23 gennaio 2012

Una tomba nucleare




L’omicidio Fragalà (audio) ha qualche legame con la raccolta delle scorie radioattive nella miniera di Pasquasìa? Nel giugno 1992 Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, che lì aveva lavorato, raccontò a Paolo Borsellino che le gallerie sotterranee venivano utilizzate per smaltire scorie radioattive. Secondo il racconto di Messina - le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984, quando aveva avviato uno studio geologico, geochimico sulla sua resistenza alle scorie nucleari. Ci sono altri siti? Sul destino dell’isola ci si interroga da anni, ma a quanto pare nessuno dà una risposta.

Bentornati in Sicilia, o meglio nel più grande cimitero nucleare d’Italia. Per la cronaca: al secondo posto si classifica la Basilicata (il centro Trisaia dell’Enea-Enel ora Sogin). Dopo le scorie radioattive dello zio Sam propagate a Lentini (a causa di due incidenti aerei) - dove da anni provocano
numerosi casi di leucemie mortali fra i bambini, nonché malformazioni neonatali
- e gli ordigni atomici custoditi a Sigonella ed occasionalmente nel porto di Augusta a bordo di sommergibili Nato, eccoci nuovamente viscere della terra. Un’interrogazione a risposta orale
(primo dei dieci firmatari Giuseppe Scozzari), datata ventidue luglio 1996 chiede
infruttuosamente al governo
«se corrisponda al vero che la miniera di Pasquasia
sia adibita a discarica di scorie radioattive».
Uno studio dell’Agenzia internazionale atomica (IAEA) - risalente al 1985 (pagina 239) - segnala il sito di questa miniera di sali potassici in provincia di Enna, quale luogo di sperimentazioni nucleari dell’Enea (ente nucleare dello Stato italiano). Non è tutto. Ancor prima, «Una commissione europea stilò nel 1977
una lista che individuava in Italia 134 siti idonei ad ospitare un deposito geologico per i rifiuti radioattivi; i siti individuati sarebbero: in Sicilia Regalbuto, Agira, Assoro Villapriolo, Pasquasia, Resuttano, Salinella, Milena, Porto Empedocle, Realmonte, Montallegro; in Calabria Fiume Neto e in
Basilicata Scanzano;
considerato che: nove dei comuni accreditati come possibili sedi del deposito nazionale per le scorie radioattive si troverebbero in Sicilia e fra questi, sei, soltanto nelle provincie di Caltanissetta ed Enna; i territori siciliani risultano essere ad alto rischio sismico e
ciò li renderebbe assolutamente non idonei alla localizzazione di scorie nucleare». E’ il testo di
un’interrogazione parlamentare (n. 4-07654), presentata da Natale Ripamonti il 10 novembre 2004 al ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli. Né il governo Berlusconi, né tantomeno
quello Prodi ha mai fornito risposta; tant’è che l’iter è tuttora in corso. Eppure, il senatore dei Verdi Ripamonti, chiedeva semplicemente di sapere «se, tenendo conto del rischio sismico e delle
particolari condizioni di precarietà dal punto di vista economico, sociale, di ordine pubblico e ambientale, che caratterizzano i territori siciliani di cui in premessa, vi sia la volontà di garantire
un'esclusione certa e definitiva dei comuni siciliani dalla scelta di localizzazione del sito nazionale per le scorie nucleari; quale sia la valutazione del Governo in ordine alle modalità con cui garantire una reale e concreta informazione nei confronti delle popolazioni locali, delle istituzioni locali e del Parlamento riguardo alle iniziative assunte in questi mesi e che s’intende
assumere successivamente; se non si ritenga opportuno sostenere presso la Comunità europea la necessità di evitare la modifica delle norme comunitarie al fine di non provocare gravi conseguenze sanitarie, sociali, economiche e per ribadire che le scorie nucleari devono essere smaltite nel paese in cui sono prodotte». In precedenza il ministro Matteoli: «aveva ammesso («Il Corriere della Sera», 3 dicembre 2003) il problema dei 60.000 metri cubi di scorie in arrivo
dall'Inghilterra e garantito che avrebbe chiesto all'Unione europea di modificare la norma comunitaria che impedisce lo smaltimento di scorie di un paese diverso da quello dal quale sono prodotte. Il ventisei novembre 2004 Sergio D’Offizi, responsabile Area territorio ed
ambiente della società Sogin, che gestisce lo smaltimento delle scorie, avrebbe dichiarato al «Corriere della Sera» che «tra i possibili siti vi sono Regalbuto, Agira, Assoro in provincia di Enna e Resuttano nel distretto di Caltanissetta». Negli anni, inchieste e indagini parlamentari
hanno provato a fare chiarezza ma senza ottenere risposte. Rifiuti radioattivi incompatibili con
qualsiasi forma di vita, il loro destino è l’occultamento attraverso stratagemmi, a danno della collettività e dell’ecosistema. I responsabili? Criminalità di Stato e multinazionali del crimine.

