14 dicembre 2011

SISTEMA/ IL CASO BARCELLONA Quel plico giallo al ”superpoliziotto”: dov'è finito?

[fonte foto]

di Luciano Mirone dicembre 2011 dal numero zero I Siciliani giovani

Il covo di Santapaola scoperto da Beppe Alfano. La lettera alla Dia. L’assassinio del giornalista e il ruolo del magistrato Canali. I servizi segreti e la “centralità” nella strage di Capaci.

Nella primavera del 1992 Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto, si reca a San Giuseppe Jato per consegnare a Giovanni Brusca il telecomando da utilizzare per la strage di Capaci. Nello stesso periodo i Corleonesi incaricano Pietro Rampulla – boss di Mistretta, ma da sempre in stretto contatto con i Barcellonesi – di collocare l’ordigno sotto il viadotto dell’autostrada. Perché i Corleonesi si affidano ai Barcellonesi per un compito così delicato? Evidentemente sanno che a Barcellona, più che altrove, c’è gente specializzata nella costruzione e nell’uso degli esplosivi.
Barcellona non è solo una cittadina mafiosa. È un luogo centrale per l’eccidio di Capaci.
E qui sono stati nascosti e protetti per parecchio tempo latitanti come Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano.

A Barcellona c’è attualmente un procuratore generale sotto inchiesta (Franco Antonio Cassata), un sostituto procuratore trasferito perché considerato amico deimafiosi (Olindo Canali), un avvocato ritenuto il trait d’union fra i servizi segreti deviati e Cosa nostra (Rosario Cattafi). E un boss condannato a trent’anni per l’omicidio Alfano (Giuseppe Gullotti). Per comprendere la “centralità” eversiva di questa città di quarantaseimila abitanti nel messinese, bisogna partire proprio da questi tre nomi: Giuseppe Gullotti, Pietro Rampulla e Rosario Cattafi, attorno ai quali ruotano protettori, fiancheggiatori e affiliati.A Messina gli ultimi due li ricordano ancora. Negli anni Settanta questi due universitari appartenenti all’estrema destra prendono a colpi di mitra la Casa dello studente, picchiano i “rossi”, stipulano alleanze con la mafia palermitana e reggina e con gente che più tardi risulterà iscritta alla P2. È il periodo delle bombe, della rivolta “nera” di Reggio Calabria, delle stragi di destra. Nel capoluogo peloritano i tre “ordinovisti” mettono a ferro e fuoco l’università e cominciano ad avere dimestichezza con le armi e con gli esplosivi.Ma c’è anche – fra quelle file – un altro universitario che Rampulla e Cattafi conoscono bene, si chiama Beppe Alfano, è un non-violento, un integralista. Anche lui conosce bene quei due.Nello stesso periodo, secondo le dichiarazioni del pentito barcellonese Pino Chiofalo (che negli anni '90 farà una carneficina di bande rivali), l’allora sostituto Franco Antonio Cassata fa un viaggio in macchina da Barcellona a Milano con lo stesso Chiofalo (giovane di belle speranze) e con l’avvocato Franco Bertolone, legale della mafia barcellonese. Quale sia il motivo che porta un magistrato ad avere rapporti con un personaggio come Chiofalo e con un penalista che difende il “gotha” della mafia locale non è dato sapere.

Un circolo nella città

Quelli che appaiono chiari sono i legami esistenti all’interno del circolo paramassonico Corda fratres. Al quale risultano iscritti lo stesso Cassata, presidente per diversi anni e animatore del sodalizio; l’ex ministro Domenico Nania (oggi vice presidente del Senato); il cugino Candeloro Nania, sindaco di Barcellona; il collega messinese Giuseppe Buzzanca, in compagnia di Giuseppe Gullotti detto “l’avvocaticchio” assurto quasi ai livelli di Riina e Provenzano, e Rosario Cattafi, ritenuto “mandante esterno”, assieme a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (poi prosciolti tutti e tre), della strage di Capaci, nonché trait d’union tra l’ala militare di Cosa nostra, i servizi segreti deviati e i colletti bianchi.Se su Cattafi il silenzio dei soci della Corda fratres è tombale, su Gullotti si accampano le giustificazioni più pittoresche.“Tutte coincidenze. Gullotti era iscritto prima che diventasse boss. Quando è stato coinvolto nell’omicidio Alfano lo abbiamo espulso”. Cioè da latitante.Ma una “informativa riservata” parla della sua pericolosità come esponente di spicco di Cosa nostra ancora prima del delitto Alfano.
Ma già alla fine degli anni Ottanta, “l’avvocaticchio” (con testimone Saro Cattafi) aveva sposato la figlia di don Ciccio Rugolo, boss storico di Barcellona, ucciso dalle bande rivali un paio di anni prima dell’omicidio Alfano.A prenderne il posto è proprio Gullotti, che si allea con Santapaola ed ordina omicidi, estorsioni e attentati. Con lui la cosca locale fa il salto di qualità. A Barcellona lo sanno tutti.Solo alla “Corda fratres” non ne sanno niente. Non sa niente il neo laureato iscrittosi “per sistemarsi”, non sa niente il politico, non sa niente Cassata, che di quella zona conosce uomini e cose perché da una vita è alla Procura di Messina, distretto giudiziario dal quale dipende proprio Barcellona, dove lui risiede da quando è nato. “Veniva al circolo, giocava a carte e veniva preso pure per il culo, un fessacchiotto, mica sapevamo che era mafioso. Una spiacevole sorpresa”.

