12 aprile 2012

L’uomo che annullò la condanna di Dell’Utri. Una storia


di Nando dalla Chiesa

Sant’Iddio, la memoria. Che cosa è non averla… Ma davvero vi pare così strano che una corte presieduta in Cassazione da l giudice Aldo Grassi abbia annullato la sentenza d’appello su Marcello Dell’Utri e abbia sconfessato il concorso esterno in associazione mafiosa? E allora sentite questa storia.

C’era la Sicilia degli anni ottanta. E c’era la mafia, naturalmente. Forte, fortissima a Palermo, che era da sempre casa sua. Meno potente ma ormai in crescita a Catania, dove aveva rapporti strettissimi con i maggiori imprenditori locali, chiamati “Cavalieri del lavoro”, anche se la parola d’ordine era che la mafia non vi esistesse. A Palermo però stava affiorando una magistratura nuova. Non solo non complice, ma addirittura intenzionata a imporre ai clan il rispetto delle leggi. Per questo i giudici vi venivano uccisi, anche ai livelli più alti. Il capo ufficio istruzione Cesare Terranova (1979), il procuratore capo Gaetano Costa (1980) e di nuovo il capo ufficio istruzione Rocco Chinnici (1983). E dietro di loro cresceva il prestigio e l’influenza di altri magistrati più giovani, due dei quali si chiamavano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Quest’ultimo soprattutto mostrava, oltre a grandi capacità investigative, una spiccata propensione a parlare di dottrina, a proporre cambiamenti nei codici, nella giurisprudenza e nell’ordinamento giudiziario per rendere la lotta alla mafia cosa efficace. Si faceva spiegare Cosa nostra da grandi boss, giungeva perfino a colpire i piani più alti del livello economico-finanziario dell’isola, come i cugini Nino e Ignazio Salvo.

A Catania invece tutto questo non c’era. A Palermo il prefetto veniva ucciso, a Catania il prefetto presenziava sorridente all’inaugurazione del salone automobilistico del boss Nitto Santapaola. A Catania funzionava un blocco di potere granitico alimentato dai soldi dei Cavalieri. Economia, burocrazie, partiti, intellettuali, giornali. E giustizia. Una giustizia solerte a insabbiare, a proteggere. Un giornalista, si chiamava Pippo Fava, denunciò con vigore questo blocco di potere. Venne ucciso all’inizio del 1984. Ma lo scandalo cresceva, era davvero impossibile non vedere che mondo si fosse costruito intorno ai soldi dei Cavalieri e ai loro rapporti con la mafia cittadina. Li aveva chiamati in causa il prefetto dalla Chiesa. E sulle loro fatturazioni false, specie quelle del Cavaliere Rendo, si indagava ovunque: a Palermo, a Siracusa, anche ad Agrigento, dove c’era un giudice ragazzino, si chiamava Rosario Livatino (anche lui sarebbe stato ucciso anni dopo), che faceva da solo quel che tutto il palazzo di giustizia di Catania (“oberato”, naturalmente) non faceva. Poi si insospettirono anche la Guardia di Finanza e la questura catanesi, e i Cavalieri pensarono di rimediare premendo sui Palazzi romani per fare traferire il questore. Fatto sta che per capire che cosa stesse succedendo in quel Palazzo di giustizia arrivarono gli ispettori ministeriali.
Che con 3.252 pagine di allegati dissero e scrissero quello che il povero Fava aveva gridato con quanto fiato aveva in gola.
Sulla giustizia catanese c’era un macigno che bloccava tutto. E questo macigno aveva dei nomi. Il primo era quello del procuratore capo Giulio Cesare Di Natale. Il secondo era quello di un suo sostituto, si chiamava Aldo Grassi, che il professor D’Urso, integerrimo architetto che denunciava le omissioni dei giudici sugli scempi urbanistici dei Cavalieri, aveva soprannominato “Beddi capeddi” (“Bei capelli”). Gli ispettori mossero al dottor Grassi una quantità sterminata di addebiti. Di ritardi nella trattazione del processo per l’omicidio del procuratore Costa. Di avere accumulato lentezze intollerabili e a loro avviso sospette nei procedimenti a carico dei Cavalieri. Di lui scrissero: “evidenzia una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti”. E, a proposito di un procedimento a carico della famiglia del Cavaliere Rendo: “consegue la sicura censurabilità dell’anzidetta stasi processuale a carico del Dott.Grassi”.
Lo rimproverarono anche di non avere avvisato di trovarsi in conflitto di interessi nel trattare procedimenti nei confronti del Cavalieri Carmelo Costanzo, essendo inquilino di una casa di proprietà di una società del costruttore. Al termine del loro rapporto gli ispettori scrissero: “Nella specie, quindi, non sussistono soltanto comportamenti, riconducibili a magistrati, tali da offuscarne la credibilità, sufficienti ai fini della sussistenza della incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse (collegate a fatti in parte fondati) di collusioni o comunque di rapporti ambigui, di insabbiamenti, di inerzie, di negligenze o di compiacenze nei confronti di quel nuovo, e non meno pericoloso, tipo di delinquenza che è la criminalità economica”. E ancora: “Deve con certezza ritenersi che lo svolgimento delle funzioni requirenti da parte dei d.ri Di Natale e Grassi sia stato offuscato da sospetti, critiche, accuse che infirmano in modo grave la loro credibilità e che sono state, tra l’altro, in gran parte confermate da quanto è stato accertato nella presente inchiesta”.

