28 gennaio 2012

“Mio figlio ucciso dalla mafia. E non solo”


di Luciano Mirone da isiciliani.it gennaio 2012

Angela Manca da otto anni lotta per ottenere verità e giustizia per la morte del figlio Attilio

Una fine annunciata. Quella di una classe politica inetta ed arrogante e di una borghesia mafiosa e paramassonica. I membri, affamati tutti degli stessi sporchi affari. Miracolosamente scampato al fango di un disastro anch’esso annunciato, trema il partito unico locale. Dopo le alluvioni autunnali, si profila un forte terremoto a primavera. Che potrebbe demolire l’ancien régime e ridare speranza, democrazia e voglia di partecipazione a migliaia di donne e uomini spogliati dei diritti di cittadinanza.
A fine novembre 2011, la ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri e il prefetto di Messina Francesco Alecci hanno firmato un decreto che istituisce una commissione d’indagine che dovrà “esperire accertamenti mirati” nell’ambito dei settori della gestione amministrativa del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per “verificare l’eventuale esistenza di forme di condizionamento della criminalità organizzata”.
Novanta giorni per riscrivere la storia di una delle capitali dei poteri occulti e deviati, poi la corsa contro il tempo perché Roma decreti lo scioglimento per mafia e il commissariamento della grande palude del Longano.
Prima che l’amministrazione Pdl dei cugini Domenico e Candeloro Nania concluda l’ennesimo mandato quinquennale. Centinaia di atti e delibere da esaminare, una delle quali, approvata il 16 novembre 2009 in Consiglio comunale, sotto indagine della Procura della Repubblica dopo un esposto delle associazioni “Rita Atria” di Milazzo e “Città Aperta” di Barcellona e un’interrogazione fiume del parlamentare Pd Giuseppe Lumia. Oggetto, il Piano particolareggiato di un mega parco commerciale di 18,4 ettari in contrada Siena. Un’area a vocazione agricola trasformata d’incanto in cittadella dorata ove insediare molteplici infrastrutture per la grande distribuzione, alberghi, ristoranti e locali di dubbio divertimento. Una devastante colata di cemento che non ha uguali nel panorama siciliano dove il territorio è depredato da super e ipermercati. Il progetto di Barcellona prevede costruzioni per 398.414,45 metri cubi, contro un volume esistente di appena 23.164,68, mentre il sistema di viabilità da 5.052 metri quadri si svilupperà a sei sezioni stradali per ulteriori 35.714 m².
“Nella storia del parco commerciale di contrada Siena si sono verificate problematicità nell’ambito della procedura adottata dall’Amministrazione Comunale di Barcellona”, ammonisce il decreto ministeriale sui “presunti” condizionamenti criminali della vita politica nel Longano. Assai poco “presunti” in verità, dato che la società committente della redazione del piano commerciale è la Dibeca Sas, proprietaria di 5,97 ettari di terreni, già attenzionata dalla commissione prefettizia che nel 2006 aveva chiesto senza successo lo scioglimento del Comune. Motivo, il contratto di affitto sottoscritto con gli amministratori barcellonesi per un palazzo di Via Operai destinato a uffici pubblici. Un accordo che da più di dieci anni consente di rimpinguare le casse di una società notoriamente nella disponibilità dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, ritenuto un personaggio di vertice della famiglia mafiosa locale.
“Il capo dei capi di Cosa nostra messinese”
, lo ha definito il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo del feroce clan di Mazzarrà Sant’Andrea. E qualche mese fa, su ordine del Tribunale di Messina, i Cattafi hanno pure subito il sequestro di beni e conti bancari per un valore di sette milioni di euro.
“Numerose anomalie hanno condizionato l’iter progettuale del Parco di contrada Siena”, denunciano le associazioni antimafia “Rita Atria” e “Città Aperta”. “L’approvazione è avvenuta in violazione delle norme vigenti in materia urbanistica ed è per questo che chiediamo l’annullamento del provvedimento.