Paravento è scientifico
Siamo a ridosso della miniera di Pasquasia, un’area di settanta ettari, in provincia di Enna, a circa ventidue chilometri da Caltanissetta. Quello che un tempo prefigurava un sospetto, ora è realtà inconfutabile. Per annientare quest’angolo di Sud, il paravento è scientifico. Ecco qualche pagina in materia:’Studi nella cavità sotterranea di Pasquasia. Scienze
e tecniche nucleari’ (rapporto Eur 11927 IT, anno 1988); oppure, ‘Studi nella cavità sotterranea di Pasquasia. Rapporto finale’, edito sempre nell’ottantotto, addirittura dalla Commissione delle Comunità europee (European Nuclear Energy Agency). E ancora il più recente:’Le ricerche
condotte dall’Enea fra il 1976 e il 1991 sul confinamento geologico delle scorie radioattive a lunga vita e ad alta attività’ (Report RSE/2009/128, a firma di Francesco Zarlenga). Ma diamo
un’occhiata alla pubblicazione intitolata ‘Indirizzi generali e pratiche di gestione dei rifiuti radioattivi’, pubblicata dall’Enea nel 1990. A pagina 189 e seguenti si legge: «… L’Enea aveva da
tempo avviato attività preparatorie per la realizzazione di un bacino centralizzato
d’immagazzinamento di combustibile irraggiato (…) L’Enea è, infatti, l’organo nazionale deputato per legge all’individuazione di soluzioni per l’eliminazione dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia. A tal fine l’obiettivo generale delle ricerche condotte dall’Enea sin dalla fine degli anni ’60 è stato quello di qualificare una o più formazioni geologiche, suscettibili di offrire le migliori condizioni di contenimento plurimillenario dei rifiuti. Fra le numerose formazioni geologiche con caratteristiche generali adatte allo smaltimento dei rifiuti, l’Italia ha scelto
prioritariamente i depositi argillosi plioquaternari (…) Dal punto di vista tecnico, la scelta è giustificata dai caratteri intrinseci delle formazioni argillose, che assicurano la disponibilità di un’efficace barriera alla potenziale migrazione dei radionuclidi dai depositi profondi della
state avviate le azioni per la costruzione, in collaborazione con l’Italkali di Palermo, di un laboratorio sperimentale sotterraneo nella miniera attiva di sali di Pasquasia (EN). Il laboratorio viene costruito nella rampa di accesso ai depositi minerari, ad una profondità di centosessanta mt. (…) Esistono al momento in Italia le tecnologie per il trattamento e
condizionamento, mentre per la custodia di questi rifiuti la saturazione dei magazzini
di stoccaggio esistenti e la recente sospensione delle operazioni di affondamento
in mare, condotte sotto l’egida dell’ENEA, rendono improrogabile il reperimento di siti di smaltimento su suolo nazionale».
Chiusura improvvisa
Dal 1959 al ventisette luglio 1992 la miniera di Pasquasia ha sfornato sali alcalini misti, in particolare kainite per la produzione di solfato di potassio. Senza preavviso, ha cessato l’attività estrattiva per ospitare nel suo complesso rifiuti nucleari. Scorie delle quali la popolazione non avrebbe dovuto sapere nulla e che, negli anni, hanno seminato malattie e
morte. Un silenzio che già nel 1996 aveva provato a infrangere Giuseppe Scozzari, avvocato ed ex parlamentare,che di Pasquasia aveva sentito parlare un anno prima. Quando a Washington,
nell’ambito di una conferenza sul combustibile nucleare esausto, era stato diffuso un documento che annoverava la miniera siciliana tra quella «mezza dozzina di siti perfettamente funzionanti» dove, «in Europa Occidentale», «si depositano scorie di basso e medio livello», Scozzari aveva
esaminato il caso, presentato un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso in quel sito. Le istituzioni gli negarono l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, le istituzioni negano la
presenza delle scorie, mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano la presenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Nel 1995 si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni nucleari.
Il primo a parlare della presenza del fenomeno era stato, nel 1992, il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, che lì aveva lavorato come caposquadra. Nel giugno 1992 Messina raccontò a Paolo Borsellino che le gallerie sotterranee venivano utilizzate per smaltire scorie radioattive. Il 19 luglio di quell’anno, il giudice venne assassinato assieme alla sua scorta di Polizia. Secondo il racconto di Messina - sulla circostanza considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna- le
attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984, quando l’Enea aveva avviato uno studio geologico,geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria
profonda 50 metri, costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea, e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero monitorare. Forse, la radioattività?

