26 dicembre 2011

LA MAFIA DELL'OLIO


Sulle etichette c'è scritto "olio extravergine di oliva" e "made in Italy". In realtà è il risultato di disinvolte miscele di oli che vengono da Tunisia, Spagna, Grecia. Oli spesso difettosi ma soprattutto straordinariamente convenienti per i signori di questa "agromafia". Ma ora una maxi-inchiesta che Repubblica è in grado di rivelare sta per smascherare la filiera taroccata

di PAOLO BERIZZI 20 dicembre 2011

E' una raffinata frode commerciale che vede coinvolti una decina di marchi - un paio molto noti - e che fa finire sulle nostre tavole "olio extravergine di olive italiane" che in realtà viene da lontano. Vi raccontiamo - sulla base di un'inchiesta che sta per chiudersi - come funziona questo business illegale, con quali guadagni per chi lo controlla e a quali prezzi per noi consumatori
I signori dell’olio si sono inventati una secondogenitura. Non spremono più: trasformano. A modo loro. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia, e poi via, di nuovo fuori. Se la tirano da gran produttori del Made in Italy, da fuoriclasse dell’oro giallo più buono al mondo. E intanto ci rifilano il pacco, e noi lo beviamo. Olio extravergine d’oliva? E come no: però spagnolo, tunisino, greco, marocchino. Un flusso ininterrotto di miscele di oli "comunitari" e "non comunitari" viaggia ogni giorno verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna, lungo le rotte dei furbetti del frantoio. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di oli low cost prodotti nel bacino del Mediterraneo, roba che viene reimbottigliata nelle nostre aziende, dove acquista una nuova, falsa identità. Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). Anzi, i marchi. Nelle tasche dei padroni dell’olio entrano cinque miliardi di euro l’anno. Sulle nostre tavole, un bluff.

Chi sono i nuovi ràs delle olive taroccate? Come funziona il loro business? Ci sono una decina di etichette — una paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello: un blocco di imprese — produttori e distributori — alleate nel nome della speculazione fondata su una raffinata frode commerciale, sull’inganno subdolo del consumatore, su un modo di operare che è diventato “sistema” e che sta accumulando profitti patrimoniali enormi. Sono attive per lo più tra Centro e Sud Italia. Importano enormi quantità di olio dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Tunisia. In alcuni casi lo acquistano da società alle quali risultano collegate: stesso gruppo, stesso padrone, un’unica famiglia. Se comprano uno o se comprano cento, il prezzo è sempre lo stesso. Controllano i prezzi, controllano il mercato. Un tempo in queste rinomate aziende italiane si spremevano olive: oggi ci sono solo dei sylos. Cisterne che attraverso le idrovore mungono olio dai tir che lo trasportano fin qui dagli uliveti dell’Andalusia, o dalle sconfinate coltivazioni tunisine. E poi? Una bella etichetta italiana e via: l’extravergine italiano taroccato atterra sugli scaffali dei supermercati.

A rivelarlo è un’indagine, ancora in corso — ma che Repubblica è in grado di anticipare — condotta dall’Agenzia delle Dogane, dai detective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza, in collaborazione con Coldiretti. Non è la classica attività investigativa che porta alla scoperta di prodotti malconservati o scaduti. E’ un’esplorazione più tecnica, portata avanti con l’analisi incrociata di banche dati europee e accertamenti fiscali da una parte, e controlli sul territorio dall’altra. Una lente di ingrandimento posata sulla filiera dell’olio “mascherato”. Permette di capire parecchie cose: per esempio perché quattro bottiglie di olio extravergine su cinque battono ufficialmente bandiera italiana ma contengono prodotti stranieri (provenienti soprattutto da Spagna e Grecia). Prodotti, oltretutto, nascosti dietro etichette praticamente illeggibili. O perché quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa (studio Unaprol, Coldiretti e Symbola). E ancora: come mai, a fronte delle 250mila tonnellate di olio che esportiamo, ne importiamo 470mila (nel 2010 sono state 100mila in più). Dove vanno? Come vengono miscelate? A quanto le rivendono?

