12 aprile 2012

Giustizia, clamorosa sentenza d'appello per il caso Messina


Messina, 11.04.2012

Cade l'accusa di aver agevolato l'associazione mafiosa e per il magistrato Lembo(foto) vengono dichiarate ulteriori prescrizioni che cancellano la condanna a 5 anni per la gestione del pentito Sparacio. Restano in piedi la condanna a 7 anni dell'ex giudice Mondello ed a 6 anni e 4 mesi per Sparacio. Le spese di giudizio? Le paga la parte civile.

Più che mai utile attendere il deposito delle motivazioni, per "leggere" il verdetto d'appello sul caso Messina.
La II sezione della Corte d'appello di Catania ha oggi chiuso il processo di secondo grado di una delle più clamorose pagine della cronaca giudiziaria messinese.
Con una sentenza zeppa di ribaltamenti di fronte.

Al banco degli imputati due ex giudici messinesi e un ufficiale dell'Arma, accusati di aver pilotato le dichiarazioni di Luigi Sparacio, ex boss di primo piano e pentito "principe". Tra gli imputati lo stesso Sparacio.

Le lungaggini del processo hanno giovato al principale imputato, l'ex applicato della Procura nazionale antimafia Giovanni Lembo. I giudici catanesi hanno escluso l'aggravante di aver agevolato l'associazione mafiosa contestata a corollario delle due principali accuse, favoreggiamento e abuso d'ufficio, applicando poi la prescrizione per il primo capo e dichiarando quindi il non doversi procedere.

L'ex magistrato è stato inoltre assolto dall'accusa di minaccia al pentito Paratore e per lui è stata revocata l'interdizione dai pubblici uffici. In primo grado era stato condannato a 5 anni, con la prescrizione delle accuse di abuso d'ufficio.

Assoluzione perché il fatto non sussite per il maresciallo dei Carabinieri Antonio Princi per le minacce a Paratore, condannato in primo grado a 2 anni.

Confermata per il resto la sentenza di primo grado emessa nel 2008, e condanna a Lembo e Mondello al pagamento di 2 mila euro a favore dell'Amministrazione dello Stato quale parte civile. Le spese di giudizio le pagheranno in solido, insieme a Sparacio e Mondello anche le parti civili, cioè Antinino Cisco e l'avvocato Colonna.

Se le prescrizioni dichiarate tra il primo e il secondo grado salvano Lembo dalla condanna non lo sollevano dalle eventuali responsabilità civili. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, infatti, i giudici avevano scritto chiaramente che gli abusi contestati erano fondati anche se prescritti e anche in secondo grado quel che viene meno è il favoreggiamento dell'associazione, non di Sparacio quale singolo pentito. E del resto a leggere il verdetto la credibilità di Sparacio resta intatta, visto che la condanna di Mondello è granitica. Ma per capire meglio in quadro servirà appunto leggere le motivazioni dei giudici, che saranno depositate non prima di tre mesi.

Rispetto alla sentenza di primo grado, emessa nel 2008, restano in piedi sostanzialmente le condanne a 7 anni per concorso esterno a carico dell'ex capo dell'ufficio Gip di Messina, Marcello Mondello, ed a 6 anni e 4 mesi per il pentito Sparacio. In pratica restano in piedi le condanne del magistrato e del suo principale accusatore, il pentito Sparacio appunto: accertarne la cedibilità era il perno del processo stesso.

L'accusa, i pm Antonino Fanara e Mariella Ledda, aveva sollecitato la condanna a 9 anni per Mondello e 10 anni per Lembo, chiedendo la prescrizione per Princi.

L’accusa per Lembo era quella di aver gestito la collaborazione di Luigi Sparacio in maniera deviata, così da tener fuori dalle dichiarazioni il boss Michelangelo Alfano. A dare il via al caso Messina sono state le dichiarazioni del penalista Ugo Colonna, che nel ’96 denunciò la falsa collaborazione di Sparacio. Alfano e Sfameni erano in contatto col boss messinese Domenico Cavò e, dopo la sua morte, con Sparacio, come hanno raccontato i pentiti, che hanno anche svelato i rapporti di Alfano con i politici e gli imprenditori messinesi. A Mondello, invece, è stato imputato il collegamento con don Santo Sfameni. Concretizzatosi, secondo l’accusa, nell’archiviazione per Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera, poi condannati all’ergastolo per l’omicidio della giovane Graziella Campagna, 23 anni fa.

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