6 luglio 2012

Prima la trattativa, poi la resa



di Lirio Abbate 06 luglio 2012

Giuseppe Graviano parla al figlio nella sala colloqui del carcere. E senza preoccuparsi delle microspie spiega:
«C'è chi ha detto che mi ha fatto una cortesia la magistratura e chi diceva che mi ha fatto una cortesia Berlusconi perché non lo ho accusato. Ed allora mi fanno tutti questi soprusi perché vogliono che accuso... Che dico che Berlusconi è amico mio, che Berlusconi è quello che ha fatto fare le stragi, che il 20 per cento di quello che ha Berlusconi è mio, cioè una parte del Milan, Mondadori, Mediaset, mi sono spiegato?»
. Il padrino di Brancaccio da anni è abituato a lanciare messaggi: «Questi non sono fatti di nessuno, che io non devo raccontare a nessuno se è la verità oppure no. Sono cose mie». Il boss, uno dei più feroci, assieme al fratello Filippo ha gestito l'attacco di Cosa nostra allo Stato seminando bombe nelle città italiane in quel 1993 rimasto impresso come l'anno del terrore: quello in cui è morta la Prima Repubblica, quello in cui è cambiata la geografia del potere. E in cui la mafia ha dialogato con partiti e istituzioni per definire nuovi equilibri. La fase più calda di una trattativa nata già nel 1991 e sviluppata attraverso un intreccio di contatti, perché mafia e politica vanno a braccetto e seguono sempre linee indirette e trasversali.

SILENZI D'ORO. Gli uomini che sono stati al centro di questa trama adesso hanno un'età e sono ai margini della scena nazionale. Tutti tranne i boss di Brancaccio, che continuano a essere ricchi. E a sentirsi potenti, grazie ai segreti di quella stagione di trame. Giuseppe Graviano lo dichiara con rabbia e orgoglio al figlio, parlando di Berlusconi e dei suoi affari:
«Queste persone così potenti dipendono da me»
. Poi si alza dalla sedia, allarga le braccia e con la mano destra si batte il petto scandendo: «Qui tutto dipende da me». Queste frasi sono state registrate due anni fa, ma proprio il destino dei Graviano permette di capire quali siano stati i capisaldi del dialogo intessuto tra istituzioni e padrini: la difesa dei patrimoni criminali e la garanzia di una detenzione meno opprimente. I fratelli palermitani sono in cella da diciott'anni ma vivono nel lusso: si fanno comprare tutto, dai pasti alla carta igienica.
La moglie di Giuseppe (Nunzia Graviano-foto) fa shopping nel centro di Londra e di Milano, il figlio - concepito durante la carcerazione, a conferma della sua capacità di ingannare i controlli più severi - andrà a studiare in un collegio svizzero. Il loro è un silenzio d'oro. E la detenzione speciale, quel 41 bis che era in cima ai pensieri dei capi della Cupola nei colloqui con gli emissari delle istituzioni, oggi non pare preoccuparli più di tanto. All'indomani del processo a Marcello Dell'Utri, quando si rifiutò di deporre e confutare le parole del suo ex braccio destro Gaspare Spatuzza, gli è stato revocato anche l'isolamento diurno per "scadenza dei termini". In realtà, stando a quanto apprende "l'Espresso" da fonte riservata, l'obiettivo dei mafiosi durante la trattativa non era tanto il carcere duro quanto le "carceri dure": i penitenziari dell'Asinara e Pianosa, dove erano stati concentrati boss e picciotti dall'estate 1992. E dove difensori e parlamentari denunciavano maltrattamenti e vessazioni. Strutture chiuse fra il '97 e il '98, mentre poco alla volta gli aspetti più rigidi del "41 bis" sono stati alleggeriti. I boss avevano ottenuto una serie di benefici molto prima, proprio nel 1993, proprio nel momento delle stragi. Quando le bombe hanno messo in ginocchio la credibilità delle istituzioni e loro si sono inseriti nel grande gioco della politica attraverso la trattativa, una e trina: condotta da canali diversi ma con identiche finalità. Oggi tre procure - Palermo, Caltanissetta, Firenze - portano avanti inchieste su questi piani criminali, con decine di indagati: uomini di mafia, di Stato e di partito. Istruttorie che hanno messo in luce alcuni snodi comuni, lasciando però vaste zone d'ombra.