Ingresso vietato
In quello stesso anno anche Ugo Maria Grimaldi, all’epoca Assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia, aveva tentato di entrare a Pasquasia con tecnici ed esperti. E come Scozzari, aveva incontrato insormontabili difficoltà. “Non volevano che entrasse la televisione”, racconta lui stesso in un’intervista rilasciata a‘Ennaonline’ il sedici marzo del 2001 “Non volevano nel modo più assoluto che si vedessero i pozzi. Quando poi sono riuscito ad entrare all’interno
della miniera, la cosa più strana che vidi era che uno di quei pozzi, che loro chiamavano bocche d’aria o sfiatatoi enormi e profondi, dal diametro di più di quindici metri, era stato riempito con materiale che di sicuro era stato trasportato all’interno della miniera per chiudere,
per tappare in modo definitivo quella bocca. E non si tratta di materiale buttato dentro
casualmente, come può verificarsi in una miniera temporaneamente chiusa, come quando qualcuno che vede una pietra e che la butta dentro. Qui si tratta di TIR carichi di materiale che poi hanno buttato dentro appositamente per seppellire e nascondere un qualcosa”. Solo uno dei 4 pozzi misura una profondità di mille metri, mentre gli altri variano dai settecentocinquanta ai
ducetonovantatre metri. Nella stessa intervista Grimaldi cita uno studio epidemiologico di Maurizio Cammarata, oncologo all’ospedale di Enna, che quattordici anni fa aveva rilevato un
preoccupante incremento di casi di leucemia e tumori nell’ordine del 20% nel solo biennio 1995-96. “Ebbi a denunziare che l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera
dell’Europa”. Le iniziative di Grimaldi, come quelle di Scozzari, non approdarono ad alcun risultato concreto e la vicenda Pasquasia sprofondò nuovamente nel dimenticatoio. Almeno
fino 2007, quando Angelo Severino, direttore del periodico ‘L’Ora Siciliana’, riaprì il caso citando anche l’esistenza di documenti che proverebbero la tesi della presenza di scorie nucleari nella miniera. Già nel 2003, al termine di una riunione, coordinata dal Presidente del
Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, i Ministri Altero Matteoli, Antonio Marzano, Carlo Giovanardi, Giuseppe Pisanu e il Sottosegretario Gianni Letta, gli esperti del Governo avevano indicato «Pasquasia come uno dei venti siti nazionali idonei allo stoccaggio di materiale radioattivo. Perché annoverato tra quelli con presenza di salgemma ritenuti per anni particolarmente adatti al confinamento delle scorie radioattive in virtù dell’impermeabilità dell’acqua delle strutture saline».