La Dibeca, con il totale assenso degli organi comunali, si è appropriata di un settore di attività che vuole essere espressione del potere di supremazia. Nel predisporre e redigere il piano del Parco commerciale, la società di Cattafi non ha inteso soltanto condizionare l’attività del Comune, ma si erge a forza egemonica, a dominus estraneo all’ente locale che fa sentire il suo peso su tutti i suoi organi istituzionali e burocratici. È la negazione dell’esistenza stessa dello Stato di diritto”. Il condizionamento della pubblica amministrazione e le “pressioni esterne all’interesse generale”, sono provati, secondo gli estensori dell’esposto, da una serie di “atti, comportamenti ed elementi sintomatici che s’inseriscono all’interno di un pesante quadro politico rappresentato dall’approvazione del nuovo PRG di Barcellona, caratterizzata da gravi sospetti d’illegittimità”.
L’affaire di contrada Siena ha già consentito una miracolosa rivalutazione dei terreni, stimati nel luglio 2007 in 28 euro al mq. e – diciannove mesi dopo – in 85 euro al mq.. “L’approvazione del Piano particolareggiato ha innescato un meccanismo di supervalutazione dei terreni di quasi il 300% del valore venale originariamente indicato, con tutto quanto ne consegue in termini di distorsione delle regole che presiedono ad una compravendita libera e legittima e ciò sia che si realizzi o meno il Parco commerciale”, commentano le associazioni antimafia. Conti alla mano, la Dibeca di Cattafi & C. si è trovata proprietaria di un patrimonio fondiario stimato in 5.074.500 euro, otto volte in più di quanto aveva versato per la sua acquisizione il 7 aprile 2005. La società aveva rilevato i terreni dall’Opera San Giovanni Bosco dei Salesiani di Barcellona che, a sua volta, li aveva ricevuti in donazione testamentaria da uno stretto congiunto di Rosario Pio Cattafi. Costo dell’operazione 619.800 euro (394.800 per i terreni agricoli e 225.000 euro per i fabbricati ospitati). Il pagamento con assegni circolari a firma GDM – Grande Distribuzione Meridionale, la società per azioni di Campo Calabro (Reggio Calabria) che nella primavera del 2005, previa stipula con la Dibeca di un contratto di comodato d’uso e relativa promessa di acquisto dei terreni, aveva avviato l’iter per ottenere l’OK del Comune al megaparco commerciale. Ciononostante, la GDM poi deciderà di defilarsi dal progetto lasciando ai Cattafi l’onere e gli onori di concludere l’affare. Resta difficile da capire come mai i Salesiani si siano convinti ad alienare i terreni a prezzi di saldo di fine stagione. Nel 1979 i Cattafi avevano avviato un tormentato contenzioso legale invocando la “risoluzione delle disposizioni testamentarie” perché i religiosi non avrebbero destinato “a scopi sociali benefici” i terreni ottenuti dal progenitore, ma il Tribunale di Messina si era opposto il 6 dicembre 1989. La sentenza fu appellata, ma prima che fosse emesso il giudizio di secondo grado, i Salesiani decisero di capitolare. Uno dei tanti misteri che le indagini dovranno chiarire.

Fin dalle prime ore, dunque, emergono delle situazioni particolarmente anomale, non proprio semplici coincidenze.

“Una volta mi sono arrabbiata col Pubblico ministero. Gli ho gridato: ‘Ma lei si rende conto che sta insabbiando le indagini?’. Ha detto che mi avrebbe querelato, non l’ha fatto”.
Ma per capire meglio questa storia, bisogna recarsi nel luogo dove la famiglia di Attilio Manca vive da sempre, Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, grosso crocevia del traffico di armi e di droga, punto di coagulo tra Cosa nostra, politica, massoneria e servizi segreti deviati.
