8 agosto 2012

Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona



di Antonio Mazzeo - isiciliani.it - agosto 2012

Nel cuore di una delle zone nevralgiche della nuova mafia, una tran­quilla cittadina di pro­vincia che tanto tran­quilla non è.

Poteva essere il paradiso. Invece è ce­mento, cemento, cemento. A destra ci sono la rocca con le rovine e il santua­rio di Tindari e la straordinaria riserva naturale dei laghetti di Marinello. Dalla parte opposta si scorgono il promonto­rio di Milazzo e i Peloritani. Di fronte l’azzurro del Tirreno e nello sfondo, ni­tide, le sette isole Eolie.

Falcone, cittadina della provincia di Messina con meno di 3.000 abitanti, pote­va essere una delle perle turistiche, am­bientali e paesaggistiche della Sicilia. Il territorio, però, è irrimediabilmente detur­pato da orribili complessi abitativi, alve­rari-dormitori per i sempre più pochi turi­sti dei mesi estivi. Del peggiore, risalente all’inizio degli anni ’80, nessuno ricorda più il nome originale. Lo si conosce come il “Casermone”, una miriade di miniap­partamenti di appena 50 mq, a due passi dal mare. Vicine alle spiagge sempre più erose dalle correnti e dalla moltiplicazio­ne di porti e porticcioli sorgono altre strut­ture soffocanti e impattanti. Ma alla furia di progettisti e costruttori non sono scam­pate neppure le colline, sventrate da strut­ture talvolta simili a vere e proprie prigio­ni per villeggianti.

A colpire ulteriormente il centro abitato e le frazioni collinari ci hanno pensato pure un terremoto nel 1978 e, l’11 dicem­bre 2008, l’alluvione generata dallo strari­pamento del torrente Feliciotto.

Gli inter­venti post-emergenza hanno fatto il resto: ulteriori colate di asfalto e cemento senza che mai si mettesse in sicurezza un terri­torio ad altissimo rischio idrogeologico, fragilissimo e dissestato. E le speculazioni hanno richiamato la mafia, quella poten­tissima e stragista di Barcellona Pozzo di Gotto e delle “famiglie” affiliate di Terme Vigliatore, Mazzarrà Sant’Andrea e Torto­rici. E Falcone, sin troppo debole dal pun­to di vista sociale, è divenuta facile preda del malaffare.

Sin dai primi anni ’70, l’economia agri­cola e il vivaismo erano sotto l’assedio della cosca di Giuseppe “Pino” Chiofalo (poi controverso collaboratore di giusti­zia). Fu proprio a causa di una tentata estorsione ai vivaisti falconesi che egli venne arrestato per la prima volta nel feb­braio 1974, unitamente a Filippo Barresi, uno dei suoi più fedeli affiliati del tempo. Poi l’ecomafia poté ingrassare con i lavori autostradali e ferroviari, le megadiscari­che di rifiuti di ogni genere, i piani di ur­banizzazione selvaggia, i complessi turi­stico-immobiliari che volevano scimmiot­tare il disordinato residence di Portorosa della confinante Furnari.
E come Portoro­sa, ville e villini di Falcone sono stati uti­lizzati come rifugio per le latitanze dorate di boss e gregari di mafia, palermitani e catanesi.
Nel comune hanno risieduto sta­bilmente criminali e killer efferati, come Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel di­cembre del 1985, la diciassettenne Gra­ziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana.

Ovvio che il territorio che non poteva restare indenne dalla guerra tra cosche che tra Barcellona e i Nebrodi farà più di un centinaio di morti tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Un bagno di sangue per accaparrarsi appalti e sub-appalti di opere pubbliche, gestire cave e discariche, cementificare la costa e i tor­renti. Omicidi efferati. Eccellenti. Il 14 di­cembre 1987, ad esempio, a Falcone ven­nero assassinati Saverio e Giuseppe Squa­drito, rispettivamente padre e figlio, en­trambi pregiudicati e vicini alla criminali­tà barcellonese. Saverio svolgeva la pro­fessione di pescatore, mentre Giuseppe ri­sultava titolare di un’impresa di bitumi. A giustiziare i due, un commando guidato da Pino Chiofalo, giunto nel comune tirre­nico qualche ora dopo aver consumato a Barcellona Pozzo di Gotto un altro dupli­ce omicidio, quello di Francesco Gitto, fa­coltoso commerciante ai vertici della vec­chia mafia del Longano, e Natale Lavori­ni, suo dipendente.