FASE UNO. La partita è cominciata prima di Capaci. I giudici sono convinti che Cosa nostra abbia cercato nuovi referenti già nel 1991. E' allora che i corleonesi smettono di fidarsi della Democrazia cristiana: il maxiprocesso sta per approdare in Cassazione e rischia di obbligare i boss all'ergastolo o alla latitanza a vita. Totò Riina, ormai dittatore nella Cupola dopo lo sterminio dei rivali, guarda al Psi di Bettino Craxi, che ha posizioni critiche verso la magistratura. Il grande capo viene informato dei rapporti tra Vittorio Mangano, l'ex fattore di Arcore, e Marcello Dell'Utri: vuole impadronirsene per arrivare a Silvio Berlusconi e tramite lui a Craxi. Ma gli approcci sono infruttuosi. Il padrino allora prende in considerazione anche un'ipotesi "militare": abbattere lo Stato con il tritolo e fare spazio alla rivolta federalista che stava nascendo sotto le bandiere della Lega Nord. I corleonesi prendono contatto con figure vicine a Umberto Bossi, con massoni, uomini della 'ndrangheta e imprenditori per creare tante leghe regionali: si parla persino di golpe. Poi nel 1992 arriva il verdetto della Suprema Corte, che conferma le sentenze e spinge Riina a scatenare la vendetta. L'uccisione di Salvo Lima, proconsole andreottiano nell'isola, apre nuovi scenari. I politici collusi comprendono di essere in pericolo e tutto ciò innesca una seconda fase di trattative: come previsto dal padrino, tanti cominciano a temere e cercano soluzioni.

PANICO NEL GOVERNO. I pm evidenziano il ruolo di Calogero Mannino, allora il ministro siciliano più influente. Che si sarebbe dato da fare per fermare i killer. C'è una sola persona in grado di gestire situazioni così delicate: Vincenzo Parisi, nominato capo della polizia nel 1984 dal ministro dell'Interno Oscar Luigi Scalfaro. E sarà lui a fare scudo al neopresidente Scalfaro quando agenti e cittadini infuriati lo accerchiano ai funerali dei poliziotti uccisi insieme a Paolo Borsellino. Davanti ai pm, nella deposizione del dicembre 2010, Scalfaro ne ha difeso la memoria: «Parisi è persona che io ho stimato fortissimamente, e lo stimo tutt'ora nello stesso modo. Con lui avevo un rapporto un po' personale di fiducia».Per la procura di Palermo l'allora capo della polizia sarebbe stato uno dei due registi «sul piano esecutivo» della trattativa, perché era «dentro le istituzioni». Il secondo sarebbe stato Mario Mori, oggi imputato di favioreggiamento a Provenzano, in quei mesi responsabile operativo dei carabinieri del Ros, che operava sul territorio ed aveva - per le indagini che svolgeva - contatti con i mafiosi. C'è una terza figura a cui, secondo gli atti giudiziari, Parisi avrebbe chiesto di attivarsi: Bruno Contrada, nel 1992 alto dirigente del Sisde alla guida dell'intelligence antimafia. L'ex 007 è stato poi condannato per i suoi rapporti con i boss.
E le ipotesi sul suo ruolo nei colloqui sono una novità assoluta, emersa dagli ultimi accertamenti dei pm. Mannino lo avrebbe incontrato subito dopo l'omicidio Lima. E il ministro del governo Andreotti avrebbe contattato anche il capo del Ros, Antonio Subranni. Da qui comincia l'iniziativa di Mori e del suo fidato ufficiale, Giuseppe De Donno. Che vanno ad agganciare Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e corleonese doc. Grazie a questa mobilitazione, Mannino sarebbe riuscito a ottenere un primo risultato: i boss si sarebbero impegnati a non far fuoco su altri politici.