Grassi venne anche accusato di avere chiesto contributi alla famiglia del Cavaliere Rendo per finanziare un convegno di Magistratura Indipendente. Gli ispettori conclusero di “potere stabilire con assoluta certezza” per Di Natale e Grassi la sussistenza “delle condizioni di incompatibilità ambientali”. Grassi chiese a quel punto il trasferimento a Messina. Il ministro provvide per Di Natale con azione disciplinare.
Intanto a Palermo Falcone accumulava il materiale per il maxiprocesso. Che lo avrebbe portato a convincersi che occorreva colpire il concorso esterno in associazione mafiosa: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono -eventualmente- realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili -a titolo concorsuale- nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso[…] che costituisce una della cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, della difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali” (dalla sentenza-ordinanza conclusiva del maxiprocesso ter, luglio 1987).
Poteva mai condividere queste parole il dottor Grassi giunto in Cassazione a giudicare Marcello Dell’Utri?
P.S. Quanto ai procuratori generali in Cassazione, non sempre fanno testo. Ce ne fu uno, Tito Parlatore, che negli anni sessanta, al processo contro gli imputati dell’assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale difesi dal futuro presidente della Repubblica ed ex capo del governo Giovanni Leone (e assolti per insufficienza di prove), tuonò che la mafia non era materia per tribunali ma materia “per conferenze”. Erano già stati uccisi quaranta sindacalisti, e c’erano state le stragi di Portella delle Ginestre e di Ciaculli…


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A volte ritornano. E non bisogna dimenticare

di Max Vacirca

Uscito nel 1985 dalla finestra di un frettoloso trasferimento dalla procura di Catania a quella di Messina, Aldo Grassi (questo il nome), rientra nella cronaca 27 anni dopo, ma dalla porta principale del Palazzo di piazza Cavour, Roma, dove ha sede la Corte di Cassazione.
Passati quasi tre decenni e mutato lo scenario nazionale (non c’è più il Muro di Berlino, né la prima Repubblica, né la Lira e neanche Falcone e Borsellino, ma ci sono telefonini e i-Pad e Berlusconi è stato tre volte premier),
Grassi ora siede sulla poltrona di presidente di sezione penale della Suprema Corte.
Quella corte che ha sancito la cancellazione con rinvio in appello del processo di secondo grado al senatore Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno a la Cosa nostra siciliana.
Il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato è talmente sacro che non si discute (magari cercando di non dimenticare che il vero garantismo giudiziario è fatto anche di “leggi uguali per tutti”) ed è democraticamente pericoloso pensare che nei tribunali “il sospetto” sia “l’anticamera della verità”, ma fuori dalle aule dei tribunali bisognerà pur parlare delle sentenze e di chi le fa.
E allora, Aldo Grassi? Chi era costui e perché andò frettolosamente via da Catania?