Era originario di Falcone Vincenzo So­fia, inteso “Cattaino”, ucciso il 7 novem­bre 1991 dopo essere stato sequestrato in un deposito di materiale inerte di Mazzar­rà Sant’Andrea. “L’omicidio fu deciso dal mio gruppo per rispondere alla morte di Giuseppe Trifirò “Carrabedda””, ha rac­contato il neocollaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo delle “fa­miglie” di Terme e Mazzarrà. “Ci erava­mo convinti che “Cattaino” fosse vicino ai Chiofaliani ed avesse svolto la funzione di sorvegliare i movimenti di “Carrabedda” nel periodo precedente la sua uccisione”. Sofia fu condotto in una chiesa abbando­nata nelle campagne di Novara di Sicilia, dove fu finito con un colpo di pistola cali­bro 7.65 sparatogli in fronte. Il corpo fu poi occultato nel greto del torrente Maz­zarrà, in quello che per anni è stato il ci­mitero della mafia locale.

Il 21 maggio del 1992 fu la volta del fa­legname Angelo Squatrito a cadere vitti­ma di un agguato mafioso mentre si trova­va al lavoro a Ter­me Vigliatore. Domeni­co Tramontana (grande estortore- gestore di bar e risto­ranti a Portorosa, poi assassi­nato il 4 giu­gno 2001) e Filippo Barresi, al tempo lati­tanti, lo avevano scambiato per errore per Nicolino Amante, un amico di Lorenzo Chiofalo, il figlio di don Pino. Il destino di Amante era tuttavia segnato: verrà as­sassinato in pieno centro a Falco­ne dicias­sette giorni dopo.

Il 5 marzo 1996, ad essere ucciso sul lungomare cittadino, fu il barcellonese Fe­lice Iannello, precedenti per truffa e ricet­tazione e imputato in un procedimento per furto a un deposito di acque minerali. E originari di Falcone furono pure due vitti­me di lupara bianca: Francesco Micari, fatto sparire la notte del 12 febbraio 1991 e Vincenzo Bertilone, scomparso il 16 maggio 1996.

Il conflitto modificherà l’organigramma delle cosche locali sino a consacrare lea­der Santo Gullo. Fu Pino Chiofalo, nei primi anni ’90, a rivelare agli inquirenti l’importanza assunta dal malavitoso falco­nese. “C’era la guerra di mafia con i bar­cellonesi e il nostro clan necessitava sem­pre più di armi efficienti e di qualità. Fu quindi per tale ragione che ci portammo a Lesa, in provincia di Novara, dove risie­deva Filippo Barresi. Costui era in stretti rapporti con un tale che risiedendo in quelle zone, era ben introdotto nel giro del grande traffico di armi dalla Svizzera e da altri paesi europei.

Costui è originario di Falcone ed è in stretti rapporti con Rosa­rio Cattafi perso­naggio tra i più influenti nel grande traffi­co di armi e di valuta, de­dito al riciclaggio di denaro a livello inter­nazionale… Se mal non ricordo tale per­sona si chiama Santino Gullo e nel suo paese d’origine espletava l’attività di lat­toniere. So che lo stesso mantiene fre­quenti contatti con per­sonaggi malavitosi del milanese ove per frequenti periodi ha anche abitato”.

