9 novembre 2012

La peggio gioventù – Vita nera di Rosario Pio Cattafi/2

Anni Ottanta
di Fabio Repici 08/11/2012

Il 23 aprile 1981 a Palermo, nel giorno del suo quarantatreesimo compleanno, viene ucciso il capo dei capi di Cosa Nostra, il boss Stefano Bontade, “principe di Villagrazia”. Con la sua eliminazione (e con quella, di poco successiva, di Totuccio Inzerillo), i corleonesi guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano prendono il comando incontrastato di Cosa Nostra. L’abbattimento dei nemici dei viddani di Corleone, a dire il vero, ha avuto inizio nelle altre province siciliane. Nel 1978 gli alleati di Riina e Provenzano hanno soppresso i capimafia di Caltanissetta e Catania sodali di Bontade: Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone; a sostituirli sono stati chiamati due grandi amici di “Binnu u tratturi”: Piddu Madonia e Nitto Santapaola.
Con l’avvento dei corleonesi, dentro Cosa Nostra nei primi anni Ottanta si assiste al classico salto della quaglia: ad eccezione delle centinaia di vittime della pulizia etnica, i sopravvissuti si riposizionano; si sovvertono le alleanze e coloro che fino a poco prima flirtavano con Bontade diventano fedelissimi dei corleonesi. I cambi di casacca si registrano in tutte le province siciliane e anche in continente e, naturalmente, pure a Milano: lo stalliere di Arcore,Vittorio Mangano, ne è la dimostrazione più eclatante, lui che è arrivato a Villa San Martino accompagnato da Stefano Bontade e dopo la morte di quest’ultimo si ritrova, con il suo capomandamento Pippo Calò, fianco a fianco con i corleonesi.
Secondo molti collaboratori di giustizia, anche Rosario Pio Cattafi, che nei primi anni Ottanta fa affari stanzialmente a Milano ormai da tanto tempo, pratica la stessa utile giravolta. Lo abbiamo lasciato fidato riciclatore del circuito di Bontade; lo ritroviamo nel giro di Santapaola. Riciclatore sempre e comunque, stando ai pentiti.

Così Giovanni De Giorgi: “Il Cattafi invece mi riferiva tranquillamente, anzi si vantava, della sua appartenenza al clan mafioso facente capo all’allora latitante Nitto Santapaola, per il quale svolgeva mansioni di consulente e operatore finanziario. In pratica il Cattafi si occupava del reinvestimento in attività pulite del denaro proveniente dai crimini commessi dal Santapaola e dai suoi affiliati, nonché svolgeva il ruolo di garante in casi in cui l’organizzazione doveva trattare affari o con altre organizzazioni o con qualche soggetto esterno. Il Cattafi si vantava della assoluta fiducia del boss, il quale lo onorava della sua presenza in Milano, in più occasioni anche da latitante. Il fatto che il Santapaola si fidasse a tal punto del Cattafi tanto da farsi accompagnare in Milano dallo stesso quando doveva fare shopping, faceva molto piacere al Cattafi, il quale mi riferiva della cosa come onore riservato a pochi membri dell’organizzazione. In più occasioni, poi, prelevai danaro proveniente dalla Svizzera per conto del Cattafi, che non voleva comparire per non essere riconosciuto e lui mi specificò che quelle somme servivano per se stesso e che lui provvedeva anche al periodico mantenimento di latitanti del clan Santapaola. Fu nell’anno 1983 che prelevai da un corriere che proveniva dalla Svizzera in successione le somme, due volte di lire 20 milioni, poi di 30 milioni, 55 milioni e 85 milioni. Per effettuare questi prelievi il Cattafi telefonava ad un funzionario di banca, certo Ioppini del Credito Svizzero di Bellinzona, il quale prelevava le somme dal conto Valentino 248, faceva un bonifico sul conto di mia pertinenza denominato Attila 6622 e poi io provvedevo a farmi inviare per corriere il denaro contante a Milano e lo consegnavo al Cattafi. Il tutto sino alla consegna del contante avveniva per telefono. Per ottenere il bonifico delle somme sul mio conto Attila 6622, tenuto presso la ‘Allgemene Bank’, io e ed il funzionario di