16 ottobre 2011

NUOVI GUAI PER SCARONI - PETROLIO NON OLET


di ALESSANDRO DE PASCALE [ 15/10/2011] da lavocedellevoci.it

Lo scorso numero ci siamo occupati del nuovo ciclone giudiziario della procura di Milano sull'Eni. Due fascicoli aperti e un processo, seguiti dal pubblico ministero Fabio De Pasquale, che coinvolgono il gigante energetico controllato dallo Stato italiano, prima societa' per capitalizzazione della Borsa di Milano e quinto gruppo petrolifero mondiale. Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, aggiunge che il nostro colosso petrolifero e' «la vera grande azienda corrotta italiana». Un duro parere maturato sulla base dei cablogrammi riservati della diplomazia Usa di cui e' entrata in possesso la sua organizzazione internazionale. Siamo andati a leggere quei cable dei quali, finora, nessun media ha dato notizia.
Partiamo dal processo all'Eni che riguarda un giro di mazzette in Nigeria. I cable statunitensi non ne parlano, tuttavia raccontano un altro scandalo corruzione in Africa che coinvolge la nostra compagnia petrolifera. Quello dell'Uganda. Sul lago Alberto, il settimo del continente, e' stato infatti trovato l'oro nero. Si stima che dalle sue rive si possano estrarre fino a 2 milioni di barili di petrolio. Una quantita' che potrebbe trasformare l'Uganda in uno di primi 50 produttori di petrolio al mondo, superando altri esportatori africani di greggio come il Gabon e la Guinea Equatoriale. Il primo cablogramma che parla di questo scandalo, e' stato scritto dall'ambasciatore Usa a Kampala, Jerry P. Lanier, nel dicembre 2009. Descrive gli innumerevoli «problemi che hanno le compagnie petrolifere occidentali per ottenere i diritti di sfruttamento e comprare i terreni». Cui si aggiungono le «preoccupazioni ecologiche e ambientali, dato che il greggio e' nella decima area piu' importante del mondo per livelli di biodiversita'». L'estrazione richiedera' «investimenti in infrastrutture per il trasporto del petrolio», come strade, ferrovie, quantificati nei «prossimi cinque anni in 3-4 miliardi di dollari», mentre «le sfide sul posto sono la produzione di energia e la gestione dei rifiuti».

