29 maggio 2012

Attilio Manca e Franco Cassata (breve saggio sulla società borghese a Barcellona Pozzo di Gotto)

[Il P.G. Franco Cassata]
di Fabio Repici 28 maggio 2012

E, ancora, che dire quando ai Manca addirittura fu posto il veto per organizzare iniziative pubbliche in un certo salone, perché Angela e il sottoscritto si erano permessi di segnalare pubblicamente e anche nelle sedi proprie che un convento barcellonese era stato ufficialmente frequentato da un frate che aveva, nell’ordine, un nonno capomandamento mafioso, un padre capomandamento mafioso, uno zio sbrigafaccende del latitante Bernardo Provenzano, tre fratelli arrestati per mafia? Senza tralasciare che quel frate cresciuto in una culla di Cosa Nostra si permise perfino di querelare la signora Angela (trascuro la mia modesta persona) col patrocinio di un autorevole professionista antiracket! Già, questo è capitato ai Manca. E, quando capitavano cose del genere, i genitori e il fratello di Attilio si trovavano accanto, a parte il loro avvocato, Sonia Alfano, sempre, Beppe Lumia e pochi altri, che si possono contare sulle dita di una mano. Poi, negli ultimi anni per fortuna la solitudine di Angela, Gino e Luca, almeno dal punto di vista umano, a Barcellona si mitigò. Perfino, in qualche modo, dal punto di vista sociale. Questo grazie anche a una bella iniziativa: la rappresentazione teatrale “[P]resa di coscienza” del 2010 che sceneggiò mirabilmente le storie di Graziella Campagna, Beppe Alfano, Attilio Manca e Adolfo Parmaliana. Fu una partitura teatrale quasi perfetta: unica pecca, uno strano spot pubblicitario fuori contesto fra la prima e la seconda parte. Però ebbe un significativo successo e ottenne la meritata gratitudine dei familiari dei protagonisti. Ricordo che era piena estate, anno 2004. Mi chiamò Sonia Alfano e mi fece capire che aveva urgenza di vedermi di persona. La incontrai alla prima occasione possibile e mi raccontò di essere stata contattata da una persona di sua vecchia conoscenza: Angela Gentile, madre di Attilio Manca. A quel tempo conoscevo Sonia da oltre tre anni e mezzo e da tre anni ero il difensore suo e dei suoi familiari nel processo che, dopo un primo annullamento in Cassazione, si svolgeva a Reggio Calabria a carico di Antonino Merlino per l’omicidio di Beppe Alfano. Soprattutto, ormai da tempo io e Sonia (lei da testimone e io come suo avvocato) avevamo denunciato gli incredibili depistaggi commessi durante le indagini sul delitto Alfano. La vicenda aveva avuto pubblica notorietà e già da un po’ Sonia aveva assunto nell’immaginario collettivo della Barcellona onesta (che naturalmente era ed è gran parte della città ma contava e conta nulla) il terminale cui chiedere aiuto per le battaglie di giustizia, soprattutto quelle disperate e delle quali i poteri ufficiali, nel migliore dei casi, si disinteressavano bellamente. In fondo, si trattava di una specie di eredità paterna: era il febbraio 1992 quando un padre angosciato per la scomparsa del figlio aveva chiesto aiuto a Beppe Alfano e purtroppo era stato lo stesso cronista nell’aprile successivo uno dei primi ad accorrere (e a scattare le prime fotografie) sul luogo del rinvenimento del cadavere del giovanissimo Roberto Amato; e infatti in mille occasioni pubbliche quel padre, Sebastiano Amato, si era trovato e si sarebbe trovato al fianco della figlia del suo amico giornalista. Fatto è che Sonia era stata raggiunta dalla signora Angela Gentile, mamma di Attilio Manca (vecchio compagno di scuola di Sonia al liceo classico), che le aveva raccontato una storia terribile, in quel momento per nulla conosciuta e infatti ignota alla stessa Sonia.
Attilio era morto. Ed era morto in un contesto inspiegabile
. Il 12 febbraio 2004 i genitori di Attilio avevano ricevuto la visita di un parente, che li aveva informati che Attilio era stato trovato cadavere a casa sua a Viterbo, vittima di un aneurisma. Ammutoliti, la mattina dopo erano arrivati a Viterbo ed erano state propinate loro altre bugie, almeno apparentemente a fin di bene. Solo dopo essere rientrati a Barcellona con la salma di Attilio per il funerale, avevano scoperto da un giornale locale viterbese divulgato da Ugo Manca (foto), cugino di Attilio, a ottocento chilometri di distanza dalle edicole nelle quali era ordinariamente reperibile, che Attilio Manca era morto per due iniezioni di eroina. Nel braccio sinistro, lui che era un mancino puro. A detta della signora Angela, quello stesso Ugo Manca, pregiudicato per una pistola abusivamente detenuta e amico del famigerato Rosario Pio Cattafi (foto in basso) e spontaneo distributore di fogli viterbesi, inspiegabilmente si era presentato senza alcun titolo alla Procura di Viterbo nella mattina del 13 febbraio 2004 nel tentativo di ottenere l’autorizzazione del pubblico ministero al rilascio della salma di Attilio e addirittura voleva entrare nell’appartamento di Attilio che era stato ovviamente sottoposto a sequestro. La mamma di Attilio poco dopo aveva avuto forti sospetti sul comportamento di Ugo Manca, nel mentre questi o suoi congiunti si adoperavano a contattare un alto magistrato romano (naturalmente originario dei dintorni di Barcellona Pozzo di Gotto) o il primario di Attilio dell’ospedale di Viterbo (chi gli aveva fornito il suo numero di cellulare?) per avere il controllo di