27 settembre 2011

NUOVO CICLONE GIUDIZIARIO SULL'ENI


di ALESSANDRO DE PASCALE [ 17/09/2011]

Al telefono usavano nomi in codice, tipo «Lupo, Maradona, Panatta, zio Tom». Le informazioni riservate, come le gare d'appalto, i contratti o le aziende da far vincere, erano «contenute su chiavette usb che si scambiavano e poi distruggevano». Infine, i movimenti di denaro che avvenivano sempre «estero su estero» tramite «societa' di comodo» create ad hoc. Non c'e' che dire, il «gruppo affaristico» di cui parla il pm della procura di Milano Fabio De Pasquale, formato da «dirigenti infedeli del gruppo Eni e faccendieri» allo scopo di «influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare d'appalto» in Iraq, Kuwait e Kazakhistan, avrebbe utilizzato tutte le precauzioni del caso per non essere scoperto. Ma la magistratura e' riuscita lo stesso a mettersi sui loro passi e indagare su un grande giro di tangenti.
Il gigante a partecipazione statale Eni, prima societa' per capitalizzazione nella Borsa italiana e quinto gruppo petrolifero mondiale, e' cosi' finito indagato per «corruzione internazionale». Mentre al vicepresidente della controllata Saipem spa, Nerio Capanna, al capo del progetto Zubair in Iraq, Diego Braghi, e a tre intermediari ed ex manager del settore, Massimo Guidotti, Stefano Borghi ed Enrico Pondini, e' contestato anche il reato di «associazione a delinquere». Ma presto potrebbero essere iscritte sul registro degli indagati «altre persone gia' identificate o in via di identificazione».

Il nuovo ciclone giudiziario in cui incappa l'Eni coinvolge per la prima volta la gestione dell'attuale amministratore delegato, Paolo Scaroni, che guida il colosso petrolifero dal 2005. Dal quartier generale fanno sapere che «Eni e Saipem, in quanto parti lese dai comportamenti contestati, hanno immediatamente disposto provvedimenti disciplinari e cautelari nei confronti dei dipendenti coinvolti», aggiungendo che «intendono mettere in atto tutte le iniziative a tutela dei propri interessi e della propria immagine, in particolare nei confronti delle persone fisiche e giuridiche che risulteranno coinvolte nelle condotte illecite».

Sono almeno sei mesi che la procura di Milano indaga sulle attivita' estere del gruppo, soprattutto in Iraq e Kuwait dove, oltre ai propri pozzi petroliferi, l'Eni e' diventata stazione appaltante per la costruzione di numerose infrastrutture. La magistratura ha messo sotto la lente d'ingrandimento, e non e' la prima volta, proprio i «contatti preesistenti con funzionari pubblici stranieri e canali interni al gruppo Eni» per gestire questi appalti miliardari.
Per lavorare in queste vere e proprie «citta' cantiere», organizzate dall'Eni «chiavi in mano» per conto dei governi locali, delle grandi aziende italiane dell'ingegneristica e delle costruzioni avrebbero pagato o si sarebbero rese disponibili a versare tangenti.
Il 21 giugno scorso sono state effettuate numerose perquisizioni in uffici e abitazioni private di diverse citta' italiane, oltre che in Svizzera, Gran Bretagna e Israele. Nel tentativo di mettersi al riparo da possibili intercettazioni, gli indagati si mantenevano in contatto tramite delle sim card lituane inserite nei cellulari. «È una cosa particolare, e' proprio li' il bello, non sono rintracciabili per niente», assicura uno degli indagati. Braghi si faceva chiamare Maradona, il vice presidente Saipem Capanna zio Tom. Ma non e' servito. In primo luogo perche' la procura di Milano stava gia' indagando sul gruppo petrolifero per altre inchieste, tra cui quella su una maxi evasione delle accise da 1,7 miliardi di euro per la fornitura di gas nelle abitazioni private italiane.
Ma soprattutto, per la testimonianza dell'ex dirigente dell'Eni a Mosca, Mauro Reali, che ha raccontato ai magistrati quali sono i metodi utilizzati per la gestione degli appalti.
Al centro dell'indagine, soprattutto l'Iraq e il Kuwait. Due giacimenti delicati per l'Eni, sia a livello economico che geopolitico. Il primo contratto risale al 22 gennaio 2010 e venne firmato da Scaroni in persona a Bagdad: 20 miliardi di dollari di investimenti in 25 anni per 68 pozzi entro il 2013, da dove estrarre 700mila barili al giorno. È l'intesa piu' grossa mai conclusa dall'Eni, tra le altre cose in un Paese che galleggia sul secondo piu' importante giacimento al mondo, dopo l'Arabia Saudita.

