12 novembre 2011

Contestata al generale Mori la trattativa tra Stato e mafia


di AMDuemila - 11 novembre 2011

Palermo. Mario Mori avrebbe agito “per assicurare a se e ad altri il prodotto dei reati di cui agli articoli 338, 339, 110 e 416 bis, per i quali si procede separatamente, così in esecuzione dell'accordo che, in cambio della cessazione della strategia stragista di cosa nostra, prevedeva la concezione di benefici di varia natura alla medesima organizzazione criminale e il protrarsi della latitanza di Provenzano, garante mafioso del predetto accordo”.

L’accusa della procura di Palermo nei confronti dell’ex capo del Ros irrompe nel processo che vede alla sbarra lo stesso Mori insieme all’ex colonnello Mauro Obinu. I due imputati sono assenti, le nuove aggravanti si vanno ad aggiungere all’accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

Attualmente c’è un’indagine in corso sulla trattativa che vede indagati dalla procura di Palermo sia Mori che l’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno per attentato a corpo politico dello Stato, la stessa accusa contestata oggi al processo, insieme ai boss mafiosi Totò Riina, Bernardo Provenzano e Antonino Cinà che insieme ad altri soggetti – i cui nomi sono tuttora coperti da segreto – sono accusati di associazione mafiosa. Quella “cortina fumogena” che per tanti anni ha impedito agli investigatori di fare luce sul “patto scellerato” tra Cosa Nostra lo Stato italiano giorno dopo giorno continua a perdere di spessore. Quello che si intravede dalle prime feritoie scuote sempre di più le coscienze di chiunque abbia a cuore il futuro del proprio Paese. L’udienza odierna rappresenta a tutti gli effetti uno spartiacque.

Secondo l’accusa dei pm Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia il generale Mori acquisisce un ruolo determinante all’interno della trattativa che favorisce la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. Il passo successivo sarà quello di individuare i livelli superiori ai quali lo stesso Mori obbediva. A tal proposito Ingroia e Di Matteo hanno depositato oggi i verbali con le dichiarazioni rese ai pm di Caltanissetta da Agnese Borsellino nel mese di agosto del 2009 e successivamente nel mese di gennaio del 2010.
“Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo – racconta la vedova del giudice agli inquirenti –, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo”.
La prima volta che la signora Agnese parla con i magistrati afferma di non aver mai saputo “di una trattativa tra appartenenti al Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino o altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra o a servizi segreti ‘deviati’”. “Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo – ribadisce –, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi ‘deviati’. Non posso tuttavia escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l'avesse riferita, in quanto era in genere una persona estremamente riservata”. Il racconto della vedova Borsellino affronta comunque un nodo spinoso sul quale i magistrati nisseni stanno tuttora investigando. “Notai Paolo sconvolto – continua la signora Agnese –, e nell'occasione mi disse testualmente
‘ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu...’.
Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile”. Successivamente la vedova del giudice racconta agli inquirenti il timore di suo marito di essere assassinato con la complicità di altri soggetti, o con la colpevole indifferenza di “colleghi”. “Ricordo che mio marito mi disse testualmente che ‘c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato’. Me lo disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la ‘mafia in diretta’, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”.

Insieme ai verbali di Agnese Borsellino i pm palermitani hanno depositato ugualmente quello di Sebastiano Ardita, il dirigente del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ascoltato nei giorni scorsi dai pm di Palermo come persona informata dei fatti. Recentemente Ardita ha scritto il libro “Ricatto allo Stato” nel quale tra l’altro affronta uno dei pilastri della trattativa e cioè le revoche del regime carcerario del 41bis per alcuni detenuti quale possibile merce di scambio tra Stato e mafia in cambio della cessazione delle stragi. Tra i fatti citati da Ardita anche la nomina di Francesco Di Maggio a vicecapo del Dap. Sulla figura a dir poco ambigua del dott. Di Maggio nell’edizione odierna de l’Unità Nicola Biondo ha ricostruito l’episodio di una riunione straordinaria a Palazzo Chigi tra l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi e l’allora capo del Dap Adalberto Capriotti la notte delle bombe a Roma e Milano il 28 luglio 1993. In un verbale del 14 dicembre 2010 Adalberto Capriotti, racconta delle mancate proroghe del 41bis del novembre del 1993. Secondo Capriotti sarebbe stato proprio Di Maggio ad aver deciso di non prorogare il 41bis nell’autunno del 1993. “Nessuno mi ha mai detto niente a qualsiasi livello – spiega Capriotti al Procuratore Francesco Messineo e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava – ho saputo recentemente dai giornali della mancata proroga”. E aggiunge: “Ma penso che se ci fosse stata una revoca in massa così, me l’avrebbero detto…qualcuno forse ha suggerito”. “Quindi lei venne bypassato completamente”, chiedono i magistrati. “Si, si”, risponde senza tergiversare Capriotti. In un passaggio successivo dell’interrogatorio viene affrontata la questione della nomina di Francesco Di Maggio imposta a tutti gli effetti all’ex ministro Conso. “Da chi?”, chiedono i magistrati. “…per le vostre indagini, dovete guardare... al Capo di Gabinetto, una donna che si chiama Pomodoro, aveva un Vicecapo del Gabinetto che si chiamava Liliana Ferraro”. L’Unità cita infine un rapporto del Gico della Finanza del 1993 nel quale vengono menzionati i contatti tra Di Maggio e Filippo Bucalo, a capo dell’ufficio detenuti, con Saro Cattafi, potente avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), nonchè “compare d’anello” del capo della famiglia mafiosa barcellonese Giuseppe Gullotti, in contatto con i servizi segreti. Prossima udienza venerdì 9 dicembre.


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