9 dicembre 2011

'NDRINE - ARRESTI E POCHI SEQUESTRI


di ELIO VELTRI [ 04/12/2011]

Il primo round del processo con rito abbreviato alla ‘ndrangheta lombarda si e' concluso con 110 dieci condanne su 119 indagati a circa 1000 anni di carcere. L'impianto accusatorio di Ilda Bocassini e dei pubblici ministeri Alessandra Dolci e Paolo Storari ha trovato conferma puntuale nelle decisioni dei giudici. E probabilmente avverra' la stessa cosa in tribunale al termine del processo in corso con rito ordinario.
Tutto questo, nonostante 130 attentati incendari e 70 intimidazioni contro imprenditori non siano stati seguiti da denunce.
D'altronde, Ilda Bocassini aveva sottolineato nel corso delle indagini che in Lombardia l'omerta' e' molto piu' diffusa e tenace che in Calabria.
Nessuno denuncia, nessuno parla per paura, ma anche per convenienza.
Eppure, nonostante l'indubbio successo e la solidita' delle indagini, c'e' qualcosa che non funziona. A fronte di tanti anni di galera comminati, peraltro ridotti dal rito abbreviato, c'e' l'esiguita' dei sequestri e delle confische dei beni, dei soldi, delle azioni e degli altri titoli. La sproporzione e' evidente soprattutto perche' le cosche facevano e fanno affari nella regione piu' ricca del paese. Si parla di 15 milioni di beni confiscati, che sono una goccia nel mare. Il denaro sporco in Italia e' il 10 per cento del Pil, 150-200 miliardi di euro all'anno, il doppio della media mondiale, dal momento che gli intermediari del riciclaggio sono italiani a stragrande maggioranza, e una massa tanto enorme di denaro in contanti non viene investita certamente nelle regioni povere del paese.
Allora, e' necessario capire perche' esiste una distanza siderale tra il numero degli arresti e la quantita' delle ricchezze confiscate. La prima causa e' il ritardo nel percepire le mafie italiane come grandi multinazionali. La 7 ha messo in onda due serate sui “Soldi Rubati”: trasmissione benemerita perche' finalmente si e' parlato di economia sommersa, nera e criminale. Fatti risaputi da tempo, ma il ritardo accumulato e' di almeno 20 anni. Se vogliamo dirla tutta, dobbiamo ammettere che i buoi sono scappati dalla stalla e la mafia ha vinto. Lo spiega Piero Grasso in una relazione consegnata alla commissione antimafia: «il ricambio dei trafficanti e' assicurato con prontezza, le cosche dispongono di personale umano inesauribile, non necessariamente associato, anzi preferibilmente esterno e sfuggono quasi sempre i meccanismi e le procedure di pagamento, gli intermediari di cui si servono, i canali di riciclaggio dei profitti».
A conferma, ricordiamo qualche fatto avvenuto in Lombardia, riguardante proprio l'insediamento della ‘ndrangheta. Nel 1998 una delegazione della procura antimafia di Milano aveva incontrato il gruppo di lavoro della Commissione parlamentare presieduto dal senatore Michele Figurelli, ex pci, persona per bene, che si occupava di ‘ndrangheta. Manlio Minale, vice procuratore, Laura Barbaini e Armando Spataro parlano degli interessi finanziari delle cosche Morabito, Palamara e Bruzzaniti, dei rapporti con le banche, con la pubblica amministrazione, col mondo della finanza e con le forze dell'ordine.
I tre magistrati raccontano l'occupazione dell'ortomercato, i subingressi delle licenze commerciali nel quadrilatero della citta' attorno al Duomo in mancanza di controlli, per cui negozi storici erano passati di mano attraverso societa' di prestanome.
Spiegano come la cosca avesse ottenuto affidamenti miliardari da banche «nelle quali si era trovato il carteggio con il comune che veniva portato in banca per giustificare gli affidamenti alle nuove societa'».
Raccontano come funzionari infedeli consapevoli della provenienza illecita del denaro avevano favorito operazioni di riciclaggio e come nelle banche San Paolo di Brescia, Cassa di risparmio di Torino, Deutsche Bank, Banca Agricola Mantovana, alcuni funzionari erano referenti delle cosche.
La risposta e' stata il clima di indifferenza della citta' e di ostilita' a qualsiasi ammissione di responsabilita' da parte della politica e delle amministrazioni comunali. I sindaci che negli ultimi 20 anni hanno governato da Roma in su, hanno enormi responsabilita' morali e politiche, perche' hanno negato la presenza della mafia nei loro territori anche quando era evidente. E negandola hanno favorito l'uso di denaro sporco che si e' concentrato soprattutto nella devastazione del territorio.
Qualche cosa non ha funzionato nemmeno nella magistratura e nelle forze dell'ordine.
Grasso ha parlato chiaro: «l'attenzione e' puntata sul reato di detenzione della droga, sicche' l'operazione si ritiene conclusa con il sequesto delle quantita' di droga detenute da uno o piu' spacciatori, con il loro arresto, mentre poca o nessuna attenzione viene dedicata alla ricerca della rete degli organizzatori, finanziatori, fornitori».
E lo Stato? Ancora peggio. I governi che si sono succeduti, dopo avere dato all'Italia nel 1982 la legge Rognoni La Torre, allora all'avanguardia, e l'articolo 416 bis sull'associazione mafiosa, non si sono mai posti il problema di utilizzare le ricchezze mafiose. Un piano di vendita e di utilizzo non e' mai esistito e non c'e' nemmeno ora che il debito imperversa e che chi governa non sa dove sbattere la testa. Basti pensare che in Svizzera sono depositati 400 miliardi di soldi italiani esportati illegalmente e nessuno si preoccupa almeno di tassarli, come ha fatto la Germania con un accordo tra governi. I tesori della piu' grande multinazionale italiana, piu' grande dell'Eni, dell'Enel e della Fiat, messe insieme, non vengono nemmeno censiti, non si sa nulla dei soldi confiscati, ammesso che ci siano, le aziende falliscono, gli altri beni immobili vanno alla rovina e quelli mobili diventano ferri vecchi accatastati in luoghi per i quali lo Stato paga gli affitti.


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