6 giugno 2012

MORIRE DI PETROLCHIMICO "QUEL CANCRO SI PRENDE SOLO ALL'ENICHEM"



di SONIA GIOIA 04 giugno 2012

La diagnosi di angiosarcoma epatico a carico di Vincenzo di Totaro ha riaperto un caso chiuso quattro anni fa. I magistrati avevano archiviato l'indagine per l'indimostrabilità del nesso causale fra esposizione a Cvm (cloruro di vinile monomero) e Pvc (polivinilcloruro) e insorgenza della malattia. Ma l'unico tumore in grado di dimostrare quel collegamento è proprio quello che ha ucciso l'operaio brindisino.

BRINDISI - Dodici anni. Dal 1996 al 2008. Nove di indagini, dedicati a studi di coorte, consulenze epidemiologiche, accertamenti medico-legali. Tre gli anni di camera di consiglio, per un numero incalcolato di udienze. Quattromilatrecentottanta giorni in tutto. Sessantotto i capitani di industria Enichem e vertici dello stabilimento di Brindisi indagati per strage, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, lesioni gravi e danni ambientali. Mai saliti sul banco degli imputati. Centoventiquattro i parenti delle vittime, madri, mogli, figli degli operai alle dipendenze del petrolchimico di Brindisi deceduti per cancro, figuranti di un processo mai celebrato, la schiera delle persone offese o danneggiate. Eredi di un dolore presunto, mai accertato. Tutto archiviato, quattro anni fa. Fino al 9 aprile 2012. Pasquetta.

E' il giorno in cui muore Vincenzo Di Totaro, operaio dello stabilimento di Brindisi dal 1962 al 1993, sei mesi dopo il referto a firma dei medici Jacqueline Valerio e Mario Criscuolo, che il 29 settembre 2011 sulla scorta di una biopsia al fegato diagnosticano: "Il quadro morfologico ed immunoistochimico pur nell'esiguità del prelievo orienta per angiosarcoma epatico". Il primo caso conosciuto, a Brindisi, in assoluto.
La diagnosi a carico dell'operaio 73enne scompagina le granitiche certezze acquisite, quelle che avevano portato la magistratura brindisina a cestinare nomi, numeri e dolore: indimostrabilità del nesso causale fra esposizione professionale a Cvm (cloruro di vinile monomero) e Pvc (polivinilcloruro) e insorgenza dei tumori nella popolazione operaia. Quel nesso, lo aveva già ripetuto come un mantra il pubblico ministero Giuseppe De Nozza nella richiesta, è dimostrato per una sola forma tumorale: l'angiosarcoma del fegato. Appunto.

Cancro subdolo. Giace nelle viscere per decenni, invisibile, quieto. Non te ne accorgi e non se ne accorgono nemmeno i medici. Fino all'esplosione improvvisa e imprevedibile, che completa l'opera di corrosione e uccide nel breve volgere di pochi mesi. Di angiosarcoma epatico è morto l'operaio dello stabilimento petrolchimico di Marghera Tullio Faggian nel lontano 1999, aveva 63 anni. Per quella morte è arrivata l'unica condanna a carico di tre amministratori delegati dell'Enichem, del responsabile medico-sanitario centrale e un direttore generale centrale, succeduti gli uni agli altri ai vertici di Foro Bonaparte. Un anno e sei mesi di reclusione, pena sospesa, per omicidio colposo. Erano tutti indagati, anche a Brindisi. Faggian non è l'unico caso di angiosarcoma presentato dal pubblico ministero Felice Casson, ma a differenza dei compagni in tuta da lavoro morti prima di lui, ha fatto il gran torto di morire un po' più tardi. Prima che la prescrizione cancellasse per sempre anche il suo nome.

Tredici anni dopo, il filo rosso dei due processi che pareva reciso per sempre si riannoda, da Nord a Sud, da Marghera a Brindisi. La morte dell'operaio Di Totaro, uno solo, s'incunea negli ingranaggi del tempo, arresta la macina dell'oblio e riapre il processo al petrolchimico, quattro anni dopo il decreto di archiviazione. Tredici pagine, a firma del giudice per l'udienza preliminare Antonio Sardiello, erano bastate a scrivere l'epilogo del processo mai celebrato al petrolchimico di Brindisi. Tredici pagine, sbrigativo copia e incolla delle sentenze già pronunciate in primo e secondo grado nei procedimenti gemelli sullo stabilimento di Porto Marghera. Il gup riassume le ragioni del suo pronunciamento, rinviando alla corposa richiesta di archiviazione del pm dove si legge, a più riprese: "Come riferito, con riferimento alla mortalità osservata all'interno dello stabilimento petrolchimico di Brindisi, deve ribadirsi che non è stato osservato nessun caso di angiosarcoma epatico". Il sostituto procuratore si dà la pena di indagare oltre il perimetro dello stabilimento, concludendo che di un cancro simile mai nessuno era morto in tutto il territorio brindisino.