I boss internazionali dell'olio fanno incetta di miscele straniere a meno di 25 centesimi al chilo. Poi le trattano, le mescolano, le deodorano e le mettono sul mercato a prezzi ribassati, due/quattro euro al chilo, ma sempre con ricarichi importanti e con informazioni al cliente sostanzialmente false
"E’ qui che i signori dell’olio giocano la loro partita sleale — spiega Stefano Masini, responsabile consumi della Coldiretti —. C’è un gruppo di potere agroalimentare che sull’importazione e sull’assenza di tracciabilità delle “miscele” sta facendo fortune illegali. Così come per i rifiuti si parla di ecomafia, è arrivato il momento, anche per l’olio, di parlare di agromafia. Bisogna iniziare a aggredire i patrimoni". I capoccia dell’olio si sono evoluti. Non solo hanno individuato nuovi canali di approvvigionamento per la materia prima (che poi è anche l’ultima). Hanno pure capito come farla rendere al massimo. Nella relazione delle Dogane si ricostruisce, tonnellata per tonnellata, un sofisticato sistema di import export: una ragnatela europea fatta di incastri societari e ordinazioni milionarie, "flussi in entrata" e "flussi in uscita", importazioni "definitive" e "temporanee". Il tutto condito da anomalie fiscali, fatture gonfiate, proficui scambi intra e extra comunitari. Repubblica, per non pregiudicare l’esito delle indagini, per ora tiene coperti i nomi delle aziende finite nel mirino degli investigatori. Raccontiamo come funziona il meccanismo.

C’è questa parolina magica — "trasformazione" — di cui si è esteso il significato. In modo strumentale. Un tempo per trasformazione si intendeva la frangitura, la molitura: insomma il passaggio dall’oliva al suo nettare. Oggi se i boss internazionali dell’olio dicono che trasformano, può significare che ce la stanno facendo sotto il naso. Fanno incetta di olio spagnolo e tunisino. Lo pagano meno di 25 centesimi al chilo. In Italia lo miscelano, anzi, lo "trasformano", che è un termine più igienico, anche rassicurante. A volte la trasformazione è semplicemente l’imbottigliamento. In altri casi prevede degli innesti. Magari minimi. O il processo di deodorazione: si interviene con il vapore per eliminare i difetti (morchia, rancido, muffa, riscaldo, lubrificanti).

Chiamiamoli pure trucchi. In apparenza non lasciano traccia. C’è un motivo. In base al regolamento comunitario 182 del 6 marzo 2009, indicare la provenienza delle miscele ("di diversa origine") impiegate sarebbe obbligatorio. In realtà, in nove bottiglie su dieci le scritte che dovrebbero essere riportate — "miscele di oli di oliva comunitari", "miscele di oli d’oliva non comunitari", "miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari" — sono illeggibili. I caratteri sono talmente piccoli, e stampati in posizioni quasi nascoste, che per scorgerli bisognerebbe avere la lente d'ingrandimento. E’ uno dei paraventi dietro cui si nascondono i trafficoni. "L’ex ministro delle politiche agricole Saverio Romano quattro mesi fa aveva annunciato con grande enfasi un decreto che fissando delle dimensioni minime rendesse più leggibili queste etichette — ragiona Sergio Marini, presidente di Coldiretti —. Che fine ha fatto il decreto? Si è perso?".
Una volta etichettato l’olio straniero, i furbi distributori italiani lo piazzano a prezzi ribassati: nei discount, negli autogrill con le superofferte turistiche, nella grande distribuzione. Un euro e ottanta, due euro. Tre, quattro, al massimo. Un bel ricarico se si considerano i 23 o 25 centesimi del prezzo di acquisto. Fumo negli occhi del consumatore se si pensa che sull’etichetta spicca sempre, quella sì, bene in vista, la scritta olio extravergine d’oliva. Italiano.


"L’olio, rispetto ad altre produzioni agroalimentari, per esempio il vino, è un prodotto straordinariamente semplice — dice Amedeo De Franceschi, vice comandante dei Nafs della Forestale —. Vent’anni fa l’attività dei produttori era regolata da una legge europea che diceva: l’extravergine d’oliva è un prodotto ottenuto solo dalla spremitura meccanica delle olive.
Oggi è cambiato tutto. L’olio d’oliva è sparito. E l’extravergine è diventato una giungla. Risultato: le aziende non spremono più niente: mettono in cascina olio che viene da fuori, da lontano, coi tir. La gente lo compra e non sa che è un inganno. Perché dall’etichetta non si riesce a capire che cosa c’è nella bottiglia".


Che cosa c’è nell’olio che compriamo? Quali fregature ci propinano i maneggioni degli ulivi? Prendiamo l’olio made in Spagna spacciato per extravergine italiano। Al supermercato il primo prezzo è 3 euro. Ma dietro la convenienza, ecco la sorpresina. Non solo non è extravergine, ma è anche di pessima qualità. "C’è pieno di oli di oliva difettati venduti come extravergini — dice Massimo Gargano, presidente di Unaprol —. Sono oli che meritano di essere declassati, altro che made in Italy". La prima indagine nazionale sulla qualità dell’olio d’oliva in vendita nei supermercati italiani ha dato esiti disastrosi.
Su dodici campioni (delle marche più vendute) prelevati dagli scaffali e analizzati in laboratorio, quasi la metà sapeva di muffa.
Le analisi organolettiche hanno evidenziato difetti gravi come il rancido e il riscaldo. "Un olio per poter essere considerato extravergine deve essere privo di difetti organolettici". Figuriamoci.