quest’ultima insistevamo a lungo con Ioppini. Il Cattafi mi riferiva che nella sua qualità di fiduciario finanziario dell’organizzazione criminale poteva operare su un conto a Zurigo, non mi ha mai specificato la banca né il nome del conto presso il quale vi erano disponibilità illimitate. In ordine alle transazioni da me effettuate per conto del Garufi, preciso che queste furono: una di qualche decina di milioni con bonifico in Spagna … Di tutte queste cose io riferii al Mezzani, senza però vedere riscontro diretto ed immediato a quanto gli avevo rivelato. Ad un certo punto di questa vicenda riferii al Cattafi che il Mezzani era un agente dei servizi e che da lui in cambio di notizie avremmo potuto ottenere vantaggi, Inizialmente il Cattafi provò a cavalcare la cosa, più che altro dando notizie inerenti organizzazioni mafiose avversarie della sua; è in questo contesto che il Cattafi indicò come autori dell’omicidio Caccia i Ferlito, ed è in questo contesto che diede al Mezzani notizie su Epaminonda Angelo. Cattafi ad un certo punto volle rompere il rapporto diretto con Mezzani e posso, circa le motivazioni, formulare due ipotesi. La prima attiene alla scarsa possibilità da parte del Mezzani di fornire in concreto dei vantaggi, ricordo a tal proposito la mancata concessione di un porto d’armi; la seconda attiene alla paura del Cattafi di subire comunque ritorsioni da parte del clan di Epaminonda che al momento in Milano era molto potente e certo, per eseguire atti di violenza nei confronti di chicchessia, non aveva il bisogno di chiedere il permesso a Santapaola. Altro motivo, strettamente connesso con la mentalità mafiosa che permeava tutti i pensieri e le azioni del Cattafi, è il fatto che se lo avesse saputo il Santapaola, non avrebbe certo approvato la condotta dello stesso Cattafi. Da quel momento i contatti finalizzati ad ottenere notizie e vantaggi dal Mezzani passarono tra me e il Mariani, il quale a sua volta le attingeva dal Cattafi in virtù del loro pregresso rapporto … Il Cattafi mi presentò anche tale Mommo Peretta da Barcellona P.G., che trattava con grande deferenza; lo stesso venne diverse volte in Milano, in compagnia del Cattafi, e che vidi personalmente un paio di volte”.
Molti anni dopo, Cattafi, per risultanze giudiziarie di questo periodo, viene indagato dalla Procura di Caltanissetta fra i mandanti occulti delle stragi mafiose del 1992. Si scopre pure di un presunto progetto di uccidere Giovanni Falcone quasi dieci anni prima di Capaci. Così i pubblici ministeri nisseni nella loro richiesta di archiviazione per Cattafi: “E del pari è a dirsi con riguardo alle indicazioni fornite sul conto dell’indagato da tale MEZZANI Enrico, sedicente informatore del Sisde, il quale nel corso delle dichiarazioni rese in data 17.4.1984 al dr. Francesco Di Maggio, ha asserito di aver appreso dal Cattafi che il medesimo nell’estate del 1983 aveva partecipato ad una riunione, cui avevano presenziato, tra gli altri, Nitto Santapaola ed un parlamentare democristiano, nel corso della quale si era parlato di armi destinate all’esecuzione di un attentato ai danni di Falcone”.
E così si legge in un decreto del Tribunale di Messina, che nel 2000 impone a Cattafi la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per 5 anni: “Invero, i predetti Mezzani e De Giorgi hanno concordemente riferito che il Cattafi intratteneva stretti rapporti con il Santapaola, ed il Brunero ha raccontato di aver conosciuto un personaggio, a nome Saro, inserito in una organizzazione criminale che gestiva il traffico di droga tra Milano e Palermo, lo ha descritto ‘originario della provincia di Messina, sposato con una calabrese dalla quale è divorziato, età 40 anni circa, alto più di m 1,75 circa, elegante, con occhiali cerchiati tipo ray ban’, ed ha precisato che lo stesso era strettamente legato a tale Paolo Aquilino, che ha definito ‘compare’ di Santapaola Benedetto”.