Angela Manca è una donna dolcissima. Vive col marito Gino in un palazzetto tardo ottocentesco ubicato nel cuore di questo paesone di cinquantamila abitanti, al centro di in triangolo urbano che comprende il circolo “Corda fratres”, il municipio e l’abitazione del boss Giuseppe Gullotti.
La “Corda fratres” non è il classico circolo di paese dove si gioca a carte e ogni tanto si organizza una conferenza. È un sodalizio esclusivo che “serve” a un sacco di gente per fare carriera. E fin qui normale amministrazione, o quasi.
La cosa diventa paradossale se all’interno dell’associazione ci trovi iscritto un potente capomafia come Gullotti e un personaggio inquietante come Rosario Cattafi, accusato di essere il mandante esterno della strage di Capaci, poi prosciolto, assieme a Berlusconi e Dell’Utri, ma sottoposto a misure di sicurezza per cinque anni con l’obbligo di soggiorno a Barcellona. Due tipi che hanno diviso quelle stanze con l’ex ministro Domenico Nania, con il cugino Candeloro Nania, sindaco di Barcellona; con il presidente della Provincia Giuseppe Buzzanca, e con il Procuratore generale di Messina Franco Cassata, vero animatore della “Corda”, da sempre residente a Barcellona, e attualmente sotto inchiesta presso la Procura di Reggio Calabria per
concorso esterno in associazione mafiosa
e per avere scritto e diffuso un dossier anonimo pieno di veleni contro il professore universitario Adolfo Parmaliana, suicidatosi per disperazione dopo aver denunciato il verminaio che da anni infesta Barcellona.
Il municipio si affaccia sul torrente Longano, un corso d’acqua che i politici locali, alcuni anni fa, hanno pensato bene a coprire con una striscia d’asfalto. Nello scorso novembre il torrente è esondato con conseguenze devastanti. Ma questo edificio è famoso, secondo una relazione della Commissione prefettizia, “per le collusioni fra alcuni assessori e consiglieri comunali del Pdl con Cosa nostra”. Eppure né il governo di centrodestra né quello di centrosinistra si sono permessi di sciogliere il Consiglio comunale e la Giunta, specie dopo che è stata approvata all’unanimità la costruzione di un mega Parco commerciale proprio sui terreni di Saro Cattafi.
Anche la casa del boss Gullotti è a pochi metri dall’appartamento dei Manca. Qui il capomafia ha ospitato Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano, qui assieme ai boss corleonesi ha disegnato la strategia eversiva più devastante del dopoguerra: la strage di Capaci e il delitto del giornalista Beppe Alfano.
Si trovano proprio a due passi dalla casa dei Manca le “centrali” del potere barcellonese, non cose di poco conto, ma entità collegate fra loro in maniera spudoratamente chiara, con ramificazioni lontane. Come a dimostrare che in Sicilia bene e male coesistono nel giro di pochi metri, di pochi centimetri addirittura.
Il palazzetto ospita due rami della dinastia Manca: in un appartamento vive la famiglia di Gino, in un altro la famiglia del fratello Gaetano.
Dal 2004 queste due famiglie, da sempre ai ferri corti, sono in guerra: da quando Ugo Manca, figlio di Gaetano,è implicato nella morte dell’urologo.
Non è uno qualsiasi Ugo Manca: temperamento piuttosto violento, in gioventù è stato vicino ai gruppi di estrema destra, risulta organico alla cosca barcellonese. Condannato in primo grado al processo “Mare nostrum” per traffico di droga, è stato assolto in appello.
Anche lui, dicono i bene informati, è amico di famiglia del Procuratore Cassata. “Il quale”, secondo l’avvocato Repici, “dopo l’assoluzione di Ugo in appello, per un banale vizio di forma non ha presentato neanche ricorso in Cassazione”.
Angela Manca è seduta nel salotto di casa. Ha sessantasette anni ed è una docente di biologia in pensione, il marito, dieci anni più grande di lei, è un ex insegnante di lingue. Gianluca fa l’avvocato e di anni ne ha quaranta. Una famiglia della media borghesia siciliana che prima della morte di Attilio viveva una vita tranquilla, senza sapere cosa fosse la mafia.
