19 novembre 2011

Forniture, buttafuori, commesse quando il pizzo si fa "creativo"


di FEDERICA ANGELI e FABIO TONACCI 17 novembre 2011

Commercianti costretti a comprare a prezzi fuori mercato prodotti che vengono dal Meridione. Esercenti obbligati a ospitare videopoker illegali o ad assumere vigilantes privati. Boutique del Centro dove lavorano "studentesse fuorisede" che vengono dal Sud e che in realtà sono raccomandate dai clan: sono tutte altre forme di estorsione.

Il pizzo delle forniture e della guardiania. Le mafie a Roma lavorano nell’ombra, quindi. Il racket da strada lo lasciano alle bande locali. Si fanno sentire, e molto, nel campo delle forniture, imponendo a decine di commercianti alcuni prodotti che, ovviamente, si fanno pagare il triplo del prezzo di mercato.
Le mozzarelle di un’azienda di Caserta, ad esempio. Una certa marca di amaro prodotto al Sud, diffusissimo sulle tavole dei ristoranti romani. I pomodori pachino di una particolare marca, la frutta di un’altra, il caffè. Merce da piazzare che interessa alle mafie perché prodotta dai loro affiliati.
"Sono stato obbligato per anni a rifornirmi dalle stesse ditte al mercato di Fondi - racconta Enzo, 53 anni, ex proprietario di uno stabilimento balneare di Ostia - la lista degli "amici" mi era stata imposta da un ragazzo che avevo assunto, giovanissimo, di appena 27 anni".
Un "insospettabile", insomma. Rimasto tale fino a quella mattina, una settimana dopo l’assunzione, in cui ha mostrato a Enzo un coltello. "Mi fece un paio di nomi di suoi referenti, tutti riconducibili a una banda del posto. Ma i nomi delle ditte che mi furono imposte da allora, con le minacce, arrivavano dall’"alto", da qualcuno legato ai Casalesi". Una storia conclusa nel 2009, quando Enzo si è rivolto a uno dei sette sportelli della rete antiracket Agisa in città.

"Anche questo è pizzo - spiega Lino Busà, presidente di Sos Impresa, organismo anti-estorsioni legato a Confesercenti - non si può quantificare come forma specifica di racket, ma esiste. Così come esiste un fenomeno, molto diffuso sul litorale romano e in strade chic come via Veneto, di racket della guardiania". Accade questo.
A locali, discoteche e bar viene imposta la security con un metodo molto “naturale”. Nei night dove non ci sono buttafuori si fanno scoppiare continue risse. Si assoldano gruppi di extracomunitari che, per una manciata di euro, a un certo punto della serata se le danno in mezzo alla pista, scatenando un fuggi fuggi generale della clientela. Dopo il terzo episodio, in genere, arriva una telefonata al proprietario di questo tenore: "Se non vuoi più casini nel tuo locale, ti conviene prendere vigilantes con gli attributi". Buttafuori privati, pagati il doppio e quasi tutti con l’accento del Sud.

Ed ecco infine che, dal pizzo della guardiania, si arriva all’ultima forma di estorsione in città: l’assunzione di commesse “raccomandate” e imposte dalla malavita organizzata. Proprio come l’acquisto della merce. Uno scambio che non impegna a pagare il pizzo mensilemente, ma che serve a sistemare amici e figli di amici. "Basta fare una passeggiata tra i negozi e le boutique delle strade del centro – conclude il segretario provinciale Ciotti – per accorgersi che quasi tutte le commesse parlano o siciliano o campano. Tante sono regolari, naturalmente. Alcune dicono di essere studentesse fuori sede che lavorano per pagarsi la rata dell’università. Ma se aspetti l’orario di chiusura, non puoi non notarle mentre salgono su macchine costosissime e lussuose". Il “racket delle commesse”, così lo hanno ribattezzato gli investigatori.




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