quasi 35 anni, e’ un figlio modello, un siciliano come tanti costretto a dover lasciare la propria terra per realizzare un sogno: quello di diventare un medico all’avanguardia. E’ specializzato in urologia, ed e’ tra i piu’ bravi in Italia: tra i pochissimi, forse l’unico, ad eseguire con successo l’intervento di prostatectomia radicale per via laparoscopica, l’asportazione del tumore alla prostata in modo veloce e poco invasivo. Attilio e’ un ragazzo straordinario; un uomo legato alla vita e alla famiglia; agli amici, al lavoro e alle passioni giornaliere. Ma Attilio, e questo e’ un particolare da tenere sempre presente in questa storia, e’ figlio di Barcellona Pozzo di Gotto, soprannominata in questi anni la Corleone della Provincia diMessina, crocevia di mafia, politica e poteri occulti, citta’ simbolo dell’intesa ‘’mafia-Stato’’, visto che qui il ministero degli Interni non e’ riuscito a sciogliere per mafia il consiglio comunale nonostante una relazione di otre 300 pagine ne descrivesse nel dettaglio le infiltrazioni mafiose. Cittadina che solo recentemente pare avviata verso un difficile percorso di riscatto e rinascita.

Ma torniamo a quella mattina. Visibilmente stupita dato l’orario inconsueto della telefonata (generalmente Attilio chiamava sua mamma appena rientrato dal lavoro, e quindi nel tardo pomeriggio) la donna chiede preoccupata cosa fosse successo.
"E’ stata una telefonata strana, insolita. Era scosso nella voce. Un cambiamento che ho avuto modo di percepire nell’ultimo periodo. Attilio era un ragazzo intraprendente; amava uscire, divertirsi, soprattutto quando da Viterbo tornava a Barcellona per un periodo di riposo. Da qualche mese prima di quel maledetto febbraio del 2004, Attilio era cambiato. Pareva essersi chiuso in un guscio. Durante le vacanze di Natale, trascorse a casa da noi, passava le sue giornate a leggere, in continuazione, e l’umore non era quello abituale".

Ma fermiamoci sull’ultima telefonata.
"Mamma, devi farmi aggiustare la moto perché quando torno, in estate, la voglio trovare pronta."
Mamma Angela, colta alla sprovvista, fa notare al figlio che non era comprensibile il senso della richiesta sia per l’orario della telefonata che per il periodo ben lontano dall’estate.
"Attilio, ma che dici? Siamo solo a Febbraio. Piuttosto, quando intendi tornare a Barcellona per le ferie?"
Attilio risponde con un freddo distacco.
"Non lo so."
Quella telefonata tuttavia lascia la signora Angela con un senso di preoccupazione, avendo percepito del turbamento nel tono del figlio. Magicamente questa chiamata è sparita dai tabulati. Qualcuno, addirittura, ha sostenuto che questo colloquio telefonico fosse solo frutto della suggestione, del dolore di una madre in pena. Un colpo di spugna che porta via una prova chiave mai presa in considerazione dagli inquirenti.

A distanza di circa 12 ore da quella mattina, Attilio Manca viene assassinato nella sua abitazione di Viterbo. Il 12 febbraio del 2004, alle ore 11, il cadavere viene ritrovato riverso sul letto, in una pozza di sangue.
Le prime ricostruzioni indicheranno il decesso come suicidio per overdose causata da un mix di droghe pesanti e alcool. A sostegno di questa ipotesi vi sono le due famigerate siringhe con le quali Attilio si sarebbe somministrato la droga, iniettandola nel polso sinistro. Per chi non conosce Attilio la cosa può anche apparire plausibile, logica.
Il problema è di altra natura: come poteva un tossicodipendente operare con tecniche sofisticate in un settore così delicato come il suo ed effettuare interventi spesso lunghi pure dieci ore? Tra l’altro l’autopsia ha dimostrato che non vi sono altri buchi sui polsi d’Attilio tali da poter accertare la tossicodipendenza stessa. Ma l’ipotesi suicidio decade non tanto per il suo carattere, la sua professionalità e la sua personalità, quanto per l’elemento determinante: Attilio era mancino. Un mancino “radicale”. Vi sono testimonianze video che attestano questa condizione. Per questo motivo è assolutamente improbabile che l’urologo, tutto d’un tratto, avesse deciso di utilizzare la mano destra per un gesto così estremo.
Ma c’è di più: gli elementi che confutano la tesi del suicidio sono plurimi e palesi.
Affermerà Don Luigi Ciotti: “Ho visto tanti ragazzi morire per overdose, ma nessuno di loro ha mai riscontrato emorragie esterne”.
In effetti il cadavere di Attilio Manca si presenta agli inquirenti sul letto della sua stanza, completamente denudato e in una pozza di sangue. Il setto nasale è visibilmente deviato. I termosifoni sono impostati a temperatura elevata. I pantaloni sono perfettamente ripiegati sulla sedia. I boxer e la maglia sono scomparsi. La casa era in perfetto ordine e tirata a lucido, tanto che gli infermieri e i colleghi, accorsi al momento del ritrovamento, rimasero stupiti da quella strana pulizia. ‘’Mio figlio viveva solo e non è che fosse un maniaco dell’ordine. Lavorava tutto il giorno e non aveva di certo il tempo per lucidare ogni angolo della casa. Era un’attenzione che dedicavo io nelle occasioni in cui io e mio marito andavamo a trovarlo. Di quella casa conoscevo ogni angolo, ogni cassetto, ogni singolo oggetto’’.

