11 novembre 2011

Revisione inammissibile. Bruno Contrada finirà di scontare la pena


di Monica Centofante - 8 novembre 2011

Non ci sarà alcuna revisione del processo all’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, condannato in via definitiva, il 10 maggio del 2007, a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha deciso nel primo pomeriggio la Corte d’Appello di Caltanissetta, chiamata a pronunciarsi sull’istanza di revisione formulata qualche mese fa dal legale di Contrada, Giuseppe Lipera e dichiarandola “inammissibile”.

Finisce così l’ennesimo capitolo della vicenda giudiziaria dell’ex numero 3 del Sisde condannato per aver protetto la latitanza di diversi boss di spicco, tra cui il capo dei capi Salvatore Riina. Un esito “abbastanza scontato”, ha commentato a caldo il sostituto procuratore generale nisseno Antonino Patti, che questa mattina ha ribadito in aula l’opposizione al processo di revisione. Il motivo, ha spiegato, è che “al di là del titanico sforzo dei difensori nel dimostrare l’emergere di nuovi elementi non c’era assolutamente nulla”.
Qualche mese fa, i legali di Contrada avevano infatti presentato supposti elementi di novità, tra cui alcune pagine del libro scritto da Antonio Ingroia, il magistrato che fu pubblico ministero nel primo processo contro l’ex funzionario del Sisde. Nel testo, intitolato “Nel labirinto degli dei”, l’odierno procuratore aggiunto di Palermo racconta di non aver utilizzato le dichiarazioni dell’ex pentito Vincenzo Scarantino, che aveva sostenuto di sapere molto sul dottor Contrada, poiché l’esito dei riscontri fu “sconfortante”. E perché lo stesso Scarantino gli era parso poco affidabile, sensazione più che mai corretta, visto che anni dopo si sarebbe scoperto che il pentito aveva dichiarato il falso nel corso del processo sulla strage di via D’Amelio.
Per gli avvocati la rivelazione del magistrato era da considerarsi “grave”, tanto che si chiesero il motivo per cui “non si indagò per capire le ragioni per cui Vincenzo Scarantino si determinò a fare quelle false propalazioni accusatorie nei confronti del dottor Contrada”. Domanda alla quale lo stesso Ingroia aveva risposto pubblicamente: se l’avvocato Lipera “avesse letto con attenzione” il libro, erano state le sue parole, avrebbe rilevato “che dicevo non, ovviamente, che a quell’epoca fossero stati acquisiti degli elementi di falsità nelle dichiarazioni di Scarantino ma che erano emersi degli elementi che non avevano consentito di riscontrare quelle dichiarazioni”.
Oggi la Corte d’Appello di Caltanissetta, com’era prevedibile, gli ha dato ragione, ma l’avvocato Lipera non si è dato per vinto e ha già fatto sapere che non intende fermarsi: “Non è finita qui – ha detto – faremo ricorso in Cassazione”. Mentre lo stesso Contrada ha commentato, citando Eugenio Montale, che “l’unica nostra speranza è l’imprevisto”. Poi si è diretto nella sua abitazione a Palermo, dove sta scontando la pena agli arresti domiciliari e da dove era uscito, nel luglio scorso, per essere risentito come persona informata dei fatti dai magistrati della procura di Caltanissetta che stanno indagando sulla strage di Via D’Amelio. Ne ha dato conferma oggi l’avvocato Lipera, ma questa è un’altra storia.

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