Se questo è il tenore delle frequentazioni milanesi di Cattafi, non è un caso che quando, nell’autunno 1984, nel capoluogo lombardo arriva il primo importante collaboratore di giustizia, il catanese Angelo Epaminonda, fra le centinaia di destinatari delle sue accuse c’è proprio Rosario Pio Cattafi: “A questo punto, per dimostrare quale interesse le organizzazioni criminali rivolgessero all’ambiente dei casinò, devo riferire un episodio verificatosi circa un anno e mezzo fa. Nuccio Miano mi segnalò che Turi Buatta e un altro siciliano a nome Saro gli avevano proposto di gestire in società un’attività del cambio assegni al casinò di Saint Vincent. Ben sapendo che Nuccio non aveva alcuna competenza in materia ed essendomi stato dallo stesso riferito che ancora una volta era stata richiesta la costituzione di una cassa comune, lo pregai di mettermi in contatto con i due. L’incontro avvenne in una casa di Enzo Banana non ricordo in questo momento quale, salvo che si trattava di un alloggio di ringhiera. Io avevo già dato per scontato l’epilogo del contatto e rammento che ero infastidito anche perché, quando mi vennero a chiamare, ero in compagnia di Nuccio Miano e di due donne. All’appuntamento si presentarono dunque Turi Buatta e Saro, un siciliano non di Catania, alto, magro, sui 35 anni. Dopo i primi convenevoli, nel corso dei quali Saro mi spiegò di essere legato strettamente a Nitto Santapaola, mi feci indicare i termini del progetto. Saro disse che agiva in società con altra persona ben introdotta nei casinò di Saint Vincent e che si poteva impiantare in quel casinò il lavoro di cambio assegni. Gli chiesi se per caso Santapaola avesse declinato tale invito ed egli mi spiegò che era a conoscenza del progetto, che la cosa non lo interessava, e che comunque aveva raccolto l’autorizzazione a muoversi. Trattai gli interlocutori con sufficienza per far intendere che la proposta non era di mio interesse, almeno nei termini della società tra noi … Rammento ancora che Saro mi disse di essere in buoni rapporti con la GDF, che era stata messa una taglia per la mia cattura e che avrebbe potuto interferire per avere notizie su come la Finanza si muoveva. Risposi che la cosa non mi interessava, che la Finanza avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente, anche perchè io avevo da vedermela con altre forze di Polizia. Io temevo che gli emissari del gruppo Santapaola, e tra questi Saro, tendessero a stringere rapporti con me, per poi farmi catturare. La cosa finì lì ed io non ebbi più occasioni di rivedere il Saro, il quale tuttavia – nell’accomiatarsi – mi chiese se ci potevamo vedere qualche altra volta. Mi dichiarai disponibile, ma a condizione che egli mi recasse notizie o proposte concrete … Riconosco con quasi assoluta certezza nelle fotografie che mi vengono mostrate il Saro di cui ho detto nel corso dell’interrogatorio di questa mattina … L’ufficio da’ atto che è stato mostrato all’imputato un album fotografico fornito dal Nucleo operativo dei Carabinieri di Milano, recante fotografie di Rosario Cattafi, detto Saro”.

Nella tarda serata del 26 giugno 1983 a Torino, mentre fa una passeggiata con il suo cane, viene ucciso a pistolettate il Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia. Magistrato integerrimo, Caccia ha fama, meritatissima, di inavvicinabile. E quella non è proprio una regola nella Torino di quegli anni. Tanti sono gli affari criminali per la repressione dei quali Caccia si era speso che, nell’immediatezza del suo assassinio, sono tante le ipotesi che si fanno: terrorismo politico, criminalità organizzata, infiltrazioni mafiose nella gestione dei casinò, malaffare politico e finanziario.