ASSALTO ALL'UGANDA
Visto il boccone prelibato, scende in campo anche l'Eni. Il primo ad accusare il nostro gigante petrolifero nazionale di corruzione e' Andy Demetriou, responsabile relazioni esterne della compagnia inglese Tullow Oil che aveva sbaragliato la concorrenza nell'avviare i contatti con le autorita' locali. Il manager spiega all'ambasciatore Usa che l'Eni e' arrivata dopo, ma «ha pagato sia il presidente Museveni che i funzionari del ministero dell'Energia in cambio dei nostri diritti di esplorazione off-shore». Anche il sito internet dell'Eni, conferma l'incontro tra l'amministratore delegato della compagnia, Paolo Scaroni, e il potente presidente ugandese Yoweri Museveni, al potere dal 1986 e rieletto a febbraio tra le proteste dell'opposizione per altri cinque anni. E nel 2008 gia' coinvolto in uno scandalo corruzione da 7 milioni di dollari e accusato nel 2002 dall'Alta Corte di uso illecito di risorse pubbliche, intimidazioni e violenze durante la campagna elettorale.
Il faccia a faccia tra Scaroni e Museveni sarebbe avvenuto il 13 agosto 2009, per confermare la «forte intenzione della societa' di creare una partnership nuova e duratura con l'Uganda», si legge sul sito. Ma Demetriou si spinge oltre, «accusando l'Eni di aver usato tattiche simili anche nella Repubblica Democratica del Congo per acquisire le licenze di esplorazione anche sull'altra sponda del lago Alberto, soffiandole ancora una volta alla Tullow». L'obiettivo e' di esportare fino a «200mila barili di petrolio al giorno entro due anni». Il manager spiega poi che la sua societa' «non ha pagato tangenti o dato contributi ai funzionari ugandesi, nonostante le numerose dichiarazioni di alcuni membri dell'esecutivo che sostengono che la Tullow “non li aiuta”».
Anche Tim O'Hanlon, vice presidente della compagnia in Africa, conferma le accuse negli stessi termini, denunciando che sia «il ministro dell'Interno Patrick Amama Mbabazi che il titolare del dicastero dell'Energia Hilary Onek hanno ricevuto denaro dall'Eni».
E ormai anche chi non c'entra nulla, «come il ministro della Pesca Fred Mukisa, appoggiano pubblicamente la compagnia italiana». O'Hanlon aggiunge anche:
«l'Eni ha creato una societa' di copertura a Londra, la Holdings Tkl, attraverso i faccendieri Mark Christian e Mose' Seruje, per far arrivare i “fondi neri” destinati al ministro Mbabazi».
Meccanismo identico a quello descritto nella nuova indagine di Milano sulle mazzette Eni in Iraq e Kazakistan. L'ambasciatore Usa giunge alla conclusione che «i responsabili della Tullow credono che le loro attuali difficolta' con l'Eni e per le licenze off-shore derivino dal loro rifiuto di corrompere il governo ugandese».
A gennaio 2010 l'ambasciatore Usa a Kampala, Lanier, invia a Washington un altro cable che parla di un
«rapporto riservato dell'intelligence ugandese sui negoziati Eni». Dentro c'e' scritto che «i governi occidentali, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Svezia e Francia, si oppongono agli affari sporchi dell'Eni».
Ma soprattutto che la compagnia italiana «per facilitare l'accordo ha offerto ai funzionari ugandesi una “commissione” di 200 milioni di dollari». Il rapporto «individua nel ministro dell'Interno Mbabazi, segretario generale del Movimento di Resistenza Nazionale (Nrm), la persona che sta gestendo l'affare». Conferma inoltre
«l'uso di societa' di comodo» e parla di «numerose bustarelle per funzionari governativi e giornalisti»

. Infine la stoccata finale: «L'Eni corrompe la leadership di un Paese, costringendola a fare scelte politiche egoistiche e impopolari».