Sul luogo sono presenti dei ferri chirurgici. Certo, la risposta potrebbe sembrare scontata: ma a cosa sarebbe dovuta servire quella attrezzatura da sala operatoria? A cosa sarebbe dovuto servire l’ago con il filo ben inserito? Cosa o chi bisognava visitare o suturare? I coniugi Manca, spinti dal nipote Ugo Manca e dal primario Antonino Rizzotto, decidono di non vedere il cadavere di Attilio perché “sfigurato e quasi irriconoscibile”.
Un’infermiera dichiarerà poi: “era come se lo avessero spogliato della sua dignità”. Iniziano qui una serie di inspiegabili omissioni nella raccolta delle prove che lasciano sbigottiti. L’autopsia viene effettuata in meno di mezz’ora, quasi a volersi “liberare” immediatamente di un “peso” di tale entità. Su una delle due siringhe è presente, sebbene si ipotizzi sin da subito il suicidio dell’urologo, il DNA di un altro individuo (ma le siringhe non sono sterili e monouso? In casa non doveva esserci solo Attilio?), tra l’altro mai identificato, nonostante le varie sollecitazioni della famiglia. L’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia, ha chiesto per ben tre volte di rilevare le impronte digitali sulle siringhe ritrovate. Ad oggi tutte queste richieste risultano disattese.

Per la famiglia inizia un periodo di difficoltà nel vivere la quotidianità. Sono i genitori di un figlio morto per droga… gente da evitare.
A Barcellona Attilio viene etichettato come un comune drogato di turno, e ad essere infangata e’ non solo la memoria ma anche la dignità della famiglia. Angela, Gino e Gianluca Manca attraversano mesi di buio, d’oscurità.
Dovranno aspettare il gennaio del 2005 quando la chiave di lettura della vicenda irrompe sulla scena: nelle intercettazioni del mafioso Francesco Pastoia si fa riferimento ad un urologo che avrebbe visitato il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano nel suo rifugio. E ad una puntata di “Chi l’ha visto?” il procuratore Grasso parla di un viaggio di Provenzano a Marsiglia che il boss avrebbe compiuto per sottoporsi ad un intervento alla prostata.
Ed ecco che il quadro comincia ad assumere i giusti contorni..
Nel 2003 Attilio Manca era l’unico medico in grado di effettuare la prostatectomia radicale per via laparoscopica,metodo all’avanguardia e poco invasivo. Tra l’altro, con questa nuova metodologia, il tempo di degenza e di conseguente riabilitazione si riduce drasticamente. Il boss Provenzano non poteva di certo concedersi lunghi soggiorni in Francia, e, perlopiù, immobile in una stanza d’ospedale della clinica “La Casamance ” di Aubagne.

A questo punto per la famiglia ogni dubbio viene meno: Attilio Manca era stato presente, forse inconsapevole dell’identità del paziente, in quella sala operatoria. Ma perche’ papa’ e mamma di Attilio sono cosi’ sicuri?
Perche’ in quello stesso periodo, Attilio si trovava a Marsiglia. Lo dice egli stesso ai suoi genitori, invitandoli a venire in Francia. Ma le indagini lacunose continuano a trascurare questo fondamentale dettaglio; nessuno si è mai preso la briga di approfondire questo aspetto, omettendo l’esame dei tabulati telefonici. Dove si trovava Attilio Manca nel periodo che va dal 22 ottobre al 4 novembre (periodo di ricovero di Provenzano) e, soprattutto, perché?
Di conseguenza i coniugi Manca iniziano a fare pressione affinché vengano chiariti i reali retroscena della morte di Attilio, non più suicida ma probabile vittima di un omicidio: un omicidio di mafia.
Solo un uomo può fare chiarezza sulla questione: Francesco Pastoia. Era stato proprio lui, nelle sue telefonate, ad aver affermato che Provenzano era stato visitato da un medico Italiano.
Ma il 28 gennaio 2005 Pastoia viene trovato impiccato nella sua cella.
Tutti gli elementi sembrano convergere verso l’unica soluzione plausibile: la verità deve essere tenuta nascosta.

