19 dicembre 2012

Lotta al Racket: gli imprenditori licatesi denunciano gli estorsori e li fanno arrestare

18 dicembre 2012 

Sei persone sono state arrestate dai poliziotti della Squadra mobile di Agrigento e dal commissariato di Licata che hanno eseguito un’ordinanza - tre in carcere ed altrettante ai domiciliari - firmata dal Gip del Tribunale di Palermo, Ricciardi su richiesta dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Rita Fulantelli. 

Sono accusate di estorsione aggravata dal metodo mafioso e di intestazione fittizia di beni. L’operazione è stata denominata in codice “Ouster”, che significa “imposizione” o anche il tentativo di estromettere il titolare di un’azienda per appropriarsene. Le indagini avviate nel 2009 sono durate oltre due anni. 

Stanchi delle vessazioni subite e delle imposizione del pizzo continuo, anche con la minaccia, alcuni degli imprenditori vittime degli estorsori hanno denunciato i loro aguzzini. Ma l’inchiesta non è affatto conclusa. Altre persone risultano indagate e gli ulteriori accertamenti giudiziari potrebbero far scattare le manette ai loro polsi. Di Sicuro c’è che l’operazione “Ouster” ha messo a nudo un sistema di estorsioni mafiose, intestazione fittizia dei beni e occultamento delle risorse economiche di cui si sapeva ma che non si riusciva a provare. 

Licata è sempre stata terra di arrembanti mafiosi, alcuni noti, altri ancora sconosciuti che hanno condizionato il sistema economico e sociale del territorio. 

Proprio a Licata, secondo le ultime investigazioni e grazie all’ausilio di numerosi pentiti, operano esponenti di rango dell’associazione criminale cosa nostra che oggi potrebbero avere ruoli importanti nel panorama mafioso provinciale anche alla luce delle numerose defezioni determinate dall’incessante opera di forze dell’ordine e magistratura che a più riprese hanno decapitato i vertici dell’onorata società. Tra gli arrestati due presunti esponenti delle cosche licatesi, Pasquale Cardella e Angelo Occhipinti, detto “pisci moddu”, rispettivamente di 61 e 58 anni. Gli altri arrestati sono Giuseppe Galante, 54 anni; Giuseppe Cardella, 31 anni; Claudio Giuseppe Cardella, 37 anni e Gianluca Vedda, 37 anni. 

Secondo l’accusa il gruppo voleva imporre mezzi e materiali alle imprese che operavano nell’hinterland licatese. Nell’ambito di questa inchiesta sono state sequestrate due società ad opera dei finanzieri del Nucleo Pt di Agrigento che hanno eseguito su delega della Direzione distrettuale Antimafia di Palermo i due sequestri preventivi nei confronti di una società e di una ditta individuale gestite da prestanome ma di fatto riconducibili a soggetti mafiosi del licatese che sono stati arrestati. 

Le ditte sequestrate, due aziende di movimento terra e di commercializzazione di calcestruzzo, sono la “Nova Car Srl” e la ditta individuale “Vedda Gianluca”, entrambe con sede a Licata. Gli accertamenti patrimoniali e bancari eseguiti dai militari del Nucleo di polizia tributaria di Agrigento sulle disponibilità economiche e finanziarie di alcuni soggetti prestanome hanno consentito di appurare l’assoluta insussistenza in capo ai predetti di risorse economico- finanziarie tali da giustificare la titolarità delle aziende oggetto del sequestro. A tal riguardo, si evidenzia che nessuno dei soggetti “di copertura” aveva mai presentato la dichiarazione dei redditi ai fini dell’imposte dirette negli ultimi quattro anni, ed in alcuni casi le disponibilità economiche sono risultate irrisorie, anche con saldi bancari negativi. Gli interrogatori di garanzia degli arrestati svoltisi ieri sia nel carcere Petrusa di Agrigento che in Tribunale (per gli indagati ai domiciliari) davanti al Gip, Ottavio Mosti, nulla hanno tolto o aggiunto alla bontà dell’inchiesta. L’amministratore di fatto appartenente alla famiglia di Pasquale Cardella impartiva le disposizioni legate alla gestione delle imprese, teneva i rapporti con la clientela, incassava gli assegni ed emetteva la relativa documentazione fiscale, beneficiando direttamente dei proventi dell’ attività economica, svolta anche mediante costringimenti di natura estorsiva. 

Quindi la costituzione delle società è avvenuta con risorse economiche provenienti dalla famiglia mafiosa ed in particolare da uno degli arrestati, Cardella appunto, il quale attraverso la disponibilità dei prestanome, soggetti del tutto incensurati, poteva in questo modo aggirare la normativa in materia di misure di prevenzione patrimoniale e conseguentemente impedire qualsiasi forma di aggressione al capitale sociale, rappresentato dai conferimenti e dai successivi aumenti di capitale, oltre che dai beni immobili appartenenti alla società stessa e dai beni strumentali utilizzati per l’attività d’impresa.
Tali considerazioni riguardo l’apporto di capitale da parte del soggetto mafioso in seno alle predette imprese, solo formalmente intestate ai prestanome, hanno trovato puntuale riscontro nelle complesse attività di ricostruzione del patrimonio e del reddito del sodalizio criminoso, eseguite dalla Guardia di Finanza del Nucleo di polizia tributaria di Agrigento. 
Infatti, gli accertamenti bancari e patrimoniali hanno dimostrato l’impossidenza di beni e di risorse economiche finanziarie, in capo ai prestanome, tali da giustificare la titolarità delle imprese. 

Le indagini patrimoniali antimafia rivestono così un ruolo strategico e rappresentano un presupposto necessario di ogni azione di aggressione dei beni della criminalità organizzata. Secondo l’accusa gli indagati imponevano i loro mezzi e il materiale alle imprese locali, a chiunque si fosse aggiudicato la gara d’appalto. Mezzi e materiale che, spesso, venivano forniti in quantità superiore rispetto a quello che effettivamente serviva. 

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