Nessuna risposta
In materia sono state presentate, nel 2011, ben tre interrogazioni, due al Senato ed una alla Camera dei Deputati. I Senatori Felice Belisario e Fabio Giambrone, nell’interrogazione numero
4-04640 del ventisei febbraio 2011, scrivono che «la miniera di Pasquasìa, in provincia di Enna, è stata la terza più importante miniera del mondo per estrazione di sali alcalini misti per la
produzione di solfato di potassio. Detta miniera, che occupava cinquecento persone in un territorio ad alto tasso di disoccupazione, è stata senza alcun giustificato motivo chiusa nel 1992; la miniera, che oggi di fatto versa in stato di abbandono, viene considerata una bomba ecologica in quanto risulterebbe accogliere rifiuti pericolosi di vario tipo (percolato, amianto, rifiuti speciali e, non ultimo, rifiuti radioattivi), con il rischio quindi di conseguenze pericolosissime per la salute dei cittadini e per l’ambiente. Sui pericoli di Pasquasìa sono state aperte diverse inchieste giudiziarie, da ultimo quella della magistratura di Enna del ventotto gennaio 2011 (…) ; nel 1997 l’Azienda sanitaria locale di Enna segnalava la presenza, in quantità fuori dalla norma, di cesio 137 (sostanza prodotta dalla fissione nucleare); secondo studi epidemiologici
dell’ospedale di Enna il livello di incidenza di tumori e leucemie nella provincia, priva di altri stabilimenti industriali, è tra le più alte d’Italia, ivi incluse le aree industriali del Nord, si
chiede di sapere:se i Ministri in indirizzo intendano chiarire con urgenza l’attendibilità dell’allarme da anni diffuso nel territorio di Pasquasìa; come si intenda intervenire, una volta
accertato che la miniera abbandonata sia oggi diventata una discarica abusiva di rifiuti pericolosi di ogni tipo, per bonificare il territorio interessato e rimuovere ogni rischio per la salute dei cittadini, per l’ambiente e le falde acquifere; se siano mai state adottate misure idonee a garantire la protezione sanitaria contro i pericoli delle radiazioni, di cui al capo III del titolo II
del trattato Euratom (firmato a Roma nel 1957), ed in particolare le misure necessarie a
mantenere un elevato livello di sicurezza in materia di gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi». Il successivo ventotto marzo, sei parlamentari del Pd, prima firmataria Elisabetta Zamparutti, puntualizzavano che «risultano ancora secretati gli atti che negli anni la procura di Caltanissetta ha acquisito». Successivamente, il senatore Vincenzo Oliva aveva interrogato infruttuosamente il Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, specificando, tra l’altro che «il Consiglio dei ministri il diciotto febbraio 2005 aveva decretato per Pasquasia lo stato di emergenza includendola tra le aree da mettere in sicurezza». Pochi giorni dopo, nell’aprile, il Governatore Raffaele Lombardo è stato interrogato per tre ore dal sostituto procuratore della repubblica di Enna, Marina Ingoglia. Il Presidente ha fatto riferimento
ad una sorgente radioattiva, rilevata a 300 metri di profondità, che ‘potrebbe’ essere collegata ad alcuni esperimenti condotti dall’Enea. “Non so di chi sia la responsabilità ma non c’è dubbio
che i responsabili dovranno dare una risposta non solo all’autorità giudiziaria ma anche alla comunità” aveva dichiarato alla stampa dopo l’interrogatorio. Nessuna indagine venne mai realizzata, ma i documenti ufficiali da sempre a disposizione di fatto confermano, senza
bisogno di indagini, sulla testimonianza di Messina. Uno studio dell’Agenzia internazionale
atomica (IAEA) - risalente al 1985 (pagina 239) - segnala il sito di questa miniera di sali potassici in provincia di Enna, quale luogo di sperimentazioni nucleari dell’Enea (ente nucleare dello Stato italiano).

Il caso Fragalà -
La miniera di Pasquasia potrebbe entrare nell’inchiesta sull’assassinio di Vincenzo Fragalà,
l’avvocato picchiato a morte nel centro di Palermo il ventitre gennaio 2010. In una lettera risalente al tredici dicembre 2010 spedita dall’avvocato palermitano all’allora Viceministro per il Commercio Estero Adolfo Urso, quaranta giorni prima di essere ucciso, Fragalà chiedeva
l’attenzione del governo sulla miniera di Pasquasia. Questa specifica vicenda il noto penalista l’aveva affrontata ripetutamente durante la sua carriera di parlamentare, l’ultima volta con un’interpellanza presentata il ventidue aprile 2002 (atto ispettivo numero 2-00308). Fragalà
era stato anche membro della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La miniera era stata chiusa dal ventisette luglio 1992, ma precedentemente, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina - che lavorava
proprio a Pasquasia - ha inghiottito scorie radioattive. Infatti, diciannove anni
fa, il trenta giugno, i magistrati Paolo Borsellino e Vittorio Aliquò ed il questore Antonio Manganelli (attuale capo della Polizia), mettono a verbale le dichiarazioni del collaboratore di giustizia. Manganelli all’epoca sosteneva, secondo quanto riportato da ‘La Repubblica’ del
diciotto novembre 1992, che «il contributo delle confessioni del pentito Leonardo Messina era assimilabile a quello portato da Tommaso Buscetta». Nel 1997, la Dda di Caltanissetta aprì un’indagine in merito. Un’inchiesta chiusa con l’archiviazione che ha portato il procuratore
di Caltanissetta, Sergio Lari, ad opporre il segreto alla richiesta della Provincia di Enna di conoscere gli atti del fascicolo. Poco prima, però, il consulente della Procura di Caltanissetta Giorgio Lombardo aveva messo nero su bianco di aver curato, su mandato di Resais,
“lo smantellamento, la messa in sicurezza ed il ritiro delle sorgenti radioattive certificando l’avvenuta bonifica nucleare del sito”. Giuseppe Valentino, il 5 giugno 2002 (seduta 154), allora Sottosegretario di Stato per la Giustizia, ha specificato: «In particolare, sulla base di un programma di interventi di bonifica e messa in sicurezza di urgenza predisposto dall’ENEA, sono state già realizzate le relative opere a cura della Resais». Attualmente è in corso un’inchiesta giudiziaria della Procura della Repubblica di Enna, incentrata esclusivamente sul grave stato di inquinamento superficiale del sito, non dei suoi quattro pozzi, uno dei quali a mille metri di profondità.

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