La gran parte delle importazioni finisce in aziende olivicole della Liguria, della Toscana o del Pavese. E non va dimenticato il "laboratorio Puglia", terra di oliveti straordinari ma anche centro di grandi truffe internazionali, portate alla luce da indagini di qualche anno fa
Dove vengono prodotte le miscele straniere imbottigliate dagli imprenditori italiani dell’olio? Perché queste terre, sfruttate da importatori scaltri, hanno dopato il mercato? C’erano una volta la Puglia, la Calabria, la Sicilia, la Campania. Le prime due insieme producono il 66% del nostro olio. La Toscana solo il 3%. Per capire come mai, geograficamente, e nel core business degli imprenditori, le regioni italiane sono state soppiantate da terre lontane, bisogna allungarsi nel Sud della Spagna: il primo paese europeo produttore di olio (nel 2010 ce ne ha dato 426milioni di chili). Jaén è una cittadina dell’Andalusia. A nord di Granada, confina con la Castiglia-La Mancha. La sua provincia è un’oliva gigantesca. Se si scende a Sud fino a Malaga e si sale a Nord fino a Madrid si possono vedere 400 chilometri di uliveto ininterrotto. Coltivazioni intensive. Un chilo d’olio — ottima qualità — costa 50 centesimi. Gli importatori italiani lo rivendono a cinque volte tanto. Ora andiamo in Tunisia. Stiamo parlando del primo produttore di olio d’oliva di tutta l’Africa, e del secondo paese del mondo per superficie coltivata. Per produrre un chilo di olio qui bastano 10 centesimi. In Italia, a seconda dei frantoi (seimila), ci vogliono 4-5 euro. (7 al Centro-Nord, 3.53 in Puglia, 3.64 in Calabria).
Sul mercato africano all’importatore l’olio costa dai 20 ai 23 centesimi. Le navi in partenza per i porti di Gioia Tauro, di Livorno, di Genova, non aspettano altro che riempirne le cisterne e portarlo da noi. La stessa cosa accade sull’Adriatico, con i cargo boat che salpano dalla Grecia diretti a Ancona carichi di derrate.

Dove finisce l’olio che arriva dal bacino del Mediterraneo e dal Peloponneso? E in che percentuali arriva? Secondo il rapporto 2010 Coldiretti/Eurispes sulle agromafie, il 93,1% del vergine e dell’extravergine importato dai paesi extracomunitari viene dalla Tunisia. Quando entra in Italia inonda la provincia di Pavia (33,3%), di Lucca (19,1%) e di Genova (10,1%). Tra Toscana e Liguria c’è un alta concentrazione di aziende olivicole (a Firenze due dirigenti e un funzionario della Carapelli sono sotto inchiesta della procura per una sospetta frode alimentare). Idem nel Pavese. Poi si scende: Perugia, Roma, Firenze. Fino in Puglia: Bari, Lecce, Taranto. Un mese fa proprio nella città dei due mari la Guardia di Finanza ha arrestato due imprenditori baresi: stavano spedendo in Giappone e a Taiwan 50mila litri di olio taroccato nelle loro aziende. L’etichetta sugli imballaggi e sulle bottiglie — orgogliosamente italian sounding — copriva in realtà un fiume di oli stranieri miscelati.

Laboratorio Puglia. La terra degli ulivi. Olio straordinario, unico. Ma anche terra di imbrogli. Fu scoperta qui, nel 2008, una delle truffe più grosse degli ultimi anni. Duemilatrecento tonnellate di olio proveniente dall’estero sequestrate. Controlli su 250 operatori. Venti aziende coinvolte in tutta Italia. La cabina di regia del finto olio extravergine italiano al cento per cento — con interi scatoloni di documenti falsi — era una azienda di Andria (la “Basile snc”). L’olio arrivava dai soliti serbatoi: Spagna, Grecia, Tunisia. Acquistato come extravergine, miscelato con olio locale, e infine rivenduto come "prodotto italiano al cento per cento" non solo in Italia ma anche all’estero. In parte veniva spacciato anche come "biologico". "E’ ora che il governo colpisca l’agromafia con nuovi strumenti — conclude Stefano Masini di Coldiretti —. Bisogna indagare come si fa con il 416 bis. Queste non sono semplici frodi in commercio, sono organizzazioni criminali strutturate che controllano i prezzi e tengono in mano un’intera filiera. E’ la mafia dell’olio".


[fonte: http://inchieste.repubblica.it]
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