24 gennaio 2012

Centri commerciali, Cosa nostra e la grande distribuzione organizzata


Catania, capitale della grande distribuzione organizzata

di Marisa Acagnino Casablanca n.22 gennaio 2012

Per alcuni sarebbe legato al riciclaggio. Per altri sarebbe sviluppo e modernità: Milioni di metri quadrati di centri commerciali soffocano le piccole botteghe dei centri storici alterando la fisionomia delle città. Commercianti ridotti ormai alla fame e alla chiusura. Catania, la città più invasa dalla distribuzione organizzata. Il cosiddetto “Processo Scuto”, (Caso Catania) è la pietra miliare per chi voglia comprendere i meccanismi attraverso cui le associazioni mafiose sono presenti nel settore della grande distribuzione. Dagli atti del processo, emerge che il supermercato Aligroup (originaria denominazione della DESPAR) era una sorta di cassa privata per il clan Laudani.

Chiunque di noi abbia un occhio, anche poco, attento a ciò che è avvenuto e avviene in questi anni, a Catania e nei territori vicini, non può non essersi accorto del proliferare incessante di centri commerciali, più o meno grandi e attrezzati, che hanno cambiato non solo l'assetto urbanistico, ma anche le abitudini di vita delle persone. Da un'interessante ricerca pubblicata nella recente raccolta di saggi “Alleanze nell'ombra ” a cura di Rocco Sciarrone, emerge che, nell'ultimo quinquennio, è aumentato in Sicilia il numero degli ipermercati e dei grandi magazzini, tanto che, solo in quest'ultimo e breve periodo, i punti vendita sono quasi triplicati e i metri quadrati di superficie, destinata alla rete di grande distribuzione, è aumentata tra il quaranta e il 50%. In Sicilia, nel 2008, i metri quadrati di superficie di vendita hanno raggiunto la ragguardevole cifra di circa mq un milione-seicentonovantanovemila-ottocentotrentadue(1.699.832), tale da farci conquistare il primo posto fra le regioni del Mezzogiorno, seguiti, a distanza, dalla Puglia, che ha totalizzato solo 1.286.782 mq. Ciò che deve indurci ad ulteriore riflessione è che, di questa estensione, quella destinata alla grande distribuzione organizzata (per intenderci, i centri commerciali, distinti dai supermercati) è pari, in Sicilia, a ottocentocinquantamila (850.000) mq e, di questi, più di settecentomila (700.000) si trovano dislocati fra Catania e provincia. Ancora, le strutture commerciali, la cui estensione è compresa fra i ventimila (20.000) e i quarantamila (40.000) mq, costituiscono il settantaquattro per cento (74%) dell'intero settore, a livello nazionale, mentre, nella Sicilia orientale, ne costituiscono l'ottantadue per cento (82%).

A questa presenza “ingombrante”, non corrisponde, di certo, un aumento del reddito pro capite, tale da giustificare l'offerta di centri di vendita, sovradimensionati anche rispetto ad altre regioni, più ricche della nostra che, invece, nelle relative classifiche, continua ad occupare gli ultimi posti.

Di certo, non è il clima sfavorevole a far propendere gli operatori commerciali a creare, proprio in Sicilia orientale,strutture che rinchiudano gli utenti in luoghi, spesso, ad aerazione forzata. Ogni volta che assistiamo all'apertura di un nuovo centro commerciale, al pensiero di ciascuno di noi, o almeno dei più avveduti, sovviene una sola parola: “riciclaggio”, un chiaro riferimento a quell'economia sommersa, di cui è intessuto ormai l'intero Paese, e che, a tratti, emerge con segni evidenti del suo strapotere.
Le indagini più recenti della Procura della Repubblica di Palermo e di Catania hanno accertato l'esistenza di interessi della mafia nel settore degli ipermercati, i “pizzini” rinvenuti ai Lo Piccolo e l'operazione Iblis hanno evidenziato un panorama complesso di interessenze che coinvolge, a vario titolo, soggetti affiliati a Cosa Nostra.

A Catania il cd. “Processo Scuto”, di cui Casablanca si è occupata in diverse occasioni, è la pietra miliare per chi voglia comprendere i meccanismi attraverso cui le associazioni mafiose sono presenti nel settore della grande distribuzione. Dagli atti del processo, emerge che il supermercato Aligroup (originaria denominazione della DESPAR) era una sorta di cassa privata per il clan Laudani che poteva accedere ai contanti del supermercato anche per scambiare assegni e ciò perché, per la struttura stessa di tale attività, solo il 25% degli incassi è tracciabile: una vera manna per chi voglia occultare l'effettiva provenienze dei proprio introiti. Nel processo Scuto è emersa anche la presenza delle imprese mafiose quali fornitori di beni e servizi, soprattutto nei settori ormai da tempo occupati, in gran parte, dal capitale mafioso: le macellerie e i trasporti, un canale privilegiato, quindi,per impossessarsi di larghe fette di mercato.

L'operazione Iblis” ha consentito un passo in avanti nelle indagini, adeguato al passo in avanti fatto da Cosa Nostra:
le imprese mafiose sono interessate non solo e non tanto alla gestione dei punti vendita, ma alla loro costruzione
. D'altra parte, deve pure sottolinearsi che la realizzazione di un centro commerciale è, di solito, accompagnata da una vasta area di consenso, per i posti di lavoro creati, anche se si tratta di manodopera non specializzata e di contratti a tempo determinato, senza alcuna garanzia, ma si sa, in tempi di carestia, come quelli che stiamo vivendo, ci si accontenta anche di una briciola!

Un altro effetto nefasto, dell'invasione dei punti vendita della grande distribuzione organizzata è il corrispondente progressivo svuotamento dei centri storici delle città.
E' ciò che sta avvenendo a Catania: via Etnea e le altre arterie, che sono state l'anima e l'identità della città, non sono più la meta privilegiata delle passeggiate delle
famiglie che preferiscono passare le domeniche a Etnapolis, a Porte di Catania, a Katane o negli altri centri commerciali diffusi sul territorio, fermandosi anche a mangiare lì i loro pasti.
Perdono così clienti anche i tradizionali bar del centro, punti di ritrovo dei catanesi, luoghi che consentono di fermarsi fra gli edifici che sono la storia della nostra città, mentre i nostri figli stanno crescendo fra le vetrine, tutte uguali, in tutto il mondo, di OVS, di Zara o di H&;M. Pensiamo che tutto ciò sia veramente indifferente, per il domani che stiamo costruendo? Che sia del tutto casuale? E' recente la notizia dell'intenzione di aprire un altro ipermercato nel Comune di Motta S. Anastasia, per ora la competente commissione non ha dato il necessario parere, proprio in considerazione della vicinanza ad altri punti vendita, di uguali dimensioni, ma fino a quando?
S’impone una riflessione: non possiamo fermare “il futuro”, ma lo dobbiamo rendere compatibile con tutte le nostre esigenze, prima fra tutte quella di conservare la nostra identità di cittadini, prima che di consumatori.
Possiamo costituire una barriera a tale invasione anche attraverso il cosiddetto consumo critico” che può non essere fatto solo della scelta degli esercizi gestiti da coloro che hanno rifiutato di pagare il pizzo, ma anche di chi, con i propri acquisti, voglia impegnarsi per salvaguardare il nostro patrimonio culturale.

fonte: Casablanca n.22 gennaio 2012
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