In campo un consorzio internazionale, formato al 32 per cento dall'Eni, al 23 dall'americana Oxy-Occidental Petroleum Corporation, al 18 dalla coreana Kogas-Korea Gas Corporation e il resto nelle mani di due societa' petrolifere statali dell'Iraq (South Oil Company e Missan Oil Company). In cambio avrebbero pero' dovuto impegnarsi nella ricostruzione del Paese. Nel caso dell'Eni, i lavori sono a Zubair, nei pressi di Bassora, proprio nell'area dove fino al 2006 erano schierate le nostre truppe.
Il secondo giacimento si chiama invece Jurassic Field e si trova nel nord del Kuwait. È destinato a prelevare 150mila barili al giorno. Il contratto per l'esplorazione da un miliardo e mezzo di dollari tra la Saipem e la societa' kuwaitiana Kharafi, venne siglato il 16 dicembre 2010 alla Farnesina, alla presenza del ministro degli Esteri Franco Frattini. La magistratura indaga inoltre anche sul giacimento di gas naturale di Kashagan, in Kazakhstan.
Per influire «illecitamente nell'aggiudicazione delle gare all'estero», il gruppo si sarebbe avvalso di due societa' «di comodo», la G.M. Oil e Gas srl e la Bemberg srl, costituite all'estero tramite una fiduciaria di Lugano, con conti bancari in Svizzera, ma con sedi operative a San Donato Milanese, nel Regno Unito e in Olanda. Alle aziende disposte a pagare tangenti, avrebbero fornito informazioni riservate: i requisiti richiesti per partecipare agli «appalti pilotati». «Hai visto cosa gli ho scritto io? Gli ho detto: nonostante fossi il piu' caro abbiamo fatto il possibile per fartelo prendere», racconta il 17 gennaio 2011 Braghi a uno degli intermediari della Elliwan, riferendosi agli appalti in Iraq. Del resto a capo del progetto Zubair c'era proprio lui. E lo mette subito in chiaro: «Se posso non li faccio vincere, giusto per il gusto di non farli vincere, preferisco perdere, cioe', ho piu' gusto, come si chiama, a non prendere niente».
Le mazzette sarebbero molto sostanziose, diverse decine di migliaia di euro. Per i magistrati finivano presso altre due societa', «costituite da dirigenti infedeli del gruppo Eni e faccendieri». Si tratta della Bewan Llp e della Elliwan Llp, entrambe con sede a Londra allo stesso indirizzo, Bedford Row. La procura e' riuscita anche a mettere le mani su contratto di «marketing and services agreement», firmato Guidotti, che contiene l'elenco di societa' che avrebbero partecipato agli appalti in accordo con la Elliwan. Sulla lista figurano importanti gruppi, come Ansaldo, Bonatti, Elettra Energia, Elettra Progetti e Renco. I magistrati stanno ora esaminando le loro posizioni, anche se si dicono certi di aver gia' rintracciato i flussi finanziari su conti esteri riconducibili ad importanti dirigenti Eni, oltre a ritenere di poter provare alcune consegne di denaro avvenute tra un'azienda e manager del gruppo che seguivano proprio l'assegnazione degli appalti in questione. Segno che i pagamenti sarebbero avvenuti tramite due diversi canali: bonifici o consegne delle bustarelle.

L'ultima tangente sarebbe stata versata e «intercettata» dalla Finanza il 5 e 6 maggio scorsi. Riguarda proprio il progetto Eni a Zubair, in Iraq. Il 2 aprile 2011 un imprenditore si lamenta: «Io non avevo capito “il sistema Paese”, e' ancora peggio di quello che aspettavo». E il mediatore Guidotti risponde «no, e' che negli altri Paesi il problema lo trovavi risolto perche' lo risolveva l'Eni a monte, ora te lo fanno risolvere a te l'Eni, eh eh». Quanto avviene a Capodanno 2010 ha invece del surreale. Borghi e Pondini, due mediatori indagati, avevano chiamato il manager di una societa' coinvolta per annunciargli «uno scambio d'auguri e quella cosina li'», probabilmente la busta con i soldi. Peccato che avviene un tragico errore: «Ma hai preso la busta sbagliata? Ti avevo detto c'era la tasca gonfia e la tasca piatta».
Gli atti giudiziari sfiorano anche la Basilicata e in particolare il giacimento di Tempa Rossa, alle porte di Potenza. Un giacimento di petrolio e gas naturale del quale l'Eni ha venduto nel 2002 il proprio 25 per cento alla Total. Proprio su quest'ultima compagnia, la procura di Potenza avvio' a fine 2008 un'indagine per corruzione, chiedendo alla Camera anche l'arresto del deputato del Pd, Salvatore Margiotta, poi assolto. A Tempa Rossa l'Eni e' tuttora «presente come “operatore” nelle concessioni: le attivita' di perforazione, infatti, sono gestite da Saipem, cosi' come l'affidamento delle attivita' di manutenzione del Centro olio e dei pozzi e' gestita da Saipem Energy Service».
Il vicepresidente Saipem, Nerio Capanna, cita spesso il «discorso Tempa Rossa» con un fornitore che ha il «problema di capire se si puo' andare avanti o no», perche' «siamo in tre, purtroppo». Ma Capanna taglia corto: «Vabbe' dai, ci parliamo a voce». Il 2 dicembre 2010 il fornitore parla invece con uno degli intermediari indagati e senza troppi giri di parole gli chiede: «Se devo chiamare i miei banchieri oltre cortina, posso dirgli che in settimana qualcosa arriva?». Al centro della telefonata c'erano proprio i giacimenti di Tempa Rossa e Zubair.