Dal 12 febbraio 2004 è cambiato tutto.
È una donna dolce e perbene, lucida anche. Determinata ad andare fino in fondo. Anche se è pervasa da un dolore indicibile, pesa le parole e non va mai sopra le righe. Adesso lei, Gino e Gianluca vivono solo per ottenere verità e giustizia.
Da quando accusa la mafia, la famiglia Manca è rimasta sola.
Angela e Gianluca appaiono i più energici, Gino il più sensibile, ma quando c’è da organizzare qualcosa diventano una cosa sola.
In certi ambienti li considerano dei pazzi, dei visionari, dei calunniatori. Loro vanno avanti lo stesso, anche perché nel frattempo attorno a loro si è creato un movimento spontaneo che chiede, anche mediante facebook,che non vengano chiuse le indagini sulla morte di Attilio. “Una cosa bellissima che ci fa sentire meno soli. Forse è stato grazie a queste pressioni che il Gip ha deciso di respingere l’ultima richiesta di archiviazione”.
Da alcuni mesi i genitori dell’urologo sono alle prese con l’ennesimo problema: un gas urticante e nocivo (secondo i carabinieri e i Vigili del fuoco), che qualcuno immette nella loro abitazione durante le ore notturne. “Evidentemente qualcuno vuole che scappiamo, ma si sbaglia: resteremo qui perché questa è la casa di Attilio”.

Tanti i ricordi che si concentrano, tante le sensazioni, tante le emozioni. Per un po’ tocchiamo la corda dei sentimenti. Attilio che primeggia a scuola. Attilio che traduce senza vocabolario le versioni di latino e di greco. Attilio che a quindici anni è un campioncino di basket. Attilio che vuole fare informatica. Attilio che si iscrive in Medicina all’Università cattolica del Sacro cuore di Roma. Attilio che racconta le barzellette su Totti. Attilio che, concluso il tirocinio con il prof. Gerardo Ronzoni, un luminare nel campo dell’urologia, vuole trasferirsi a Messina.
“Intorno al 2002 aveva saputo che c’era un posto. Aveva presentato la domanda. Bonariamente gli dissero: ‘E’ inutile, c’è il cugino di un senatore barcellonese, il posto è suo’. A quel punto optò per Viterbo”.
Poi Angela mette insieme i fatti, li ordina e li elabora.
“La morte di Attilio”, dice, “è avvenuta in una regione dove la mafia è sbarcata da alcuni anni e la massoneria comanda indisturbata grazie ai potenti collegamenti di cui dispone”.
“All’inizio non ci fecero vedere neanche il cadavere. È meglio che lo ricordiate com’era, spiegarono garbatamente il prof. Rizzotto e mio nipote Ugo Manca. All’inizio ci dissero che era morto per un aneurisma. Quando ci parlarono di suicidio, capii che lo avevano ammazzato. Addirittura sostennero che il setto nasale era stato deviato dal telecomando poggiato sul letto, dopo che Attilio, stordito dall’overdose, c’era andato a finire con la faccia. Dalle foto, invece, si vede il telecomando sotto il braccio. E poi, come può un telecomando poggiato su un piumone, fracassare la faccia di un uomo?”.
“Attilio non voleva neanche il vino a tavola durante la settimana: ‘Devo essere sobrio, quando vado in sala operatoria devo essere tranquillo. Come si poteva fare l’eroina e a quei livelli?”.