Gullo era legato pure al boss Domenico Tramontana, insieme a cui fu arrestato nel 1997 per una serie di atti estorsivi perpe­trati ai danni dei gestori del cantiere nava­le e della piscina di Portorosa. Condanna­to in primo grado a 8 anni di reclusione al processo scaturito dall’operazione “Poz­zo” e poi assolto in appello, da qualche mese Santo Gullo ha scelto di collaborare con la giustizia. “Ho militato nel gruppo dei mazzarroti e ho commesso una lunga serie di estorsioni ed omicidi”, ha ammes­so. “Io ero il responsabile di Falcone e Oliveri e mi relazionavo con il mafioso barcellonese Carmelo D’Amico”. Gullo ha pure parlato dei suoi rapporti criminali con il boss di Mazzarrà, Tindaro Calabre­se, e dell’appoggio di quest’ultimo alla la­titanza a Portorosa dei palermitani Salva­tore e Alessandro Lo Piccolo, i luogote­nenti di Bernardo Proven­zano poi finiti in manette nel novembre 2007.

A sostituire Gullo a capo delle cosche operanti tra Patti, Montalbano, Falcone e Oliveri, secondo quanto raccontato da Carmelo Bisognano, ci sarebbe oggi Sal­vatore Cal­cò Labruzzo, un allevatore ori­ginario di Tortorici, ma residente – sino al suo arre­sto nel giugno 2011 – nella frazio­ne Bel­vedere di Falcone. “Costui ha due figli, uno di nome Antonino, di professio­ne ve­terinario, l’altro di nome Francesco, che dovrebbe svolgere la professione di balle­rino”, ha raccontato Bisognano.

“An­che Salvatore Calcò Labruzzo è sta­to or­ganico al gruppo dei mazzarroti dal 1989, quando era ancora in vita Giuseppe Trifi­rò, detto “Carebbedda”. Quando sono uscito dal carcere, mi sono accorto che anche costui era in una posizione apicale e si occupava in particolare di estorsioni, attentati, contatti con i pubblici ammini­stratori. Gullo e Calcò Labruzzo abitava­no e operavano nel medesimo territorio ed erano da sempre in buoni rapporti. Dun­que è stato del tutto naturale che, una vol­ta che Gullo fu arrestato, il secondo abbia preso il suo posto”.

Bisognano ha pure accennato alle fre­quentazioni del tortoriciano con i referenti di punta dei mazzarroti, Tindaro Calabre­se e Ignazio Artino: “Calcò Labruzzo è in posizione sostanzialmente paritaria con Artino. So che spesso i due si consigliano e che hanno sempre avuto dei buoni rap­porti e li hanno tuttora. Si sono suddivisi il territorio. Volendo fare un esempio, per ciò che riguarda il campo dell’eolico, Ar­tino si occupa della messa a posto nei confronti della società Maltauro tramite un ingegnere originario di Montalbano, il quale si è occupato degli espropri. Salva­tore Calcò Labruzzo, invece, si occupa della messa a posto nei confronti delle imprese Cannizzo e Gullino, che operano sempre nell’eolico, in regime di sub-appalto nei confronti della Maltauro”.

L’attivismo di Calcò Labruzzo nel setto­re del racket è stato rilevato dalla recente inchiesta “Gotha” sullo strapotere delle cosche della fascia tirrenica della provin­cia di Messina. Secondo gli inquirenti, in concorso con Enrico Fumia, cognato di Carmelo Bisognano, nella primavera del 2008 egli avrebbe imposto il pizzo alla Italsystem Srl di Petralia Sottana, impegnata nei lavori di consolidamento della strada statale 113, nel tratto tra Patti e Falcone. Il presunto boss si sarebbe pure interessato al grande affaire dello smaltimento dei rifiuti. Secondo quanto riferito dal collaboratore Santo Gullo, fu proprio grazie a Salvatore Calcò Labruzzo che intorno al 2000 egli entrò in contatto con l’imprenditore barcellonese Michele Rotella, padre-padrone dei lavori nella megadiscarica dei rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, condannato qualche mese fa al processo “Vivaio” a 12 anni per associazione mafiosa.