MAESTRI DI MAZZETTE
Non e' la prima volta che l'Eni inciampa in un'inchiesta sulla corruzione. Negli anni Novanta, durante Tangentopoli venne a galla un sistema di “fondi neri” per trasferire all'estero denaro destinato al finanziamento di partiti politici, con la famosa madre di tutte le tangenti all'Enimont. Sempre a Milano, Eni e' tuttora sotto processo per un giro di mazzette in Nigeria che pero' riguardavano il precedente management del gruppo. In ballo ci sarebbero tangenti per 182 milioni di dollari, pagate ai politici locali nell'arco di un decennio (1995 al 2004) dal consorzio Tskj al quale l'ex Snamprogetti (oggi incorporata in Saipem) partecipa col 25 per cento, composto poi dai francesi di Technip, dagli americani di Kbr-Halliburton e dai giapponesi di Jgc. La mazzette sarebbero state pagate per ottenere appalti da 6 miliardi di dollari in sei enormi impianti di estrazione e stoccaggio del gas liquefatto del giacimento nigeriano di Bonny Island, nel sud del Paese africano. A intascarle, quasi sicuramente, l'ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete (almeno un milione di dollari), l'ex presidente Olusegun Obasanjo (23 milioni) e il dittatore Sani Abacha (45 milioni), morto nel 1998 di infarto. Nel 2008 e' stato arrestato anche l'avvocato londinese Jeffrey Tesler, ritenuto il galoppino delle bustarelle.
Il processo di Milano, iniziato lo scorso 5 aprile, vede come imputati 5 ex manager Snamprogetti, ma e' prossimo alla prescrizione. L'indagine era stata avviata a Parigi nel 2006 per poi proseguire negli Usa, in Inghilterra, in Svizzera, in Nigeria e in Italia. Negli Stati Uniti, dove la giustizia funziona e la condanna era praticamente certa, Eni ha gia' patteggiato versando 365 milioni di dollari al Dipartimento della giustizia e alla Sec (la Consob americana) e 20 milioni alla Nigeria. Anche questo caso e' seguito dal pubblico ministero Fabio De Pasquale, che aveva avanzato anche una richiesta di misure interdittive a operare in Nigeria sia per Eni che Saipem, ritirata in seguito a 24 milioni di euro messi a disposizione della procura per il processo.
Sempre a Milano e' inoltre aperto un altro fascicolo per «corruzione internazionale» che stavolta riguarda le attivita' di Saipem in Algeria. Sotto la lente dei pm De Pasquale e Sergio Spadaro, due contratti del 2009: il Gk3 e il Galsi-Saipem-Technip. Il primo e' un gasdotto algerino che aumentera' la capacita' di un'altra pipeline (il Galsi) che dal Paese africano arrivera' in Toscana attraverso la Sardegna. Saipem si e' aggiudicata una tratta lunga circa 350 chilometri, che vale 580 milioni di dollari, per collegare Skikda a El-Kala, nel nordest. Il secondo e' di 10 milioni di euro e riguarda «la progettazione dell'ingegneria di base e di dettaglio della sezione a terra in Sardegna e Toscana», proprio del Galsi. Contratti affidati dal colosso energetico statale algerino Sonatrach, i cui vertici sono stati decapitati e accusati di malversazione e corruzione. Lo scandalo porto' inoltre alle dimissioni il potente ministro locale dell'Energia, Chakib Khelil. La procura di Milano vuole ora capire se dietro ai contratti ci siano mazzette pagate ai politici algerini.
Queste indagini, se si concludessero con delle condanne, confermerebbero quanto denunciato dal fondatore di Wikileaks. Per Julian Assange, Eni e' «la vera grande azienda corrotta italiana e il metodo che usa per aprire rapporti commerciali e relazioni industriali con i Paesi, in particolare quelli del terzo mondo, e' un vasto uso di mazzette e pagamenti non leciti».
A sostegno di queste affermazioni, Wikileaks avrebbe gia' consegnato ai principali giornali italiani i cable diplomatici statunitensi che getterebbero nuove ombre sugli affari esteri del colosso petrolifero italiano.
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