Oggi, è tutto da rifare. Sulla scorta di un esposto del dirigente medico Maurizio Portaluri, di Salute pubblica, la procura di Brindisi ha riaperto l'inchiesta, sequestrando la cartella clinica di quell'unico morto per angiosarcoma. Si indagava per lesioni colpose gravi. La scomparsa dell'operaio cambia di segno la natura stessa degli accertamenti, nuovamente affidati al pubblico ministero Giuseppe De Nozza, oggi si indaga per omicidio colposo. Inchiesta contro ignoti, al momento, almeno fino a quando il magistrato inquirente non riuscirà a rispondere al quesito: se quella morte si poteva scongiurare, oppure no. Se i vertici dell'azienda, che almeno a partire dagli anni '70 senza dubbio conoscevano la pericolosità delle sostanze alla trasformazione delle quali lavorava la comunità operaia e l'operaio Vincenzo Di Totaro, hanno messo in atto tutte le cautele necessarie a difendere la sicurezza dei lavoratori. E il bene prezioso, eternamente in saldo, della loro salute.

Le due verità di Brindisi e Marghera così il mal d'amianto spacca le procure

Due le indagini aperte sui veleni del Petrolchimico Enichem. Casson chiede al tribunale di Venezia la condanna a 185 anni di carcere dei colletti bianchi finiti sul banco degli imputati. A Brindisi De Nozza dichiara la resa e chiede l'archiviazione. Ma le conclusioni in antitesi si fondano sulla stessa letteratura scientifica. Due le inchieste, da Nord a Sud. Una l'azienda nel mirino delle procure di Brindisi e Marghera: il petrolchimico made in Italy, colosso griffato Enichem. Uno su tutti il quesito affidato ai magistrati inquirenti, scoprire se malattie e morti in seno alla popolazione operaia fossero diretta conseguenza della lavorazione industriale di Cvm e Pvc. E se quelle morti si potevano scongiurare. Due le conclusioni, perfettamente agli antipodi, dell'ex pm della procura di Venezia Felice Casson e del collega di Brindisi Giuseppe De Nozza.
Secondo Casson i capitani di industria all'epoca guidati da Eugenio Cefis, non potevano non sapere quali fossero il tasso di tossicità e cancerogenicità dei prodotti di lavorazione, e non adottarono nessuna delle cautele necessarie a scongiurare il cimitero di croci bianche intorno al petrolchimico veneto.
Sapevano perché le pubblicazioni scientifiche sull'argomento, a partire dal lontano 1949, non lasciavano spazio a dubbi.
Falso, secondo il pm brindisino De Nozza: troppe e troppo discordi le voci nel coro della comunità scientifica mondiale. Nessuna sorpresa.
Quando si tratta di accertare i danni dell'industria la scienza non è mai d'accordo con se stessa, se è vero come è vero che per scoprire il mal d'amianto ci sono voluti quarant'anni.
Più o meno quelli necessari per vedere comparire sui pacchetti di sigarette la scritta dal suono vagamente menagramo "Il fumo provoca il cancro".

Mentre Casson chiede al tribunale di Venezia la condanna a 185 anni di carcere dei colletti bianchi finiti sul banco degli imputati, a Brindisi De Nozza dichiara la resa, e chiede l'archiviazione. Dopo nove anni di indagini. Impossibile sostenere l'accusa in dibattimento, in mezzo a un chiasso così, dice. Il pm rende le armi, atto nel quale sembra riecheggiare il più celebre dei proclami di impotenza:
"Io so, ma non ho le prove...".
Quel che stona è che le conclusioni in antitesi che spaccano l'Italia in due si fondano sulla stessa, monumentale letteratura scientifica, scandagliata senza risparmio dai magistrati inquirenti.

L'antenato degli studi che acclarano la tossicità di Cvm e Pvc risale al lontano 1949 e porta la firma degli scienziati Tribuk-Tichomirov, che sulla rivista moscovita "Igiene e sanità" registrano danni epatici nei lavoratori, ma anche alterazioni alle vie respiratorie superiori e a quelle più profonde. Più di sessant'anni fa i due ricercatori avvertivano dei pericoli per la salute, e scrivevano: "enorme importanza riveste l'istallazione di un razionale impianto di aspirazione gas e vapori", oltre che "indispensabili ulteriori esami dinamici sui lavoratori... per prevenire nuove affezioni al fegato". Gli studi successivi confermano quella prima, illuminante intuizione corroborata da riscontri di laboratorio e analisi dirette sulla popolazione operaia. Negli anni Cinquanta l'allarme porta la firma del russo Jerzy Popov, nel 1953 quella di Kenwin Harris (British journal industrial medicin), ancora dalla Russia parlano di tossicità di Cvm e Pvc gli studi di Plesniez-Bongard-Smirnova confluiti nello studio della Filatova, edito negli anni 1957-1958.