“Calcò Labruzzo mi spiegò che Rotella era un amico in tutto e per tutto”, ha rac­contato Gullo. Ma stando a Carmelo Biso­gnano, Santo Gullo e Calcò Labruzzo avevano posto sotto estorsione anche le aziende interessate ai lavori di un’altra importante discarica di rifiuti, quella di contrada Formaggiara, Tripi.

A Falcone, però, si sospetta che Salva­tore Calcò Labruzzo possa aver condizio­nato pure l’esito delle elezioni comunali del 29 e 30 maggio 2011, che hanno ri­confermato sindaco l’avvocato Santi Ci­rella (ex An e Forza Italia, poi Mpa), con una coalizione di ex socialisti, Pdl e Udc (corrente del sen. Giampiero D’Alia).

È di questo avviso il candidato a sinda­co scon­fitto, il bancario Marco Filiti, pre­sidente del Comitato Rinascita Falconese, soste­nuto elettoralmente da Sel, Fli ed ex Pdl. E lo sono pure i consiglieri del grup­po d’opposizione Falcone città futura che in un documento inviato il 3 agosto 2011 al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina, affermano che “da notizie di stampa maturate a seguito di indagini giu­diziarie, si è avuta conferma che elementi che hanno partecipato attivamente e fatti­vamente alla determinazione dell’esito elettorale amministrativo, risultano coin­volti in tali fatti criminali”.
Malavitosi, per lo più sconosciuti agli ambienti falconesi, avrebbero percorso il paese, casa per casa, per fare incetta di voti. Alcuni di essi sarebbero stati successiv­amente riconosciuti nei volti comparsi sui giornali del 25 giugno 2011, con gli arresti delle operazioni anti­mafia “Gotha” e “Pozzo 2”. “Durante i giorni della campagna elettorale – dichiara Marco Filiti – ho personalmente segnalato sia alla locale Stazione dei Carabinieri di Falcone che alla Questura di Barcellona, il ripetersi di atti vandalici e intimidatori nei nostri confronti, con il danneggiamen­to sistematico del nostro materiale eletto­rale e con la comparsa di scritte ingiuriose sui nostri manifesti: il tutto è evidente­mente verificabile dagli atti depositati”.

A destare inquietudine, poi, la vicenda di Maria Calcò Labruzzo, nipote di Salva­tore Calcò Labruzzo (è figlia del fratello, anch’esso allevatore), da anni residente a Milano, ma candidatasi con successo alle amministrative in una lista pro-Cirella. Con ben 159 presenze, è risultata la consi­gliere comunale più votata di tutti i 36 candidati delle tre liste partecipanti. In paese c’è chi ricorda come Maria Calcò Labruzzo abbia fatto da madrina al batte­simo della figlioletta di uno dei figli di don Salvatore. Il di lei fratello, Antonio Calcò Labruzzo, il giorno del suo matri­monio, fu invece accompagnato all’altare dalla moglie del boss.

“Il fratello di Maria Calcò Labruzzo è pure titolare di una ditta che sino a pochi mesi prima le elezioni è stata beneficiaria di più determinazioni per svariati interventi sul territorio comu­nale”, ricorda Rinascita Falconese. Alla stessa azienda furono affidati direttamente i lavori di ri­pristino della vecchia strada a mare per circa 60.000 euro, tra i primi provvedi­menti adottati nel 2006 dall’allo­ra neosin­daco Cirella.

Parte delle opere vennero però eseguite dall’imprenditore di Castroreale, Salvato­re Campanino, co­gnato del consigliere co­munale di mag­gioranza Francesco Parato­re (ha sposato la sorella). Il Campanino ha pure eseguito i lavori di demolizione di alcuni fabbricati fatiscenti, affidati per somma urgenza (va­lore 31.000 euro) alla cooperativa “Auro­ra” e di cui sarebbero soci alcuni familiari dei Calcò. Per la cro­naca, Salvatore Cam­panino è stato con­dannato a 8 anni di re­clusione al processo “Vivaio” contro le organizzazioni crimi­nali operanti tra Bar­cellona, Terme Viglia­tore e Mazzarrà Sant’Andrea, mentre compare tra gli inda­gati eccellenti del recentissimo procedi­mento “Gotha3”, insieme al boss dei boss Rosario Pio Cattafi, Salvatore Calcò La­bruzzo, Tindaro Calabrese, ecc. ecc.