Il Msi di Nania espelle Alfano

Già, un fessacchiotto, una spiacevole sorpresa. Del resto, come si possono prendere le distanze da un personaggio del genere se poco tempo prima il partito del senatore Nania (il Movimento sociale italiano) lo aveva candidato in Consiglio comunale espellendo proprio Alfano, che nel frattempo denunciava i misfatti di Barcellona su “La Sicilia”? E arriviamo alla strage di Capaci. Un periodo strano, sia prima che dopo. Prima succede che Alfano, mentre è in macchina con la figlia Sonia (oggi parlamentare dell’Italia dei valori), incroci proprio Rosario Cattafi. Dopo le “bravate” universitarie, Cattafi per vent’anni ha vissuto stabilmente a Milano. A Barcellona s'è visto poco, in Lombardia ha intrecciato ottimi rapporti con l’establishment governativo, ha consolidato i legami con personaggi del calibro di Santapaola, Rampulla e Epaminonda, ed è rimasto coinvolto nella storia delle tangenti dell’autoparco di via Salomone.

Il personaggio Cattafi

“Che ci fa Cattafi a Barcellona?”. Già, che ci fa Cattafi a Barcellona? “Saro non si muove per niente, un motivo deve esserci”. Alfano ha antenne sensibilissime, conosce Cattafi da almeno vent’anni, percepisce che sta per accadere qualcosa. Da ex militante di estrema destra, il giornalista è uno dei pochi a Barcellona a saper “leggere” il contesto politico-mafioso, a decifrare certi linguaggi. Parla con la gente del “suo” mondo, segue certi movimenti. La presenza di Cattafi lo turba. E lo confida a Sonia. Tutte supposizioni, certo.
Fatto sta che dopo la morte di Falcone i pentiti fanno il nome di Cattafi. Con quello di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. I
collaboratori di giustizia li indicano come mandanti esterni della strage e danno perfino i luoghi delle riunioni segrete.
I magistrati prima lo incriminano, poi lo scagionano, infine decidono (luglio 2000) di sottoporlo a misure di prevenzione antimafia in quanto ritenuto pericoloso: sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Barcellona per 5 anni.

Evidentemente mancano i riscontri oggettivi per spedirlo in carcere, ma il provvedimento dimostra che Alfano non era un visionario. Poi succede che il giornalista si rechi dal sostituto Olindo Canali – magistrato monzese arrivato da poco a Barcellona, col quale instaura un rapporto di amicizia e di fiducia – e alla presenza di Sonia gli confidi due scoperte clamorose: il nascondiglio segreto di Santapaola a Barcellona e un traffico d’armi che si svolgerebbe nella vicina Portorosa, di cui sarebbe protagonista lo stesso Santapaola. Santapaola non è un boss qualsiasi. È latitante per l’omicidio Dalla Chiesa, è il mandante dell’assassinio di Giuseppe Fava, ha sulla coscienza un paio di stragi di carabinieri, eppure gode di forti protezioni istituzionali, paradossalmente sono proprio i carabinieri a scortarlo per i suoi spostamenti.Gente così non è sempre l’antistato. A volte è un pezzo dello Stato.

Le protezioni di Santapaola

Nel libro Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza, Sonia Alfano rivela: “Canali disse a papà che purtroppo, trattandosi di cose molto grosse, non si poteva occupare di Santapaola in quanto i fatti esulavano dalla sua competenza.Fu lo stesso Pm a consigliare a papà di mettere tutto per iscritto e di inviarlo, mediante un plico giallo, alla Dia di Catania: lo avrebbe ricevuto un superpoliziotto che il magistrato, a suo dire, avrebbe provveduto a informare”.

Un superpoliziotto? E chi? Alfano chiede chiarimenti, ma Canali si limita a usare mezze frasi. A chi deve essere indirizzato il plico? A un Alfano incredulo, il Pm suggerisce: “Metti tutto in una busta gialla e spediscilo alla Dia di Catania. Chi di dovere sa che dovrà consegnarla al superpoliziotto”. Quindi il magistrato, secondo quanto dichiara Sonia Alfano, consiglia al giornalista di scrivere una lettera anonima e di spedirla ad un destinatario anonimo.
Non da Barcellona, ma da Milazzo. Alfano si attiene scrupolosamente alle disposizioni. Che uso viene fatto di quella lettera? Chi l’ha letta? Chi è il fantomatico superpoliziotto?