Subito arriva pure una rivendicazione agli organi d’informazione: presunte brigate rosse. Si tratta, però, di una rivendicazione falsa. Le indagini, poiché vittima del reato è un magistrato in servizio a Torino, vengono condotte dalla Procura della Repubblica di Milano. Lì dal 1981, cioè da pochissimo, è in servizio un magistrato cresciuto a Barcellona Pozzo di Gotto e sbarcato in Brianza per gli studi universitari. Lo abbiamo già incontrato, si chiama Francesco Di Maggio. Il pubblico ministero non è noto per maniacale rispetto delle procedure. Anzi, corrono brutte voci su una sua eccessiva familiarità con alcuni apparati investigativi e, soprattutto, con i servizi segreti. Tuttavia, gode di grande stima e altrettanto affetto da parte di colleghi che hanno già mostrato il loro valore, gente del calibro di Piercamillo DavigoArmando SpataroIlda Boccassini. Gode con tutta evidenza anche del credito del Procuratore capo Mauro Gresti, visto che, pur a inizio carriera, Di Maggio sembra calamitare le più rilevanti indagini sull’espansione mafiosa a Milano.
Anche l’omicidio Caccia è affare suo. E anche nell’omicidio Caccia le indagini vengono di fatto indirizzate dai servizi segreti. Curiosamente, il Sisde interviene quando Caccia è ancora vivo.
C’è una famiglia di criminali catanesi, appartenente sotto l’Etna al clan dei cosiddetti “cursoti”, i Miano, che si è trasferita al settentrione. Sono sei fratelli e riempiranno pagine e pagine delle cronache giudiziarie. Il capofamiglia si chiama Luigi ma diventa noto con un nomignolo americaneggiante, Jimmy Miano, e si impianta a Milano, dove diventa il leader del sodalizio criminale che fissa la sua base in un luogo destinato a diventare molto famoso con gli anni: l’autoparco di via Salomone, intestato a Giovanni Salesi. Una sede di affari illeciti davvero strana, l’autoparco milanese, perché gli uomini del clan Santapaola (ad esempio Rosario Cattafi) e gli esponenti dei “cursoti” (fra i quali farà strada – e lo reincontreremo – Santo Mazzei, “u carcagnusu”), che pure a Catania sono impegnati in una guerra di mafia che riempie le strade di cadaveri, qui vanno d’amore e d’accordo nella gestione dei traffici di armi e di stupefacenti e di altre attività. Francesco e Roberto Miano, fratelli di Jimmy, invece, si insediano a Torino. E naturalmente anch’essi non perdono tempo a scalare le gerarchie mafiose sotto la mole, in simbiosi con altri gruppi siciliani e calabresi.
Torniamo alle indagini sull’uccisione del Procuratore Bruno CacciaFrancesco Miano è stato in carcere fra il 1979 e il 21 gennaio 1983. In quel periodo allaccia buoni rapporti con il dr. Urani, medico del centro clinico del carcere di Torino. Poi trascorre un solo mese in libertà, perché il 22 febbraio 1983 torna dietro le sbarre. Ma in quelle poche settimane che trascorre a piede libero viene avvicinato da un funzionario del Sisde, per “una richiesta di collaborazione nelle indagini sui rapporti tra il terrorismo e la criminalità organizzata”.