Il sindaco Santi Cirella respinge ogni addebito. “Del presunto clima elet­torale inquinato, i consi­glieri di minoranza non hanno fatto riferimento alcuno né in cam­pagna elettorale, né tantomeno nella fase post elettorale”, spiega nella querela pre­sentata contro gli estensori del documento pubblico.

“Lo stesso Filiti, nel suo blog, ha ringraziato la cittadinanza per l’alto senso civico che ha consentito il regolare svolgimento delle elezioni. Ed è comun­que destituito di qualsivoglia fondamento che l’elezione della signorina Maria Calcò Labruzzo sia stata determinata da inter­venti esterni. Persona dotata di alto senso civico, è dottoressa in giurisprudenza, lau­reata all’Università Bocconi di Milano, ha superato gli esami per l’abilitazione alla professione di avvocato e intende cimen­tarsi nel concorso in magistratura”.

Per Cirella, la “gestione della cosa pub­blica è stata, sempre, caratterizzata dal massimo rispetto delle norme e ispirata ai principi di legalità e trasparenza”.

“La passata amministrazione – aggiunge – si è contraddistinta per aver assunto provvedi­menti contro la criminalità organizzata, quali l’adesione nel 2007 al protocollo di legalità Carlo Alberto dalla Chiesa. L’attuale, invece, come primo atto ufficia­le, ha disposto che la cosiddetta informati­va antimafia sia estesa a tutte le gare ad evidenza pubblica, qualunque sa l’impor­to delle stesse”.

Rinascita Falconese non è d’accordo e segnala la possibilità di un conflitto d’interessi tra l’amministrazione e l’attivi­tà di uno dei maggiori imprenditori di Fal­cone, Sebastiano Sofia. “Dagli atti delle inchieste in corso emerge con evidenza il ruolo del Bisognano nel favorire l’asse­gnazione ad imprenditori amici delle ope­re di metanizzazione nei comuni del com­prensorio: e proprio in quegli anni il Sofia Sebastiano eseguì tali interventi non solo a Falcone, ma anche in altri paesi vicini” sottolinea Marco Filiti.

Dopo le elezioni amministrative del 2011, il figlio, Giuseppe Sofia, è stato no­minato assessore comunale. “Durante la prima legislatura dell’avvocato Cirella, i più stretti congiunti del Sofia hanno rice­vuto alcune concessioni edilizie, una delle quali, nel febbraio 2009, su una porzione di territorio collinare della frazione Sant’Anna dichiarata a rischio di dissesto idrogeologico ed, appena tre mesi prima, evacuata nei giorni dell’alluvione del di­cembre 2008”, segnala Rinascita Falcone­se. Alla ditta dei Sofia sono stati affidati pure i lavori di realizzazione del cosiddet­to lungomare per la somma di circa 125.000 euro, circostanza oggetto di de­nuncia di nove consiglieri nella scorsa le­gislatura.

“È inoltre notoria l’amicizia di Sebastiano Sofia con consiglieri e asses­sori comunali”, aggiunge il comitato. Al­cune foto della scorsa primavera, postate su facebook, ritraggono in posa e sorri­denti il costruttore accanto al padre e al fratello della neoconsigliere Maria Calcò Labruzzo e all’assessore in carica Giusep­pe Battaglia (delega allo sport, turismo, spettacolo, commercio, settori produttivi, sviluppo economico ed occupazione), ex vicepresidente del consiglio comunale di Falcone.

