7 novembre 2011

GLI SBOCCHI POLITICI DEGLI INDIGNATI

Elio Veltri (foto)
di ELIO VELTRI [ 04/11/2011]

Non so se e quanto abbia influito sulla nascita del movimento degli “indignati” in Europa il libretto, venduto in milioni di copie, di Stephane Hessel, vecchio partigiano, 93 anni, allievo dell'Ena, Ecole Nationale d'Administration, militante di sinistra di cultura socialista, mai radicale, il quale ha contribuito a scrivere la Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo. Hessel sollecita i giovani: «prenez le relais, indignez vous». Prendete in mano la situazione, continuate a impegnarvi per cambiare questo mondo, indignatevi.
L'indignazione contro la rassegnazione, come risveglio delle coscienze e consapevolezza della necessita' di proseguire il cammino delle riforme e del cambiamento, che per Hessel rimane il programma della Resistenza Francese aggiornato ai tempi nostri, e non come sterile ribellismo senza sbocchi. Negli ultimi 40 anni, in pochi paesi occidentali i movimenti di protesta sindacali e spontanei sono stati cosi' imponenti come nel nostro, dal ‘68 al ‘77 fino ai girotondi.
La domanda che serenamente bisogna porsi senza infingimenti e ipocrisie e' la seguente: milioni di persone in piazza sono riuscite a influire sulle scelte della politica? I partiti sono migliorati, sono diventati piu' democratici, trasparenti, capaci di progettare il futuro e di programmare per governare? Le riforme sono state fatte? La legge urbanistica del ‘42 e' stata riformata? I comuni hanno difeso l'ambiente e il territorio? Le Regioni hanno governato in maniera diversa dallo Stato e i cittadini hanno avvertito come piu' vicini e sensibili alle loro esigenze i governi regionali? Gli strumenti di democrazia dei lavoratori all'interno dei luoghi di lavoro hanno avuto maggiore peso sulle decisioni delle aziende? I sindacati sono esempi di democrazia? I posti di lavoro stabili sono aumentati? Tutto questo, nonostante l'impegno di milioni di persone, i viaggi della speranza a Roma in treno e in autobus a proprie spese, l'indignazione collettiva, la rabbia, diventata molte volte violenza anche gratuita (come quel sabato a Roma), non e' avvenuto.
Non sto dicendo che non e' avvenuto perche' le manifestazioni, le proteste dei cittadini, l'indignazione non servono. Servono e come. Sono stato sempre convinto - non ho cambiato idea e cosi' mi sono comportato da sindaco - che una politica di riforme ha bisogno di due condizioni essenziali: la volonta' politica, la capacita' e le competenze, l'assoluta onesta', di chi sta nelle istituzioni, e la partecipazione democratica dei cittadini, anche attraverso l'uso corretto degli strumenti di democrazia diretta. Un sindaco, un presidene di regione, ma anche un capo del governo, se vuole riformare davvero, deve sperare - e non temere - che i cittadini partecipino con tutti gli strumenti della democrazia che Leggi e Statuti offrono e che, se non ci sono, devono essere proposti e realizzati.
Ma una forte partecipazione, anche arrabbiata, deve porsi il problema degli sbocchi politici, altrimenti diventa ribellismo inutile e controproducente. D'altronde, ci sara' anche un motivo, se questo nostro paese non ha mai fatto una rivoluzione come e' avvenuto in Francia, Inghilterra e America e per certi versi anche in Germania, dove la rivoluzione luterana ha inciso sulla cultura e l'assetto del capitalismo. Cola di Rienzo e Masaniello sono stati capi popolo, ma non hanno fatto la rivoluzione. L'unico tentativo serio e' stata la rivoluzione napoletana del ‘99 e per questo subito stroncata e soffocata nel sangue dai sanfedisti.
La violenza di Roma ha impedito alla stragrande maggioranza degli “indignati” di dire cosa hanno intenzione di fare, oltre che mandare a casa Berlusconi. Per quello, ci pensa gia' Bersani che lo ripete tutti i giorni. Sarebbe stato molto utile sapere se i giovani che si mobilitano hanno qualche proposta sul dopo e su un progetto, sia pure generale, di cambiamento, che non si limiti a slogan, come fanno alcuni capi partito delle opposizioni, che vanno bene per le televisioni, ma lasciano il tempo che trovano e non fermano il processo di putrefazione della nostra democrazia. Insomma, per essere piu' chiaro: si pongono il problema di sostituire almeno una parte del ceto politico attuale nelle istituzioni, a cominciare dai comuni fino al parlamento? Altrimenti succede quello che e' sempre avvenuto: i cittadini protestano e i partiti, diventati gruppi oligarchici, occupano stabilmente le istituzioni e usano, non certo nel modo migliore, le finanze del paese.
Io credo che questi movimenti dovrebbero darsi un minimo di organizzazione e chiamare a raccolta le intelligenze disponibili, che ci sono, ed elaborare alcune proposte fondamentali per cambiare il paese. Penso alle riforme di struttura delle istituzioni e dell'economia che servano a garantire ai giovani partecipazione alla vita pubblica e condizioni di lavoro e di vita decenti. Inoltre dovrebbero proporsi di sostituire, almeno in parte, la rappresentanza, a cominciare da quella dei comuni. Se la cosa e' difficile per il parlamento non lo e' per i comuni, dove si puo' fare una politica essenziale per garantire i servizi, difendere il territorio dalla crescita dissennata che sta devastando il paese, imporre partecipazione e strumenti che la favoriscano, come metodo di governo.
Le tre proposte di legge di iniziativa popolare, gia' scritte e pronte, su Riforma dei partiti, Precariato, Economia illegale e criminale ed evasione fiscale, che a mio parere, messe insieme, costituiscono la piu' consistente riforma di struttura degli ultimi 40 anni, le mettiamo a disposizione di chiunque voglia impegnarsi perche' la partecipazione alle lotte abbia sbocchi concreti e utili.

fonte: lavocedellevoci.it
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