23 gennaio 2012

IO NON LO CONOSCEVO BENE

[Sciascia - Consolo]


(Oggi sul Mattino) di Roberto Alajmo | 22/01/2012

In questi casi è facilissimo cadere nella trappola dell’”Io e Lui”, sciorinando una serie di aneddoti dai quali il lettore ricava l’idea di una grande familiarità fra chi muore e chi commemora. In certi casi, risulta persino più commemorato chi commemora. Il povero Sciascia, per dire, si è ritrovato post mortem un sacco di grandi amici che mai avrebbe supposto di avere.
Per Vincenzo Consolo questo rischio risulta molto più remoto: era un siciliano di cosiddetto malocarattere, categoria cui per essere iscritti basta avere un minimo di semplice carattere. Difficile potersi definire suo amico, difficile persino dimostrare una minima dimestichezza con siciliani di questo genere. Come tutti gli isolani migliori non era tipo da fare cosca: quella è una specialità dei peggiori, purtroppo. I siciliani perbene tendono a muoversi in solitudine, scontrosamente, diffidando e suscitando diffidenza. Memorabili erano certi suoi risentimenti. Appena celato, per rispetto e ammirazione, quello nei confronti di Gesualdo Bufalino, sbocciato tardivamente per soffiargli il titolo ideale di più grande fra gli scrittori siciliani dopo Sciascia. Apertamente ostentato quello nei confronti di Camilleri, pure lui colpevole di averlo battuto allo sprint. Soffriva, forse, della sindrome ciclistico-letteraria dell’eterno secondo. Come primo accettava Sciascia, certamente. Ci mancherebbe. Ma gli altri erano considerati usurpatori.
Così era Vincenzo Consolo: un maestro suo malgrado, di quelli che non lasciano eredi proprio per il loro malocarattere, quello stesso malocarattere che è sempre stato, non solo per lui, un formidabile carburante creativo. Volendo imparare qualcosa da Vincenzo Consolo bisogna basarsi sui suoi libri, sulla sua oltranza stilistica, senza chiedere all’uomo altro che una scontrosa timidezza che si scioglieva solo col tempo e la frequentazione. Solo allora era possibile conoscerne dolcezza e generosità, anche nei confronti delle generazioni più recenti della sua.
Nella distinzione pirandelliana fra scrittori di cose e scrittori di parole, apparteneva di gran lunga alla seconda categoria, capace com’era di distillare ogni sostantivo fino all’esasperazione. Questo non gli impedì, nell’ultimo periodo, di rifiutare la forma romanzo come inadeguata a intervenire sulla realtà. Avrebbe a buon titolo potuto sottoscrivere la posizione di Cioran: esistono già nel mondo troppe cose, per permettersi il lusso di inventarne altre.
Così può spiegarsi il suo silenzio letterario degli ultimi anni. Un silenzio relativo – appunto: solo letterario - costellato da cento interventi pubblici, scritti e orali, spesso apertamente schierati da un punto di vista politico: proprio lui, che era il più sottile dei letterati, si sforzava di rivendicare per l’intellettuale il ruolo interventista – alla Sciascia, alla Pasolini - che la modernità ha sabotato integralmente. Non gli piaceva come si erano messe le cose in Italia. E in Sicilia: l’isola dalla quale non ha mai voluto prescindere, anche quando l’aveva lasciata per trasferirsi a Milano. Difatti tornava, tornava sempre: fisicamente, politicamente e letterariamente.
In molte cose era diverso da Leonardo Sciascia, l’unico fra i siciliani a potersi definire ecumenico, allo stesso tempo scrittore sia di cose che di parole. Eppure, malgrado le diversità, erano amici fin dai tempi del primo romanzo di Consolo, “La ferita dell’aprile”. Un’amicizia che nasceva dalla stima, molto più che dalla conterraneità, come sempre succede fra le persone di malocarattere. Amicizia tanto più corroborata dopo “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, il romanzo più fortunato di Consolo, quello con cui riuscì ad arrivare anche al grande pubblico.
In seguito la strada letteraria di Consolo cominciò a divergere sempre più da quella di Sciascia, senza che questo intaccasse minimamente il loro legame. Ma non sembri strano: erano due siciliani solitari, scontrosi, ma intelligentissimi. E l’intelligenza dei siciliani migliori in questo consiste: nel riconoscere l’intelligenza degli altri, anche quando è molto diversa dalla loro.




[Consolo - Sciascia - Bufalino]

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