A gettare ombre sulla gestione delle opere pubbliche ci sono pure i collabora­tori di giustizia. Deponendo al processo d’appello “Sistema” sul tavolino mafioso degli appalti nel barcellonese, Santo Gullo si è soffermato sulle modalità con cui le imprese di fiducia dei clan vincevano le gare nei “comuni di riferimento” di Olive­ri, Falcone e Mazzarrà.
“Parlavano col tecnico, si mettevano d’accordo con lui… quando non c’era il tecnico si portavano tante buste e chi vinceva lo dava in subap­palto. Poi si facevano regali sostanziosi ai tecnici comunali”.

Ancora più esplicito l’ex boss Carmelo Bisognano al processo “Vivaio”. “Ad oc­cuparci degli appalti eravamo io e i bar­cellonesi Sem Di Salvo e Maurizio Mar­chetta – ha raccontato – Per pi­lotare alcune gare, si avvicinavano alcuni funzionari pubblici, come i capi degli uffi­ci tecnici di Falcone, tale Fugazzotto e di Mazzarrà Sant’Andrea, geometra Ro­berto Ravidà”.

E sempre relativamente ad Anto­nio Fugazzotto, responsabile dell’ufficio tecnico di Falcone dalla se­conda metà de­gli anni ’70, Bisognano ri­corda di averlo raggiunto in ufficio, intor­no al 2000, per discutere dell’appalto dei lavori di cana­lizzazione delle acque.

“Mi sedetti di fronte la sua scrivania e gli dissi senza mezzi termini che l’appalto doveva essere vinto dall’impresa Mastroeni Car­melo, ri­conducibile alla famiglia barcello­nese ed a Sem Di Salvo che mi diede l’incarico di andare dal tecnico comunale. Ovviamente Fugazzotto acconsentì alla mia richiesta perché conosceva la mia fama di perso­naggio autorevole sul terri­torio”.

Gli inquirenti hanno potuto verificare che la gara per il rifacimento dei torrenti venne vinta nell’agosto 2002 dall’associa­zione temporanea tra le imprese barcello­nesi N.C.S. Costruzioni sas (di proprietà di Santa Ofria, moglie del mafioso Sem Di Salvo) e CO.GE.CAL. srl, con un ri­basso di appena lo 0,2% sull’importo di gara di 471.000 euro. I lavori vennero poi affidati alla Sud Edil Scavi Srl di Merì, rappresentata da Carmelo Mastroeni, a se­guito delle rinunce delle aziende vincitrici e dopo che la stessa N.C.S. era stata rile­vata dalla CODIM srl di Barcellona Pozzo di Gotto, nella titolarità di Rosa Carpone, moglie di Carmelo Mastroeni.

“Dopo una prima fase di attrito col sin­daco Cirella in cui venne esautorato con la nomina a responsabile di un tecnico esterno, dopo la tragica alluvione che col­pì Falcone nel 2008, il geometra Fugaz­zotto è tornato a fare da regista degli in­terventi che le imprese hanno messo in opera durante e dopo l’emergenza alluvio­nale”, spiega Marco Filiti. La tragedia fu trasformata da alcune aziende contigue alla criminalità organizzata in occasione per moltiplicare gli affari. Qualche lavoro finì nelle mani dell’immancabile Salvato­re Campanino (anch’egli arrestato nell’ambito dell’operazione “Gotha3”) o dell’imprenditore barcellonese Carmelo Trifirò, finito anch’egli in carcere per as­sociazione mafiosa, ma ciò, secondo il Comitato Rinascita Falconese, “non avrebbe impedito all’attuale amministra­zione di liquidargli le somme richieste per gli interventi emergenziali”.

Nell’ambito dell’inchiesta “Torrente” gli investigatori hanno avuto modo di ac­certare che in data 18 dicembre 2008, an­che la ditta indivi­duale facente capo a Nunzio Siragusano è stata assegnataria dell’esecuzione di lavo­ri di somma urgen­za. Nelle carte dei ma­gistrati, l’imprendi­tore viene definito “soggetto dai numerosi precedenti giudi­ziari sofferti” e dall’“ac­clarata contiguità alla consorteria storica­mente retta da Bi­sognano Carmelo”.