Quando le vicende di mafia si intrecciano all’opera dei servizi segreti non c’è da aspettarsi nulla di buono. Invece in questo caso arrivano risultati giudiziari, chissà quanto genuini. Francesco Miano è dunque in carcere quando Bruno Caccia viene ucciso da due sicari. Il 7 luglio è di nuovo nella casa circondariale di Torino. Lì Miano viene trattato particolarmente bene: fa lo scrivano presso il centro clinico e quindi nuovamente incontra una sua vecchia conoscenza, il dr. Urani. Così, passa appena una settimana e il 15 luglio Miano si trova davanti il solito dr. Ferrettidel Sisde, che gli chiede se è “disposto a scoprire gli assassini del Procuratore della Repubblica dottor Caccia”. Miano accetta la missione, che questa volta è particolarmente specifica (“solo sull’omicidio del dottor Caccia perché a noi tutto il resto non interessava”), e, nell’inedita veste di detenuto-detective, riceve dai servizi, per il tramite del dr. Urani, un registratore, con il quale, a colpo sicuro, si adopera a carpire i colloqui con un mafioso calabrese compagno di detenzione, Domenico Belfiore, che da tempo manifestava odio nei confronti di Caccia e di qualche altro magistrato torinese. La missione riesce, nel senso che Miano registra alcune conversazioni con Belfiore (eppure il funzionario dei servizi non prevede di poterle utilizzare a fin processuali ma come stimolo per le indagini) dalle quali, invero, non trae né i particolari dell’esecuzione né i nomi degli esecutori né altri elementi diversi dalle intenzioni di Belfiore, prima dell’omicidio, di attentare alla vita di magistrati torinesi e alla spregevole contentezza di quel mafioso per l’uccisione dell’integerrimo Procuratore di Torino. Miano, comunque, come viene scritto anni dopo dai giudici, svolge quella sua personale attività d’indagine intracarceraria con celerità, “in modo da essere sollevato da questo omicidio”. Va aggiunto che testimoniando innanzi alla Corte di assise di Milano, Francesco Miano riferisce anche che Belfiore, senza fornire precisazioni, conversando con lui si è assunto la paternità dell’omicidio come mandante. Anche l’altro fratello “torinese” di Jimmy MianoRoberto, depone contro Belfiore. E anche altri collaboratori di giustizia catanesi. Ma nella sentenza di condanna definitiva a carico di Belfiore come mandante dell’omicidio Caccia centrali rimangono le dichiarazioni di Francesco Miano. Seppure la causale del delitto resta un po’ nebulosa e residui, a chi legge le motivazioni della condanna del solo Belfiore, la sensazione che qualcosa di ulteriore rispetto a Belfiore e ai calabresi sia sfuggito ai processi. Stessa sensazione che rimane nel vedere come Francesco Miano, tanto decisivo nel processo sull’omicidio Caccia, non lo sia stato per nulla nei processi sull’autoparco milanese nel quale uomo forte era il fratello Jimmy e imputati erano pure l’avvocato di Jimmy Miano e pure il suo amico Rosario Cattafi.
Il quale Cattafi, quando le indagini sull’omicidio Caccia sono ormai indirizzate da Francesco Miano su Belfiore, fa ingresso in carcere, per la seconda volta in vita sua. In quest’occasione in Svizzera, a Bellinzona, dove si trova, e dove il magistrato suo conoscente, Francesco Di Maggio, che nel frattempo emette un ordine di cattura contro di lui per il sequestro Agrati, va a interrogarlo facendosi accompagnare, tra gli altri, curiosamente, da un maresciallo dell’Arma in servizio a Messina. Viene poi estradato in Italia. Scarcerato, Cattafi ottiene poi una richiesta di proscioglimento istruttorio avanzata da Di Maggio il 30 aprile 1986, che viene accolta dal giudice Arbasino.
In quel proscioglimento, al di là del merito, colpiscono due elementi: il primo è che in corso d’indagine a Cattafi viene sequestrata documentazione attestante la mediazione da lui svolta per la cessione, nientemeno, di una partita di cannoni della Oerlikon Suisse all’emirato di Abu Dhabi; il secondo è che vi si legge anche dell’omicidio del Procuratore Bruno Caccia. Già: vi si legge esattamente che Enrico Mezzani ha dichiarato che Cattafi gli ha fornito una “spiegazione ‘dall’interno’ sull’omicidio del Procuratore di Torino Caccia e, tramite il Mariani, indicazioni sull’autore materiale del reato”, quello mai individuato dalla giustizia. Una spiegazione dall’interno e l’autore materiale dell’omicidio Caccia: proprio strana la vita di Cattafi. E poi…
E poi c’è il solito magistrato brianzolo, Olindo Canali. Sappiamo già della sua condanna per falsa testimonianza emessa dal Tribunale di Reggio Calabria. E sappiamo già che il Procuratore di Reggio Calabria Pignatone lo sottopone nel 2009 a intercettazione telefonica e che tra le altre viene registrata una sua telefonata allo scrittore Alfio Caruso, autore della biografia di Adolfo Parmaliana, “Io che da morto vi parlo” (ed. Longanesi). E anche lì si parla dell’omicidio Caccia e pure di Cattafi. Davvero strano. Canali nel 1984 è uditore giudiziario del pubblico ministero Di Maggio e quindi ha conoscenza delle sue indagini. Anche di quelle sul sequestro Agrati, come abbiamo già visto. Sentite le parole di Canali: lei lo ricorderà bene, Sarino Cattafi … agli onori delle glorie giudiziarie milanesi, in cui, quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio Caccia … fatta dalle BR”.