OPERAZIONE BABILONIA
Il cuore della nuova indagine milanese, come detto, riguarda invece il Kazakistan e l'Iraq. In quest'ultimo Paese, l'Eni e' diventata stazione appaltante per la costruzione di numerose infrastrutture. In cambio ha ottenuto dal governo locale la concessione del giacimento di Zubair, nel sud dell'Iraq, nei pressi di Bassora. Dove durante la missione Antica Babilonia erano schierati i nostri militari. In un cablogramma «confidenziale», scritto nel novembre 2009 dall'ambasciatore Usa a Baghdad, Christopher Hill, si legge che «il consorzio guidato dall'Eni e' il primo a firmare una serie di contratti petroliferi» con il governo locale, che nell'area «nei prossimi 6-8 anni verranno investiti 85 miliardi di dollari» e che Zubair vale ben «900mila barili al giorno».
Le prime accuse di corruzione arrivano gia' una decina di giorni dopo la firma del contratto, che risale al primo novembre 2009. Della trattativa per il governo locale si occupa Hussein al-Shahristani, attuale ministro dell'Energia. «Molti legali del governo iracheno e parlamentari - si legge ancora nel cable - sostengono che sulla base di una legge del 1967, solo il Consiglio dei Rappresentanti (il Parlamento iracheno) puo' approvare i contratti. Mentre Shahristani, sostenuto dal premier Maliki, ritiene che basta l'approvazione in Consiglio dei ministri».
Appena nove giorni dopo la firma con il consorzio guidato dall'Eni, il 10 novembre, «Shahristani viene convocato dal Comitato delle regioni», dove il vicepresidente della Commissione Gas e Petrolio «lo accusa di corruzione e di non aver rispettato le procedure». L'incontro avviene in una fase delicatissima per il governo. Perche' l'allora ministro delle Risorse naturali, Ashti Hawrami, si trova sotto inchiesta per insider trading sulla compagnia petrolifera norvegese Dno International. Shahristani alla fine ne esce pulito, ma i successivi cable della diplomazia Usa rivelano altri particolari interessanti sulla partita che si gioca interamente all'interno dell'esecutivo iracheno.
A fine dicembre 2009 il Consolato statunitense di Basrah, la capitale del governatorato di Bassora, rivela che l'esecutivo iracheno «continua a chiedere insistentemente modifiche ai contratti gia' siglati e accettati da tutti le parti». Pretendono di aggiungere o modificare una ventina di punti. Almeno due saltano subito all'occhio. Se ne parla in un successivo cablogramma del maggio 2010, scritto direttamente dall'Ambasciata di Baghdad per riferire a Washington che alcune compagnie hanno gia' accettato le modifiche.
Il primo punto e' «l'immunita' da procedimenti legali o giudizi nel caso sorgano controversie contrattuali». I commenti dell'ambasciatore Hill non lasciano spazio a interpretazioni: la nuova disposizione «permette alla Compagnia petrolifera nazionale dell'Iraq di invocare l'immunita' e quindi l'esenzione da obblighi di legge, sanzioni, risarcimenti danni e controversie derivanti dal contratto». Il governo iracheno «con la sua gestione trasparente dell'affare petrolio ci aveva fatto una buona impressione, ora a rischio». Le altre modifiche importanti riguardano invece «l'eliminazione della garanzia di esenzione doganale per l'ingresso di beni e attrezzature; la garanzia per tutti i contratti da parte dalla societa' capofila; l'impossibilita' per la compagnia petrolifera nazionale irachena di essere dichiarata inadempiente». Scelte che, sempre per la diplomazia Usa, sono «inaccettabili», perche' costituirebbero «un pericoloso precedente» che potrebbe «provocare molti danni».

L'OMBRELLO SULLE MAZZETTE
Nonostante le proteste di Washington e Bruxelles, quasi tutte le compagnie petrolifere internazionali alla fine accettano le nuove condizioni e firmano i contratti modificati. Cosa e' successo in quei mesi all'interno del governo iracheno nessuno puo' saperlo. Ma una cosa e' certa. Le istituzioni di Baghdad si dotano di un grande ombrello per ripararsi da eventuali piogge di mazzette, sentenze, lodi arbitrali e richieste di risarcimento danni, «opponendosi alla loro applicazione dinanzi a un tribunale o alle autorita' governative». Di fatto, si garantiscono dell'immunita' per contratto. A rispondere davanti alla legge di eventuali reati non saranno quindi nemmeno i subappaltatori, ma direttamente le societa' capofila dei consorzi e si dovranno inoltre pagare i dazi doganali per fare arrivare i materiali nel Paese.
I cable forniscono anche una possibile spiegazione all'uso di banche e societa' svizzere e inglesi per il giro di mazzette: «Alcune imprese, tra cui Halliburton e Schlumberger, hanno riferito che il sistema bancario iracheno e' totalmente inadeguato. È difficile trovare una banca irachena in grado di gestire in modo efficiente transazioni per milioni di dollari».

