24 gennaio 2012

Villafranca Tirrena (ME), IL FUNERALE DEL BOSS SANTO SFAMENI. Il sacerdote nell’omelia: 'Ha aiutato la parrocchia'

[fonte foto]

VILLAFRANCA TIRRENA - Era riverito in vita da una buona parte dei suoi compaesani. Lo è stato anche in punto di morte. Il “patriarca” se ne è andato a 83 anni e cinquecento persone gli hanno reso omaggio, durante la celebrazione del rito funebre nella chiesa Nostra Signora di Lourdes. Gente di Vilafranca ma anche accorsa da fuori, da Palermo e da Barcellona, dalla vicina Calabria. Santo Sfameni era 'uomo di rispetto', indicato nelle ordinanze di custodia cautelare e nelle sentenze passate in giudicato quale “boss di vecchio stampo”, referente di Cosa Nostra, amico intimo di Michelangelo Alfano, di Mommo Piromalli, di Bernardo Provenzano. Gli ultimi anni della sua esistenza li ha trascorsi da tranquillo pensionato, seduto davanti al portone della casa presa in affitto a Giuntarella. I beni gli erano stati confiscati, anzi Santo Sfameni ha potuto fregiarsi del record delle confische nella provincia peloritana (sette immobili, tra ville e palazzi, sono stati incamerati, alcuni dei quali dal Comune di Messina, che li ha destinati a scopi sociali). Ma in paese era considerato una sorta di vecchio saggio, che dispensava consigli e ogni mattina leggeva il suo giornale, commentando ad alta voce le notizie.
La Chiesa rifiuta il sacramento della comunione ai divorziati ma a un “boss” i funerali sono dovuti. E padre Antonino Pelleriti, (foto in basso) officiando le esequie, davanti a parecchi esponenti della politica locale, tra cui anche il vicesindaco, alcuni assessori e consiglieri comunali di Villafranca, ha tratteggiato la figura del “patriarca”:
«In pochi lo sanno – ha affermato –, ma quando negli anni ‘90 le ditte lavoravano per la realizzazione della gradinata prospiciente il campetto di calcio attiguo alla parrocchia, il nostro fratello ha voluto dare un suo contributo».
E l’accusa di aver protetto i criminali assassini della povera Graziella Campagna, Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera, condannati in via definitiva per l’omicidio più efferato mai accaduto a Messina e nel suo hinterland? Acqua passata. E la sentenza andata in giudicato per la gambizzazione di un docente universitario? E il periodo di latitanza trascorso tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con collegamenti mai chiariti del tutto con apparati dello Stato, logge massoniche e “amici degli amici”? E la cattura avvenuta il 18 maggio 1994? Santo Sfameni ha sempre respinto le “insinuazioni malevole”, le ha definite «un’infamia”, perché lui si considerava un «onesto imprenditore», incappato chissà perché nelle maglie della giustizia. E a Villafranca anche ieri c’era chi lo ricordava come «una figura tutto sommato positiva». Sì, qualcuno ha detto che «grazie a lui a Villafranca la mafia locale non ha mai imposto il “pizzo”». Si stava bene, grazie al “patriarca”. Perché, dunque, stupirsi se ai suoi funerali c’erano i politici locali, i vigili urbani in uniforme, i rappresentanti dell’amministrazione e del consiglio comunale? Ogni uomo, anche colui che ha commesso i reati più odiosi, ha il diritto a una degna sepoltura e a essere ricordato dai propri cari e amici. Ma per noi questa è la terra di Graziella Campagna, più che di Santo Sfameni. È la terra di Falcone e Borsellino, più che di Riina e Provenzano. Non dimentichiamolo mai.
REDAZIONE MESSINA - GDS fonte: enricodigiacomo.org
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