E che ci faceva a casa di Cattafi la falsa rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia? Anche qui, ci si deve ripetere: salvo pensare che Canali sia quello che a Roma definiscono un “cazzaro”, a legare Cattafi all’omicidio Caccia ci sono pure le parole di un magistrato.
Intanto, Cattafi viene scagionato pure dal sequestro Agrati e può riprendere i suoi contatti fra Milano e la Sicilia. Anche con personaggi della sua Barcellona Pozzo di Gotto, che vanno frequentemente a trovarlo a Milano. Come il boss Gerolamo Petretta, che poi a novembre del 1986 è vittima di lupara bianca. Nessuno sa nulla sulla fine di Petretta, né inquirenti né giornalisti né altri, fino alla primavera del 1993, quando a svelare l’atroce assassinio di Petretta, aggredito, ficcato nel bagagliaio di un’auto e infine bruciato, saranno i collaboratori di giustizia. In quegli anni nessuno sa niente. Meglio, quasi nessuno, perché invece Cattafi sa, come racconta nel 1992 ai suoi amici dell’autoparco, ai quali confida di avere avuto notizie grazie a un infiltrato che la famiglia mafiosa barcellonese inserisce nei ranghi del clan Chiofalo, responsabile dell’uccisione di Petretta. Strano destino, quello di Cattafi: sempre informato su efferati delitti per i quali, pure, mai viene sospettato dagli inquirenti.
Pure Angelo Siino ha parlato di Rosario Cattafi: “conosco Pippo Gullotti, capo mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo la guerra di mafia che si scatenò a Barcellona, Piddu Madonia mi disse che era opportuno che si facesse strada il Gullotti che egli definiva suo cugino. Io quindi fissai un appuntamento con il predetto Gullotti … Il Gullotti mi colpì molto favorevolmente giacché mi fece l’impressione di una persona di un certo livello culturale ed anche perchè mi salutò con il saluto massonico. Durante la nostra conversazione il Gullotti affrontò vari argomenti tra i quali la sua ascesa al vertice della mafia di Barcellona dopo la morte di Pino Chiofalo ed i suoi rapporti con la mafia di Messina e Catania, in particolare con Nitto Santapaola … Gullotti aveva contatti con messinesi che trafficavano in armi … Ho appreso dallo stesso Gullotti che aveva molte amicizie tra esponenti delle forze dell’ordine e so altresì che era amico di Rosario Cattafi … in ultimo ricordo che il Gullotti, durante quell’unico incontro che noi avemmo, oltre a palesarsi come appartenente alla massoneria,mi fece capire che non aveva problemi ad entrare in contatto con esponenti dei servizi segreti”.

Sfuggito come un’anguilla ai problemi giudiziari, Cattafi riprende le sue attività a Milano e i suoi contatti nazionali e perfino internazionali. Ad esempio, stringe i suoi rapporti con un avvocato pugliese con studio a Roma, Franz Russo. Di Russo è amico anche una vecchia conoscenza di Cattafi, Franco Carlo Mariani. “È stato possibile accertare stretti collegamenti, riferibili agli anni 1989/90, tra il Mariani e l’avvocato Russo Franz … In tale contesto il ‘Franz’ è risultato in stretto contatto con il noto Michele Zaza, a quel tempo recluso nel carcere di Marsiglia, a seguito di procedimento penale in corso nei suoi confronti in Francia. Il Franz, in quel periodo, si recava in Francia, in Germania e a Montecarlo in compagnia del Mariani. In particolare, in una conversazione del 13.4.1989 il Franz comunica alla moglie di essere all’Hotel de Paris di Montecarlo insieme a Franco (Mariani) e che, unitamente a questi, l’indomani si sarebbe recato in banca: ‘Franco deve sbrigare delle cose, deve dare degli ordini” … Poi riferisce di essere stato a Marsiglia per incontrare i familiari dello Zaza, sempre accompagnato dal Mariani … Appare evidente come vi fossero a quel tempo rapporti tra il Russo e il Cattafi e tra lo stesso Russo e il Mariani. Anche la documentazione sequestrata al Cattafi evidenzia gli stretti rapporti con il Russo … Sempre durante le indagini condotte a Roma venne rilevata un’utenza svizzera … a Lugano, contattata dal Russo e riferibile a Mariani Franco. Si ritiene di dover aggiungere che egli al tempo delle indagini condotte a Milano (e anche attualmente) è legale rappresentante della ‘CRM spa’ … azienda produttrice di motori, per l’automobilismo, l’aviazione e marini”. Due amici messinesi di Cattafi, Filippo Battaglia ed Eraldo Luxi, avevano operato in affari per la CRM di Mariani. Nel 1982 in Perù avevano agito quali procuratori d’affari della Agusta – Siai Marchetta e della CRM Motori.