Nel 1963 lo scienziato rumeno Suciu illustrava gli studi di laboratorio effettuati a Bucarest per individuare i danni provocati da cloruro di vinile monomero e polivinilcloruro e parlava, lapidario, di "malattie professionali". Roba d'altro mondo, si direbbe, letteralmente. Dove la distanza equivale ad una concessione di ignoranza per i capitani d'industria italiani. "Cefis e gli altri sapevano", taglia corto Casson, sfoderando le dichiarazioni nero su bianco in cui gli indagati, a turno, menzionano gli studi citati.

L'anno che segna lo spartiacque delle consapevolezze acquisite è il 1969, è un italiano a parlare per la prima volta di Cvm come "oncogeno ad elevatissima potenzialità", si chiama Piero Luigi Viola, un medico di fabbrica, dipendente della Solvay. Non solo tossico, anche cancerogeno, dunque. E' sempre un italiano, il direttore della Fondazione Ramazzini di Bologna Cesare Maltoni ad approfondire gli studi di Viola, confermandone gli esiti a partire dal novembre 1972. Maltoni chiama Montedison, comunica prima per telefono poi tramite lettera le conclusioni delle proprie ricerche, ma Montedison non risponde. La storia successiva è storia nota.
Nel 2002 Casson sguaina il documento nella manica: il celeberrimo "patto di segretezza", lo "scellerato" accordo delle multinazionali della chimica in forza del quale i sottoscrittori si impegnavano ad occultare le scoperte sulla cancerogenicità di Cvm e Pvc, datato 14 novembre 1972. Se fossero state divulgate, si capisce, si sarebbero dovuti investire capitali a molti zeri per mettere in sicurezza gli stabilimenti.

La morte per angiosarcoma epatico di quattro operai dell'industria Goodrich Louisville (Kentucky), nel 1974, scompagina i piani. E' lo scandalo che sfonderà il muro del silenzio. "Finalmente" scrive Casson. Niente più alibi per nessuno. E soprattutto: non solo angiosarcoma. Pur ammettendo in via ipotetica che i singoli studi possano non "fare scuola", Casson dimostra come le conclusioni a cui i ricercatori sono giunti nel corso dei decenni siano stati avallati e consacrati nelle pubblicazioni di Iarc (International agency for research on cancer), istituzione dell'Organizzazione mondiale della sanità che approda a un pronunciamento solo dopo avere passato al setaccio tutti gli studi in materia di esposizione a Cvm e Pvc, compresi quelli commissionati dall'industria. Le conclusioni, già a partire dal lontano 1987 (ma ancora prima, nel 1975), sono inequivocabili: "Diversi studi confermano che l'esposizione a cloruro di vinile monomero causa (oltre all'angiosarcoma, ndr) altre forme tumorali, vale a dire epatocarcinomi, tumori al cervello e al polmone e neoplasie del sistema emopoietico". Le ricerche successive aggraveranno quelle certezze, coerentemente. Drammaticamente.

Sulle evidenze provenienti dal mondo scientifico applicate ai singoli casi di morte e malattia oggetto del procedimento al petrolchimico di Marghera si fondano le richieste di condanna di Casson, commisurate alla carica: più alto il ruolo dirigenziale, più alta la richiesta di pena.

Nel frattempo, da una costola dell'indagine veneta nasce l'inchiesta al petrolchimico di Brindisi. Tutto ha inizio nel 1995, quando i medici pronunciano la diagnosi a carico di Luigi Caretto, operaio a Marghera prima a Brindisi poi. Bussa alla porta di Casson, come aveva fatto due anni prima Gabriele Bortolozzo, dando il via al processo sullo stabilimento lagunare. La denuncia passa nelle mani della procura brindisina, che di lavoro in materia di morti, petrolchimico e affini ce n'è abbastanza per avviare un procedimento in loco. Così accade. Ma la storia lunga sessant'anni di pubblicazioni scientifiche sulle quali si fondano le convinzioni del pm veneto non sono sufficienti a persuadere il pm brindisino.