Inizia dunque un periodo di vita complesso per Angela e Gino. Sgarbi e provocazioni non solo dall’antistato e dai volti malavitosi locali, ma anche dalle istituzioni (per così dire) locali. L’affissione, ad esempio, all’entrata del cimitero, di un cartello che vietava l’ingresso ai cani, affisso dopo l’incontro di Argo (il cane della famiglia Manca) con un rappresentante delle istituzioni sopracitate.
Intanto, però, la gente, la cittadinanza attiva, inizia a fare rete. Dopo un iniziale e convinto distacco, quasi disprezzo, sia per la figura di Attilio che per la famiglia, i cittadini barcellonesi prendono coscienza del fatto che la verità è un’altra ed è ben diversa. Le stesse persone che, per strada, evitavano di incrociare Gino Manca che tornava dal panettiere, adesso si fermano e sussurrano al suo orecchio: siamo con voi. Sono tante le associazioni nate spontaneamente e anche fuori dal territorio siciliano che tengono giornalmente vivo il ricordo di Attilio, soprattutto tramite il social network facebook, dove l’attivismo raggiunge livelli alti. Anche in provincia di Messina si inizia a parlare “dell’urologo barcellonese”. Angela e Gino entrano a far parte dell’associazione “Familiari vittime di mafia”. Nel “Il giardino dei Giusti”, istituito dall’associazione Libera a Milazzo, viene dedicato un albero ad Attilio Manca. I giovani iniziano ad invitare i testimoni diretti, unici veri difensori del figlio, a varie conferenze e tavole rotonde, dove è forte il desiderio di far luce sulle verità negate.

Ma intanto il Giudice delle indagini preliminari Salvatore Fanti presso il tribunale di Viterbo, il 16 luglio del 2010, si riserva di decidere in merito alla terza richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Attilio Manca, promettendo una decisione in tempi brevi.
A distanza di un anno il gip Fanti non ha ancora ufficializzato nessun provvedimento.
Ma se la memoria di Attilio inizia pian piano a divenire una causa comune di ricerca della verità, i coniugi Manca sono da più di un anno soggetti alle più meschine e vili persecuzioni.
Dal 2005 presso l’abitazione Manca, in via Spagnolo a Barcellona, iniziano ad aleggiare odori forti, sgradevoli, irritanti, soprattutto nel bagno, dove vi è più forte concentrazione. Le conseguenze per Angela e Gino sono visibili. Al pronto soccorso vengono riscontrati gonfiori alle labbra, agli occhi, con conseguente lacrimazioni e difficoltà respiratorie. L’episodio viene immediatamente segnalato alle forze dell’ordine che, tramite la polizia scientifica, eseguono delle analisi prelevando dei tamponi. Inviati per le analisi di laboratorio, si sconosce ad oggi l’esito degli esami. Ma gli episodi continuano. Il 23 maggio 2011 si ripete lo stesso fenomeno con gli stessi sintomi. Viene anche questa volta richiesto intervento dei vigili del fuoco che, provvisti di attrezzature adeguate, riescono a rilevare la tossicità delle sostanze presenti nell’ambiente, soprattutto nei pressi del bagno. I Manca sono pertanto invitati a lasciare l’abitazione per motivi di incolumità. Nel mese di luglio, davanti all’abitazione di Barcellona, viene fatto esplodere un ordigno. Nel giro di pochi istanti il quartiere si riempie di un fumo intenso e biancastro, alto oltre dieci metri. La famiglia muove denuncia contro ignoti.

Perché tanto odio? Perché intimidire due “folli” ben lontani dalla verità sulla morte del figlio?
Perché ritirare dal commercio il libro “L'Enigma Attilio Manca’’ dove vengono riportati tutti i tratti salienti di questa ignobile vicenda? Perché ad oggi è in atto un iter giudiziario da parte del procuratore di Messina Franco Cassata contro terrelibere.org (casa editrice del libro sopracitato) che richiede il tempestivo ritiro del volume?

È strano vedere così tanto interesse sia da parte dei signorotti locali che cercano di intimidire e ridurre al silenzio per un semplice caso di suicidio. Ed ancora più strano è notare come la “Barcellona bene” stia lottando affinché le verità non vengano promulgate. Quella stessa “Barcellona bene” accorsa numerosa e commossa ai funerali di Attilio e che si è precipitata nel porgere le condoglianze ad una madre piegata fisicamente dal dolore, ma moralmente convinta nella ricerca della verità e della giustizia per il figlio. Tra questi anche Rosario Cattafi, recentemente balzato agli onori della cronaca e additato come reggente indiscusso degli affari del boss Santapaola. La stessa “Barcellona bene” che in quella triste occasione sussurrò all’orecchio di Gianluca Manca: “adesso sei un uomo d’onore”.

La verità è una sola e non è lontana; la mano, ancora insanguinata, è più vicina che mai, probabilmente a meno di “cento passi”.

In questa Barcellona, legata da “corde”, da “intrighi di palazzo”, dove i lupi siedono a tavola con gli agnelli, dove anche gli insospettati possono divenire protagonisti indiscussi, c’è forse spazio per la voce di chi urla dal basso, di chi chiede giustizia e di chi invoca futuro e speranza per la propria città, per troppo tempo messa in ginocchio da quel “gioco scellerato” chiamato mafia-poteri occulti.
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