L’ultima sorpresa nel piccolo comune tirrenico sa di squadrette, compassi, cap­pucci e grandi architetti dell’universo. L’odierno vicesindaco di Falcone, Pietro Bottiglieri, è risultato appartenere infatti alla loggia massonica “Ausonia” di Bar­cellona Pozzo di Gotto, sotto inchiesta dal 2009 per presunta violazione della legge “Spado­lini-Anselmi” che vieta la co­stituzione di associazioni segrete.

“Gli obietti­vi che si prefiggono non appaiono ricon­ducibili alla conduzione di studi filo­sofici ed approfondimenti culturali bensì all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professio­nali e lavorativi in cui operano, ed incari­chi presso strutture sanitarie che fornisco­no un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni ammini­strative e politiche, dietro cui stagliereb­be, quale promotore e artefice ideatore, la figura del senatore Domenico Nania”, scrivono i magistrati della DDA di Messi­na nella richiesta di autorizzazione alla perquisizione della superloggia.

Pietro Bottiglieri, dopo aver prestato servizio trentennale quale ragioniere del Comune di Falcone, ha espletato il ruolo di esperto contabile nei Comuni di Terme Vigliatore e Furnari (entrambi poi sciolti per infiltrazioni mafiose). Infine l’ingres­so nella politica attiva, prima da candidato a sindaco di Falcone nel 2006 e, dopo la sconfitta, da assessore della prima giunta diretta da Cirella. Con le amministrative 2011, Bottiglieri è divenuto il braccio de­stro del sindaco rieletto. Ciò nonostante sia divenuta pubblica la deposizione di Santo Gullo su un intervento del barcello­nese Carmelo Messina, presunto affiliato al gruppo di Carmelo D’Amico, per com­porre un rapporto estorsivo che le cosche locali intendevano imporre alla tabacche­ria di proprietà dell’odierno amministrato­re. “Nel 1995 io ed il Calcò Labruzzo ab­biamo avvicinato Pietro Bottiglieri”, ha esordito Gullo. “Egli temporeggiò e con­tattò tale Mida Nunzio, soggetto che si oc­cupava di estorsioni ed amico dei fratelli Ofria… Sem Di Salvo contattò Carmelo Messina e gli disse di comunicare al Bot­tiglieri di pagare a me ed a Calcò Labruz­zo, dal momento che era sempre la stessa cosa. Ricordo che Di Salvo disse o a Bar­cellona o a Falcone non cambia niente, tanto i soldi vanno a finire sempre alla stessa famiglia”.

“Proprio quest’ultima circostanza evi­denzia in maniera inconfutabile che all’interno della coalizione a sostegno del Cirella c’è chi è pienamente consapevole del ruolo di primo piano del Calcò nell’ambito della malavita organizzata” sottolinea Rinascita Falconese.
“Abbiamo chiesto all’on. Rita Borsellino di sollecita­re il Prefetto di Messina ad attenzionare con urgenza la vita amministrativa della cittadina”, spiega il presidente. “L’euro­parlamentare ci ha assicurato che il caso-Falcone verrà inserito nel quadro delle iniziative di Sicilia bene comune. L’unico modo per sottrarre il Comune alla cappa asfissiante sotto cui attualmente giace è quella di procedere, nel minor tempo pos­sibile, all’invio di una Commissione pre­fettizia che accerti le condizioni per lo scioglimento del consiglio comunale e la decadenza dell’attuale sindaco per eviden­ti e costanti infiltrazioni di stampo mafio­so nella gestione dell’amministrazione pubblica”.

Con la speranza che a Falcone non si ripeta quanto accaduto nella vicina Barcellona Pozzo di Gotto, due volte gra­ziata dal Governo in meno di cinque anni, nonostante i gravissimi rilievi delle com­missioni prefettizie d’inchiesta.
Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.