Il suo nome apparve per la prima volta sulle cronache sul finire del 1982, esattamente negli atti del Consiglio superiore della magistratura.
A palazzo dei Marescialli, sede del Csm, in quei mesi il “caso Catania” teneva banco e per la prima volta affiorava anche sui giornali nazionali: il generale Dalla Chiesa, appena ucciso a Palermo, aveva detto che la mafia aveva messo radici anche nella Sicilia orientale. Rocco Chinnici, Pio La Torre, il procuratore Costa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella e tanti altri uomini (giudici, poliziotti) ai vertici dello Stato in Sicilia erano stati uccisi. La rivista “I Siciliani” stava per uscire in edicola.
Il “caso Procura d Catania” fu il primo, gravissimo (e forse insuperato) caso di presunta corruzione a palazzo di giustizia che la storia giudiziaria italiana ricordi.
Il nome di Grassi era, più precisamente, scritto negli atti della relazione firmata dagli ispettori ministeriali (guardasigilli era Mino Martinazzoli) inviati nella città siciliana anche su sollecitazione
dell’allora capo dello Stato Sandro Pertini, a sua volta sollecitato da una lettera del professor Giuseppe D’Urso, urbanista catanese autore di una storica denuncia sulla presenza di un sistema “massomafioso”a Catania.
A Catania, in quegli anni, la denuncia di D’Urso non la poteva leggere nessuno perché il quotidiano “La Sicilia” – unico organo di stampa in città – non ne dava notizia e allora “I Siciliani” colmarono anche quella vistosa lacuna informativa.
A palazzo dei Marescialli, i cronisti ventenni del giornale di Giuseppe Fava arrivarono armati degli unici strumenti dell’epoca: taccuino e curiosità di sapere e di andare alle fonti. Nella loro corposa relazione, gli ispettori del ministro avevano scritto il romanzo della corruzione a palazzo. Gli atti erano pubblici e alcuni consiglieri (il laico Alfredo Galasso e il togato Raffaele Bertone) confermarono a “I Siciliani” la gravità delle notizie contenute nella relazione ministeriale.
Da alcuni mesi, la guardia di finanza aveva inviato in Procura una denuncia su un giro miliardario (in lire) di evasioni fiscali, gestito da un faccendiere di Agrigento, tal Giuseppe Cremona, alcuni anni dopo ucciso misteriosamente in un agguato mafioso.
Il rapporto della Guardia di Finanza accusava, tra gli altri, i quattro cavalieri del lavoro Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro (tra i più potenti e ricchi costruttori dell’epoca in Italia, i primi due tra i primi dieci nelle classifiche nazionali per fatturato) di essere parte dell’affollato sistema di evasione fiscale (ampiamente documentato nei controlli della Finanza): ma la cartella contenente quel rapporto era chiusa da circa un anno in un cassetto della Procura, con su scritto “atti relativi a….”, ma senza atti investigativi e senza indagati (allora si diceva “inquisiti”).
Perché quella denuncia non andava avanti? Perché – questo il “sospetto” del professor D’Urso – i vertici dell’ufficio della pubblica accusa di quell’epoca a Catania non erano estranei al sistema di potere a Catania.
Su cosa si fondava l’accusa? Su cose anche banali, per esempio il cartoncino di presentazione di un convegno di una corrente della magistratura associata, “Magistratura Indipendente”, alla quale aderivano il procuratore reggente Giulio Cesare Di Natale e il sostituto procuratore di punta Aldo Grassi.
Quel convegno era sponsorizzato da Rendo, Graci e Costanzo.
Domanda: può un pm, chiamato a indagare su un imprenditore, andare a chiedere al suo potenziale indagato soldi per sponsorizzare un convegno della propria corrente sindacale?
La risposta a chi legge, detto che chiedere una sponsorizzazione non è un reato, ma detto anche che la Costituzione e alcune ovvie leggi morali non scritte dicono che i giudici devono essere e apparire indipendenti e super partes.
Ma nel 1982 nella relazione ministeriale degli ispettori di Martinazzoli e che poi diventò un pezzo in apertura del primo numero de “I Siciliani” (titolo in stile anni 80: “L’ermellino, la volpe e la lupara”) e nelle relazioni successive di Csm e mnistero, era scritto anche altro.
Roba dura e da film giallo: gli ispettori avevano trovato le prove di una “correzione a penna” a margine dei certificati dei carichi penali pendenti intestati a Rendo e Costanzo.
Qualcuno aveva retrodatato a mano l’iscrizione dei due nomi eccellenti come inquisiti in alcuni processi. E ciò per permettere alle loro imprese di partecipare a gare d’appalto: la legge La Torre vietava che imprenditori con “precedenti penali” potessero prendere parte a gare.
Bene. Questo scrivevano gli ispettori e proponevano alla prima commissione di aprire un procedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale a carico di Di Natale e Grassi. E per entrambi segnalarono al ministro anche l’esigenza di aprire un processo disciplinare.
Più tardi, nel corso del 1983 e 1984, questa vicenda andrà avanti e alla fine, di fronte alla prospettiva di essere trasferiti o sanzionati disciplinarmente dal Csm, i due alti magistrati sceglieranno di evitare le sanzioni: Di Natale chiedendo di andare anticipatamente in pensione; Grassi chiedendo il trasferimento alla Procura di Messina.
All’inizio degli anni 90, ecco Grassi in Cassazione a Roma, dove lo ritroviamo ora presidente della sezione penale che cassa la sentenza d’appello a Dell’Utri.

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