OFF SHORE SUL CASPIO
L'altro Paese al centro dell'indagine per corruzione e' il Kazakistan, ex repubblica sovietica a cavallo tra Europa e Asia. Le piattaforme off-shore sul Mar Caspio spunteranno come i funghi. Inutile dire che anche in questo caso le compagnie occidentali sono in prima linea per cercare di accaparrarsi i nuovi contratti. Un cable «confidenziale», scritto il 29 gennaio 2010 dall'ambasciatrice Usa ad Astana, Pamela Spratlen, riferisce di un colloquio che la diplomatica ha avuto con Dan Houser, vice presidente per l'Europa e l'Asia centrale della McDermott, compagnia statunitense attiva nel settore dell'energia fin dal 1923 che si occupa in tutto il mondo della costruzione di piattaforme off-shore. Anche sulla sponda kazaka del Caspio, dove e' prevista l'estrazione di 12mila tonnellate di gas l'anno.
Houser denuncia che il primo problema che ha incontrato la McDermott nell'operare in Kazakistan e' «identificare la struttura proprietaria di partner e concorrenti», in quanto «e' difficile capire chi possiede cosa» per «l'assenza di trasparenza». Inoltre nello Stato transcontinentale «tutte le strade portano a TK (Timur Kulibayev, il miliardario kazako genero del presidente Nursultan Nazarbayev)». Il giovane magnate (45 anni) ha ricoperto numerosi incarichi nelle principali imprese statali che gestiscono le risorse naturali del Paese e tuttora ha un'enorme influenza nel settore petrolifero, essendo membro del consiglio di amministrazione del colosso russo Gazprom. In Svizzera la Procura federale lo accusa di riciclaggio. Dalla fine del 2010 Kulibayev e' infatti sotto inchiesta a Zurigo per un bonifico di 600 milioni di dollari trasferiti da un conto acceso presso l'Ubs al Credit Suisse. Per gli inquirenti elvetici sono i proventi delle tangenti che avrebbe intascato dalle compagnie occidentali per i contratti petroliferi, quando era il numero uno della compagnia statale KazTransOil di cui e' stato presidente dal 2000 al 2005.
«Houser - continua il cable - ci ha spiegato che tutti i concorrenti della McDermott che operano nella regione hanno potenti sponsor politici ed efficaci lobbisti. Per esempio, l'italiana Saipem (gruppo Eni, ndr) e il gruppo Lancaster, sono presieduti da Nurlan Kapparov, ex vice ministro dell'Energia e delle Risorse minerali, gia' numero uno della Kazakh Oil, poi diventata KazMunaiGas (Kmg) che ha creato la joint-venture Ersai».
Secondo Houser i «collegamenti con Kulibayev» sono «gestiti dalla sede di Singapore». Tanto per non dare nell'occhio, visto che all'interno del regime kazako la corruzione sarebbe all'ordine del giorno. Il 27 gennaio, due giorni prima dell'invio del cablogramma Usa, Mukhtar Ablyazov, ex presidente della Banca TuranAlem (Bta), la terza del Kazakistan, «ha lasciato il Paese dopo essere stato accusato di appropriazione indebita e frode finanziaria». Avrebbe sottratto alla Bta miliardi di dollari, che sarebbero il frutto «dell'illecita cessione del 25 per cento della compagnia AktobeMunaiGas nelle mani dello Stato, alla China National Petroleum. Il tutto ad un prezzo di molto inferiore rispetto al valore di mercato». Il cable lamenta l'esistenza di una vera e propria «cultura della corruzione» in Kazakistan. «Appena siamo arrivati nel Paese con la McDermott - denuncia ancora il vice presidente della compagnia, Houser - siamo stati immediatamente avvicinati da un broker che sosteneva di poter aiutare la nostra azienda nell'ottenere i contratti. Ma abbiamo declinato l'offerta».
Poco tempo dopo la Guardia di Finanza del Kazakistan «si presenta nella sede della societa' per un controllo e contesta alla McDermott l'uso di software senza licenza». Un modo per mettere sotto pressione l'azienda che «pero' risolve la questione, mostrando le licenze».
Houser rivela poi che «quando l'italiana Eni e' diventata il principale operatore del progetto Kashagan», giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano, «per gli appaltatori statunitensi e' stato difficile ricevere un trattamento onesto», a causa «dell'arrivo della societa' di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40 per cento dall'Eni», continua il cable.
L'ultimo aspetto interessante della conversazione tra l'ambasciatrice Usa ad Astana e il vice presidente della McDermott, riguarda proprio la rinegoziazione del contratti. In Kazakistan, secondo Houser, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche, come avvenuto in Iraq, ma «le compagnie estere, che cercano di rinegoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere». Chissa' se si riferisce al costo della corruzione.
fonte: lavocedellevoci.it
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