15 gennaio 2012

Affondate quella nave


[vignetta di Mauro Biani]



Il 28 marzo del 1997 segna uno spartiacque nella storia del nostro paese. Nel tardo pomeriggio di quel giorno, la Kater i Rades, una motovedetta stracarica di uomini, donne e soprattutto bambini, in fuga dalla guerra civile albanese, viene speronata dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana. I profughi chiedono accoglienza, ricevono in cambio isteria. Contro di loro si scatena un inseguimento che dura un paio d’ore nel Canale d’Otranto e si conclude nella maniera più tragica: al culmine di operazioni di “interdizione cinematica”, per la prima volta volute e fatte applicare da un governo italiano, la Sibilla travolge la piccola imbarcazione.
I morti sono 81: 31 hanno meno di 16 anni.
Raccontare la strage della Kater non vuol dire solo ricordare uno dei maggiori naufragi avvenuti nel Mediterraneo. Vuol dire raccontare un evento che non ha niente di “naturale” e che è stato la logica conseguenza dell ‘applicazione da parte della nostra Marina militare – di politiche di respingimento.

Perché parlarne ora? Perché anche nell ‘ ultimo anno migliaia di esseri umani hanno continuato a partire su barconi malfermi e a morire nel Mediterraneo. Dal l gennaio a oggi,
oltre 2 mila persone sono state risucchiate dalle acque
, e questi sono solo i dati certi. Quelli “incerti” farebbero lievitare la cifra ulteriormente.

Questa strage silenziosa, inaccettabile, non è un prodotto “naturale”. Se il desiderio di partire ha a che fare con la fame dell’ Africa, con i sogni dell ‘ Asia, con i sommovimenti dell’area mediterranea, la pericolosità dei viaggi nasce anche dall’elaborazione di politiche di contenimento, contrasto, controllo … che hanno nella tragedia della Kater i Rades la loro pietra di paragone.
Perché, inoltre, parlare ora della Kater i Rades? Perché il lungo processo che si è aperto per accertare la verità è stato sinistramente simile ad altri processi in cui si è provato ad accertare le responsabilità dei piani alti. Alla fine il comandante della Sibilla è stato condannato per naufragio colposo, ma è stato impossibile ricostruire la catena di comando alle sue spalle. Depistaggi, dichiarazioni concordate, silenzi, prove sparite hanno eretto un muro di gomma che ha garantito la piena impunità dei vertici della Marina. Come per la Diaz, per Ustica, per la morte di Pinelli, anche per la Kater c’è una zona d’ombra. Sono casi diversissimi tra loro, eppure c’è una strana aria di famiglia che li lega. Per questo occorre scrivere e fare inchieste.
Serve ad aprire uno spazio di riflessione, analisi, racconto su ciò che in genere non si lascia raccontare, né tanto meno processare: ciò che un tale chiamò “il sovversivismo delle classi dirigenti”.

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