20 gennaio 2012

ATTILIO MANCA: ALCUNE IPOTESI SULLA MORTE DELL'UROLOGO DI BELCOLLE A VITERBO


di Daniele Camilli 20 gennaio 2012

Non spetta a noi stabilire la verità. È compito della magistratura. E qualunque essa sia, sarà quella della Repubblica Italiana. Ognuno di noi ha comunque il dovere di contribuire alla sua ricerca.

Immaginiamo sia stato un omicidio. Supponiamo che Attilio Manca sia stato ucciso dalla mafia. Per quale ragione? Perché non doveva rivelare d’aver curato o assistito il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano operato a Marsiglia nel 2003 agli sgoccioli della sua pluridecennale latitanza, svelandone magari i retroscena alcuni dei quali legati proprio al viterbese? Tante le domande che ruotano attorno a quest’ipotesi, alla tragica scomparsa del medico del Belcolle e al suo “enigma”, così come l’ha definito Queralt.

La prima: perché proprio lui? Forse perché era di Barcellona Pozzo di Gotto, quindi facilmente identificabile da parte di quell’area di contiguità mafiosa che nel messinese ha dato più volte riparo alla latitanza del boss corleonese. Chi di noi non si è mai vantato d’avere un amico oppure un parente brillante al punto di suggerire a qualcun altro di prendervi contatto, d’andarsi a curare – se medico – o chiedergli consiglio? Serve un urologo bravo e Attilio lo è. Per giunta uno dei pochi in Italia a saper operare in laparoscopia.

Una rarità. Una persona onesta. La mafia siciliana sapeva che non sarebbe stato facile portare il Capo dei capi oltr’Alpe. Sapeva inoltre che tutti i medici riconducibili alla Cupola, in quel momento sarebbero stati tenuti sotto controllo dalle forze dell’ordine. Serviva un insospettabile e Attilio lo era, addirittura lontano dalla sua terra,a Viterbo dove – nel 2003 – di mafia nemmeno la puzza, neanche una parola. Una provincia considerata lontana anni luce dall’infiltrazione delle organizzazioni criminali. Quindi nessuno c’avrebbe fatto caso.

Seconda domanda: com’è possibile che Attilio non si sia reso conto di quel che andava a fare in Costa Azzurra? Difficile dirlo, ma è altrettanto anomalo che non ne abbia fatto cenno con nessuno e soprattutto che una persona come lui – il cui profilo di assoluta trasparenza, sensibilità e onestà emerge chiaramente dai documenti che i genitori stanno man mano pubblicando – non abbia tentato di svincolarsi denunciando il tutto alle autorità competenti. È possibile infatti che sia stato coinvolto senza saperne nulla.

All’improvviso. E che all’improvviso – dopo la telefonata fatta ai genitori dove fa riferimento alla sua presenza in Francia proprio nei giorni dell’operazione a Provenzano (autunno del 2003) – si sia trovato dinanzi a “binnu u tratturi” e l’abbia riconosciuto, oppure che la vera identità del soggetto che andava ad assistere gli sia stata a un certo punto rivelata da chi lo potrebbe aver condotto nella clinica marsigliese. Da chi magari ha realmente operato Provenzano avvalendosi della preziosa collaborazione del medico di Barcellona.

Perché ucciderlo?

Chissà – resosi definitivamente conto di quanto accaduto – ha forse cominciato a preoccuparsi e confidarsi? Una confidenza diventata chiacchiera? Una chiacchiera arrivata infine alle orecchie di chi l’ha trascinato in quest’avventura che, sentendosi minacciato, ha a sua volta comunicato i propri dubbi a chi di dovere chiedendo a quest’ultimo di risolvere il problema? Ci sono inoltre i misteri che contraddistinguono la notte della morte e l’appartamento in cui Attilio Manca fu trovato cadavere il 12 febbraio del 2004. L’impressione è che vi sia stata una vera e propria colluttazione tra l’urologo e altre persone.

Più di una, almeno tre. Attilio era un ragazzo prestante, probabilmente molto forte. Probabilmente i suoi possibili assassini l’hanno atteso all’interno dell’appartamento in via Monteverdi 10 a Viterbo. Primo piano, zona isolata. È inverno e fa buio presto. Facile intrufolarsi in casa senza essere visti. Troppo pericoloso restarsene in attesa nel parcheggio di fronte. Balconi che si affacciano sulla piazza. Qualcuno potrebbe notare e insospettirsi. In una città dove si chiama la Polizia – che sta a qualche centinaio di metri di distanza, la Questura è lì vicino – per un semplice schiamazzo. È

poi difficile farsi aprire la porta a quell’ora quando non si attende nessuno. Una colluttazione dunque. Fin da subito. Appena Attilio varca la porta della sua abitazione. Il pavimento, proprio in quel punto, risulta infatti danneggiato. Potrebbe aver tentato di defendersi. Ecco allora il pugno che gli spacca il setto nasale e il sangue dappertutto, soprattutto sugli abiti, alcuni dei quali non verranno mai ritrovati, suoi e degli aggressori che successivamente lo afferrano per i polsi – le ecchimosi – sbattendolo a terra.

Due lo trattengono, uno prepara la dose che di lì a poco lo ucciderà. Una volta ammazzato, gli assassini devono ripulire la scena, rimettere tutto in ordine, far apparire quanto accaduto come un suicidio. Ma c’è sangue dappertutto. Sul pavimento e i vestiti.

Occorre lavarsi, utilizzando il bagno e facendo sparire ciò che può far insospettire gli inquirenti. Ma l’omicidio perfetto non esiste, in particolar modo quando si ha fretta di andarsene e c’è stato uno scontro. Quindi qualcosa rischia di passare inosservato e non tutto si può riparare. Si può soltanto depistare.

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