De Nozza interpella Cesare Maltoni, pietra angolare di entrambi i procedimenti, al quale viene affidata una indagine epidemiologica. Lo studio di natura statistica mette a confronto i dati sulla mortalità in un gruppo (coorte) di lavoratori dello stabilimento Montedison di Brindisi esposti a Cvm e Pvc con quelli della popolazione pugliese maschile in generale. Il risultato è sorprendente: "la mortalità osservata nel Petrolchimico di Brindisi è inferiore a quella che ci si attendeva che essa fosse in base ai dati di mortalità della popolazione maschile residente in Puglia". Come dire che l'aria è più salubre dentro che fuori il petrolchimico. Non basta, il pubblico ministero non s'accontenta. Assolda un collegio di esperti in medicina legale incaricato di indagare la "causalità non più e non tanto sul piano squisitamente generale, statistico, ma su quello individuale, più significativo almeno da punto di vista processual-penalistico".

Il collegio è composto da Candura, Poletti e Rodriguez. Sotto stretta osservazione sette casi di tumore epatico primitivo in un gruppo di lavoratori più esposti al cloruro di vinile monomero. Oltre a nove casi di morte per tumore al sistema emolinfopoietico. Si tenta di ricostruire insomma la storia clinica di sedici casi contemplati dagli studi di coorte Maltoni, fra quelli considerati particolarmente a rischio. Le conclusioni sono anche in questo caso lapidarie, nessun morto per angiosarcoma epatico. Inutile procedere oltre. Le conclusioni dello Iarc, allora? Il medesimo studio del 1987 sul quale si fondano gli assunti del pubblico ministero Felice Casson vengono puntualmente citate da De Nozza, con un distinguo, nel quale culminano le differenze di impostazione fra i due magistrati inquirenti. A spazzare le certezze apparentemente univoche arriva uno studio pubblicato nel 1988 da R. Doll che, sulla base di indagini epidemiologiche, da una parte conferma il rischio specifico di angiosarcoma nei lavoratori esposti, dall'altra "in contrasto con le conclusioni della Iarc (conclude per) la mancanza di evidenza di rischio per altre forme tumorali, con un'unica eccezione costituita dal cancro al polmone, nel caso del quale fu riscontrato per esposizioni a dosi elevate, un rischio minimo", scrive il pm brindisino.

In queste righe sta la madre delle differenze fra i due pubblici ministeri. L'unica cosa che Casson archivia sono le conclusioni di Doll, portando sul banco della corte chiamata a giudicare documentazione acquisita nel corso di una rogatoria internazionale in Gran Bretagna, sufficiente a provare come all'epidemiologo in questione
"Enichem ha dato mandato di sostenere che l'angiosarcoma epatico è l'unico tumore causalmente associato con l'esposizione a Cvm".

Per De Nozza, invece, ce n'è quanto basta e avanza per chiedere l'archiviazione del caso. Tanto più alla luce del fatto che indimostrabili rimangono le interazioni dell'esposizione professionale dei lavoratori con le tare ambientali del territorio brindisino: "Realtà fisica nella quale insiste uno stabilimento petrolchimico, all'interno del quale vengono utilizzate e prodotte più sostanze tossiche (...), tre centrali termoelettriche alimentate con l'impiego del carbone e dell'orimulsion, i cui effetti non benefici sull'organo polmonare si danno per conosciuti, di una realtà fisica nella quale vi è una altissima concentrazione di linee elettriche ad altissima ed alta tensione in grado di sviluppare un imponente campo magnetico", per non parlare dei fumi del traffico veicolare e delle discariche di rifiuti della più svariata specie.

Quale, dei due teoremi, è quello giusto? L'epilogo del processo di Marghera sembra dare ragione a De Nozza. Le condanne divenute definitive sono arrivate per un unico caso di cancro-killer al fegato, lo stesso dello scandalo Goodrich, quello che ha ucciso Tullio Faggian. Lo stesso che ha ucciso Vincenzo Di Totaro. La solitudine dei numeri primi, fra centinaia di caduti nel vuoto dell'indimostrabilità, vera o presunta. In un caso e nell'altro resta un sentore di giustizia incompiuta. O di ingiustizia compiuta, a seconda.

"Così il cloro mi ha ucciso lentamente"

Vincenzo di Totaro si è spento il 9 aprile 2012. In questa intervista esclusiva, registrata qualche mese prima della sua morte, racconta il suo lavoro al settore scarico del Petrolchimico di Brindisi. E dice: "All'ospedale di Genova i medici mi hanno detto che tutti i miei problemi dipendevano dal Cvm. Sono tornato a Brindisi e ho detto a tutti che il vinile si succhia il pancreas. Ma la gente non ha fatto nulla. Aveva paura di perdere il posto. E così moriva" di Sonia Gioia, video di Salvatore Barbarossa

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