UN CRATERE A CAPACI. L'esplosione che uccide Giovanni Falcone, la moglie e la scorta segna la svolta. In tutto il Paese scatta la massima emergenza. A Roma la ricerca di un accordo con la mafia diventa ancora più urgente. Ma Riina rilancia con l'attentato di via D'Amelio. Perché il padrino abbia deciso questo secondo attacco e se dietro ci siano altri ispiratori resta un mistero, non chiarito dal lavoro della procura di Caltanissetta. Dopo Capaci, però, nel governo guidato da Giuliano Amato c'è stato un cambiamento importante: all'improvviso viene sostituito il ministro dell'Interno. Vincenzo Scotti si risveglia su un'altra poltrona, rimpiazzato da Nicola Mancino. Le indagini si sono concentrate su questa scelta, con l'ipotesi che Scotti fosse stato giudicato "scomodo" per la gestione della trattativa. A ispirare la rimozione sarebbe stato Parisi, forte della fiducia del Quirinale. Mancino non è accusato di avere avuto un ruolo nei contatti con Cosa nostra: oggi è sotto inchiesta ma perché accusato di aver mentito ai pm. A gennaio 1993 Riina viene arrestato dagli uomini di Mori. Il discusso Massimo Ciancimino, riferendo confidenze del padre, sostiene che la cattura sia merito di Bernardo Provenzano, diventato l'interlocutore delle istituzioni. In quei mesi picciotti e boss detenuti vengono rinchiusi a Pianosa e all'Asinara, i loro beni sequestrati con leggi speciali, i soldati mandati a presidiare l'isola. Ma i corleonesi irriducibili proseguono nel disegno stragista con raffiche di ordigni: a Roma, Firenze e Milano. Il potere però si sta sgretolando: le indagini di Mani Pulite e la crisi economica stanno cambiando tutto: c'è un grande vuoto politico. Dall'aprile 1993 il governo tecnico, guidato da Carlo Azeglio Ciampi, tenta di portare il Paese fuori dalla bufera. E fermare le stragi. Calogero Mannino si sarebbe dato ancora da fare, esercitando - come scrivono i pm - «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41 bis». Tutto si sarebbe concretizzato, con l'avallo di Parisi e del vice direttore generale delle carceri Francesco Di Maggio (entrambi morti da alcuni anni), nella mancata proroga di oltre 300 provvedimenti di carcere duro per detenuti legati alle mafie, decisa dall'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso nell'autunno del 1993. Sulle circostanze di questa decisione, che ha sempre affermato di aver preso «in solitudine», Conso è ora accusato di non aver detto la verità ai pm, e per questo è indagato.

NUOVI REFERENTI. Stando alle inchieste, sin dall'omicidio di Lima, Marcello Dell'Utri si era interessato al modo per raccogliere i voti dell'onorevole democristiano. Nel 1992, all'indomani del delitto, chiede a Ezio Cartotto, un ex dc esperto di pianificazione, di studiare un progetto politico per infilarsi nel vuoto del Paese. E si convince che c'è spazio per costruire un partito vincente. Con l'aiuto di Cesare Previti, che ha il polso del caos nella capitale, persuade Silvio Berlusconi a scendere in campo. I corleonesi Bagarella e Brusca tentano di agganciare il Cavaliere, e Dell'Utri si sarebbe proposto come «interlocutore degli esponenti di vertice di Cosa nostra». Ma chi sarebbe arrivato più vicino al risultato è proprio Giuseppe Graviano: nel gennaio 1994 confida al suo braccio destro, oggi pentito, di avere trovato un accordo con Dell'Utri e Berlusconi. «Ci siamo messi il Paese nelle mani».
ONDA LUNGA. Le indagini sul merito della trattativa non vanno oltre questa data. Ma a tenere banco oggi sono le polemiche, nate dalla convinzione che alcuni dei protagonisti abbiano mentito ai pm. Come Mancino, che ha invocato il sostegno del Quirinale in difesa delle sue ragioni. Parlando con il magistrato Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del presidente Napolitano, Mancino chiede un intervento sui pm. E quando i pm di Caltanissetta chiudono l'indagine su via d'Amelio, nella quale viene stigmatizzato il comportamento di alcuni politici, l'ex ministro fa altre rimostranze. Stavolta con l'allora procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, che chiede di esaminare il provvedimento dei magistrati nisseni e a Mancino dice: «Comunque io sono chiaramente a sua disposizione. Adesso vedo questo provvedimento e poi magari ne parliamo. Se vuole può venire quando vuole». E Mancino replica: « Guagliò, così come vengo vado sui giornali...».

fonte: espresso.repubblica.it
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