“Mi chiedo perché è stata chiamata la moglie del prof. Rizzotto a fare l’autopsia. Non era la persona adatta: conosceva bene Attilio,ci sono delle foto di una festa da ballo in cui addirittura ballano insieme. E poi era la moglie di un primario alle cui dipendenze lavorava mio figlio. Il prof. Rizzotto
era stato interrogato come testimone, non era giusto che fosse proprio sua moglie a fare l’autopsia. Un’autopsia condotta in modo veloce, sommario e approssimativo. I miei tre fratelli, che aspettavano l’esito dell’esame autoptico, possono testimoniare: il professor Rizzotto passeggiava dietro la porta dove la moglie faceva l’autopsia, Ugo Manca pure. Dicevano di fare presto perché si doveva trasferire la salma in Sicilia. Ma noi non avevamo fatto alcuna pressione”.
Perché insistete sulla pista che porta a Provenzano?
“Una settimana dopo, mentre siamo al cimitero, si presenta un signore, Vittorio Coppolino, papà di Lelio Coppolino, un intimo amico di Attilio. Ci ferma e ci dice: ‘Siete sicuri che vostro figlio non sia stato ammazzato perché ha visitato Bernardo Provenzano?’. Non avevo idea di chi fosse Provenzano (foto), e pensai: ‘Ma questo che dice?’”.
“L’ultimo Natale (quello del 2003, un mese prima della sua morte) Attilio lo aveva passato con Lelio.Sono convinta che in quel periodo Attilio avesse confidato alcuni segreti su Provenzano, comprese le complicità barcellonesi, a Lelio Coppolino e a qualche amico vicino a Ugo Manca”.
“Dopo un anno incontro nuovamente il papà di Lelio: ‘Hai visto che avevo ragione?La Gazzetta del Sud parla dell’operazione di Provenzano’. Mi porta il giornale, ma stranamente manca la pagina che mi interessa. Gli telefono: ‘Vittorio, perché mi hai dato il giornale con un foglio mancante?’. E lui: ‘L’ho portato a Lelio, l’avrà strappata per accendere il fuoco’. Recupero il quotidiano e leggo: il pentito Francesco Pastoia, ex braccio destro di Provenzano, dichiara: ‘Un urologo siciliano ha visitato Bernardo Provenzano nel suo rifugio’. Da quel momento mi si sono aperti scenari del tutto nuovi”.
“Nei giorni che precedono la sua morte, Attilio è angustiato da qualcosa, specie dopo aver sentito al telefono gente di Barcellona.Lo affermano tutti i testimoni. Due giorni prima fa uno strano viaggio a Roma, probabilmente per incontrare qualcuno. Parla al telefono con un’infermiera: è strano, spaventato: ‘Attilio, ma che hai?’. ‘Un problema’. ‘Non ti preoccupare, domani è un altro giorno’. Nel pomeriggio ha un appuntamento con il prof. Ronzoni, il suo secondo padre, e non si presenta. La sera, a Viterbo, ha una cena di lavoro con una Casa farmaceutica e non si presenta neanche li”.
“Ma il mistero si infittisce nelle ore successive. Alle undici di sera chiamiamo ma non risponde. L’indomani mattina alle nove telefona, ma senza quell’affettuosità di sempre: ‘Mamma, mi dovete fare aggiustare la moto che è nella casa al mare di Terme Vigliatore’. ‘Attilio, siamo a febbraio’. “Me la dovete fare aggiustare’. Chiudo e mi giro verso mio marito: ‘Attilio sta diventando acido’. Da qualche giorno mi rispondeva così, come se volesse che io capissi le sue preoccupazioni. Dopo la sua morte, abbiamo portato la moto dal meccanico: era in ottimo stato. Attilio voleva mandare un messaggio, forse un riferimento alla località di Terme Vigliatore, dove Provenzano è stato nascosto per diverso tempo. Anche questa telefonata non esiste nei tabulati della Polizia. Nelle ore successive lo abbiamo chiamato più volte, il telefono suonava ma lui non rispondeva. Questo mi fa presumere che fosse in ostaggio. L’hanno portato in qualche posto? È andato a visitare Provenzano in qualche località segreta? Perché quegli strumenti di lavoro in camera da letto? Li ha adoperati o li doveva adoperare?”.

fonte: isiciliani.it gennaio 2012
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