ogni notizia sulla morte di Attilio e perfino sugli sviluppi investigativi. Quegli sviluppi investigativi sui quali Ugo Manca, addirittura, la mattina del 13 febbraio, si confrontava con un suo amico barcellonese con ottime referenze, tanto che nel maggio 2002 insieme allo stesso Ugo Manca, ad Antonino Merlino (condannato definitivamente per l’omicidio Alfano) e altra bella gente era stato sorpreso dai carabinieri in un bel summit per il quale fu aperto un fascicolo dalla D.d.a. di Messina. Come sempre Sonia aveva preso a cuore la vicenda raccontatale dalla signora Angela e mi pregava di assicurare ai familiari di Attilio la più convinta assistenza difensiva. È superfluo dire che, dopo aver conosciuto Angela e Gino Manca, assunsi l’incarico. È ancora più superfluo dire che, per tutto questo tempo, fra le poche persone che hanno fornito ai genitori di Attilio vicinanza umana e al contempo sostegno “politico” e stimoli all’Autorità giudiziaria per rimuovere la sabbia dal fascicolo giudiziario e dalla memoria è stata Sonia Alfano. Solo molti anni dopo vennero dichiarazioni di vicinanza umana di tanti, da Barcellona e da altre parti. Certo è che per tanto tempo ricordo solo molto astio intorno alla famiglia Manca e a coloro che si permettevano di dedicarle attenzione. Come accadde, oltre che a Sonia, al grande Joan Queralt, strepitoso intellettuale e scrittore dell’altra Barcellona (Barcelona), che intorno alla storia di Attilio Manca ha costruito una biografia della città del Longano (“El enigma siciliano de Attilio Manca”) che andrebbe letta in tutte le scuole barcellonesi insieme al libro di Alfio Caruso su Adolfo Parmaliana (“Io che da morto vi parlo”). Sì, i peggiori avversatori dei familiari di Attilio Manca, da quando costoro anziché accettare la velina posticcia del figlio tossico disgraziatamente deceduto (ché in quel caso da ogni parte della peggiore Barcellona Pozzo di Gotto solo benevolenza sarebbe stata rivolta loro) avevano cominciato a urlare pretendendo verità e giustizia e a spiegare quale fosse il cuore malato di certa buona società barcellonese, si trovavano nella borghesia ufficiale barcellonese, quella dei salotti perbenisti e tanto abituati a fare da cortigiani del potere. Del peggiore potere, dichiaratamente reazionario oppure gattopardesco, secondo le convenienze contingenti. Manco a dirlo, mi raccontarono i Manca, fra i primi a voltar loro le spalle c’era stato il dr. Franco Cassata, che aveva quasi tolto loro il saluto quando essi si erano permessi di lanciare accuse contro Ugo Manca. E perché il Procuratore generale se la doveva prendere tanto proprio per quel motivo? Beh, dei genitori di Attilio Manca il dr. Cassata era buon conoscente ma dei genitori di Ugo Manca era proprio amico. E così… Del resto, molti anni dopo i tabulati telefonici di Cassata, acquisiti nel processo a suo carico per diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana, avrebbero proprio parlato. E avrebbero detto tanto su certa borghesia barcellonese.
E che dire di qualche presunto amico, con legami nei servizi segreti e negli apparati investigativi, che, facendo finta di fornire riservatissime notizie che potevano fornire speranze ad Angela e Gino, mirava in realtà a capire cosa i genitori di Attilio fossero riusciti a ricostruire?
Naturalmente, prosegue anche la vicenda giudiziaria, tra tante difficoltà. Lì so già, come sanno anche Angela, Gino e Luca, che si continuerà a combattere nel solito isolamento. Fatta eccezione per Sonia Alfano, Beppe Lumia e pochi altri, ben pochi sono disponibili ad affrontare le pieghe spiacevoli delle vicende giudiziarie nate sotto una cattiva stella. A Barcellona, poi. I salotti borghesi, pure quelli che si professano democratici un tanto al chilo: non pervenuti. D’altro canto, nemmeno se si apre lo sguardo sulla società, a essere sinceri, c’è tanto da confortarsi, per Angela e Gino. Giorni fa dal quotidiano locale hanno appreso che, a una commemorazione di Giovanni Falcone e delle altre vittime della strage di Capaci, relatrice a nome del Provveditorato agli Studi di Messina, è stata chiamata la sorella di Ugo Manca. Immagino che boccone indigesto sia stata la lettura del giornale per Angela e Gino. Ma immagino, anzi so, che la buona borghesia barcellonese può solo disapprovare il loro sgomento. Com’è lo slogan propagandistico del momento: bisogna essere capaci di apprezzare le posizioni diverse dalle nostre, perché bisogna saper coinvolgere tutti? Il percorso è ancora lungo. D’altra parte, ancora oggi a Barcellona è difficile raccogliere una voce libera sulla malagiustizia (quella denunciata da Adolfo Parmaliana) o sulla passione della parte leguleia di certa borghesia barcellonese: quella delle truffe assicurative compiute con falsi incidenti stradali, a Barcellona un affare a molti zeri. Difficile sperare che quel fenomeno criminale venga denunciato dal neo assessore al contenzioso e alle attività produttive (ed effettivamente l’industria dei falsi incidenti stradali è la maggiore azienda produttiva locale). Barcellona è così: la Corleone del terzo millennio (quanto si infuriò Cassata per quest’espressione, e quanti si piccano dietro a lui ancora oggi!) è ancora soltanto una Corleone imborghesita, senza “peri ‘ncritati”. FABIO REPICI
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