Il ruolo di Canali

Che ruolo ha Canali in questa vicenda? Perché, pur sapendo che il cronista corre seri pericoli, non provvede a proteggerne l’incolumità? Nessuna risposta anche in questo caso.Passano poche settimane e Beppe Alfano viene ucciso. “Dopo il delitto”, dice l’europarlamentare dell’Idv, “la nostra abitazione si riempì di agenti dei servizi segreti che frugarono dappertutto, specie nel computer di papà”. Agenti dei servizi segreti? E perché, se ufficialmente – come in quei giorni Canali dichiara alla stampa – Alfano è stato ammazzato perché indagava su una storia di tangenti che giravano all’interno dell’Aias, un ente per l’assistenza agli handicappati? I servizi segreti non si scomodano per cose del genere.

Evidentemente c’è dell’altro. E questo “altro” potrebbe essere collegato con la strage di Capaci, con la latitanza di Santapaola a Barcellona, con il traffico d’armi e con certe riunioni di massoneria che si svolgevano nel covo del boss catanese. Una convergenza d’interessi, di cui il giornalista sarebbe stato al corrente. E, almeno parzialmente, avrebbe informato Canali. E Canali ha informato qualcuno? Il giorno dopo il quotidiano “La Sicilia” titola: “Morto il professore Alfano”. Il “professore”… non il giornalista antimafioso. Una svista? Dal giorno dopo il tenore cambia, adesso si leggono cronache puntualissime sulle tangenti Aias scoperte da questo “giornalista onestissimo”. Le verità di Canali. Stavolta “La Sicilia” ha il morto in casa e certe delegittimazioni non sono ammissibili, il caso Fava brucia ancora. Ad incaricarsi di porre seri dubbi sulla figura della vittima è L’Espresso Sera, foglio pomeridiano dello stesso gruppo editoriale, il quale, nello stesso giorno dei funerali, pubblica in prima pagina: “Siamo sicuri che sia stata la mafia?”.

Come per il delitto Fava.

E giù una serie di ipotesi sulla pista passionale generate dalla pistola di piccolo calibro che ha ucciso Alfano, “un’arma che la mafia non usa”. Un film già visto in occasione del delitto Fava. Anche in questo caso con la “presenza” di Santapaola sul luogo del delitto. Sonia Alfano intuisce che la situazione è torbida e si rifiuta di farsi interrogare da Canali. “Parlerò solo con il superpoliziotto che ha ricevuto il plico”.

Alcuni giorni dopo, la figlia del cronista viene convocata. “Là dentro c’è la persona con la quale hai chiesto di parlare”, le dice il sostituto.“In una stanza”, ricorda Sonia, “trovai un signore seduto dietro la scrivania. ‘Si accomodi signorina, mi dica’ ”. Il confronto fra i due è drammatico. “Deve essere lei a dirmi qualcosa, non io. Il signore non pronunciò una sola parola”, ricorda la Alfano.“Uscii sconvolta, incontrai nuovamente Canali, che mi disse in modo non proprio amichevole: ‘Se fossi in te dimenticherei tutto. E’ una storia troppo grande per te”.Bisognerà aspettare il pentito Maurizio Avola per avere un quadro più chiaro: “A volere la morte del giornalista ci sono entità di livello superiore”.Santapaola sta a Barcellona per diverso tempo. Poi sfugge misteriosamente alla cattura, malgrado l’individuazione del nascondiglio da parte degli uomini del Ros. Stessa cosa succede a Bernardo Provenzano nei giorni drammatici delle trattative fra mafia e Stato per fermare le stragi, che nel frattempo stanno insanguinando l’Italia.


La morte di Attilio Manca

Nel 2004 a Viterbo viene trovato morto il giovane urologo Attilio Manca. Ha il corpo pieno di lividi e di sangue, il naso tumefatto. All’epoca è uno dei rari medici italiani ad operare il cancro alla prostata con il sistema della laparoscopia.L’inchiesta ufficiale parla di suicidio: gli vengono trovati due buchi nel braccio sinistro, ma lui è un mancino puro, con la mano destra non riesce a fare nulla. Nella stanza accanto vengono trovate due siringhe. I familiari chiedono che vengano prese le impronte digitali. Invano.I magistrati laziali dicono che Attilio è morto per overdose. Ma è stato accertato che il giovane urologo non era tossicodipendente. Per ben tre volte il Pm di Viterbo chiede l’archiviazione e per ben tre volte il Gip la respinge. Adesso siamo alla quarta, da molti mesi si aspetta la risposta del Gip.Il pentito Francesco Pastoia – braccio destro di Provenzano – ha rivelato che ad operare il boss di Corleone di cancro alla prostata sia stato un urologo siciliano. Non ha fatto in tempo a rivelarne il nome perché è morto: suicida anche lui.
Secondo i familiari di Manca, l’unico medico siciliano in grado di fare un intervento del genere era Attilio. Un particolare: il medico era di Barcellona. Dopo il “suicidio”, nel suo appartamento viene rinvenuta un’impronta palmare. È quella del cugino Ugo, un uomo organico alla mafia. Anche lui è di Barcellona.

P.S.: In chiusura arriva la notizia che il Gip di Viterbo - dopo un anno e mezzo – ha respinto per la quarta volta la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero sulla morte di Attilio Manca. Una decisione che evidenzia in modo evidente le lacune investigative che hanno contrassegnato questa storia. Quanto tempo passerà perché la verità venga accertata?

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