Contatti mafiosi, affari e peripezie giudiziarie sempre concluse a lieto fine: così appare dalle carte la vita milanese di Rosario Cattafi per tutti gli anni Ottanta. Naturalmente, non poteva mancare spazio per lui anche nelle vicende processuali sulle fiorenti bische clandestine che in quegli anni impazzano fra Milano e Bergamo, con frequentazioni rinomate: il barcellonese Emilio Fede, il non ancora molto famoso Flavio Briatore, il conte Achille Caproni, faccendieri e trafficanti di armi di ogni parte del mondo. Se di Cattafi nei processi che vengono istruiti sulle bische di lusso compare solo il nome, il suo amico Franco Carlo Mariani non solo vi finisce imputato ma addirittura assume il ruolo di collaboratore di giustizia, rendendo dichiarazioni ai magistrati della Procura di Milano.
Cattafi, poi, a fine anni Ottanta, diventa addirittura referente privilegiato degli apparati investigativi. Nella specie, del solito suo conterraneo Francesco Di Maggio, il quale a fine anni Ottanta lascia la Procura di Milano per entrare all’Alto commissariato antimafia guidato da quel Sica la cui nomina è servita a fare le scarpe a Giovanni Falcone. Nel racconto di Cattafi, dalla prosa invero molto faticosa, è davvero curioso il modo in cui viene avvicinato da Di Maggio nella nuova veste: “Negli anni ’89-’90 io ero libero e vivevo a Milano in via Pietro Mascagni n. 21; in quel periodo si presentò un carabiniere che mi suonò a casa, procurandomi anche una certa ansia. Costui mi disse che il dottore Di Maggio mi aspettava presso la caserma dei Carabinieri in via Moscova. Preciso che il carabiniere si limitò a riferirmi ciò senza nulla aggiungere. Io mi recai presso la caserma dei carabinieri di via Moscova dove incontrai il dott. Di Maggio, il quale era insieme al cap. dei Carabinieri Morini, del quale non ricordo il nome di battesimo. In quel frangente Di Maggio mi comunicò che aveva ricevuto una nomina presso l’Alto Commissariato Antimafia, ricordo che i soggetti incaricati erano in tre e che il Di Maggio era uno dei vice. Sempre in quel frangente, Di Maggio mi disse: ‘so che lei ha contatti con personaggi di vario genere, con imprenditori, se lei sa qualcosa sul riciclaggio di denaro, io sono qui’ … Non posso definirmi un informatore del Di Maggio ma semplicemente una persona che era entrata in buoni rapporti con costui e che dunque era disposta a fornirgli informazioni nel caso in cui ne fossi venuto a conoscenza. Specificai che queste informazioni mi potevano anche non capitare dal momento che io avevo una società che si occupava di prodotti biologici denominata Sanovit, riconducibile a me ed a mia sorella, che fra l’altro riforniva il gruppo SMA in Sicilia. Io garantii la mia disponibilità ed il dott. Di Maggio mi disse: “da me troverete sempre un amico’”.
Questo, a dire il vero, si era già capito.

fonte: soniaalfano.it
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