26 gennaio 2013

Impressioni d'udienza dal processo Cassata/18. La condanna di un potente magistrato

Fabio Repici (fonte foto)
di Fabio Repici - 25 gennaio 2013 

"Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un Procuratore generale è stato condannato."

Queste impressioni d’udienza, scritte in piena notte, sono le ultime sul giudizio di primo grado a carico del Procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata, imputato di diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana. Ieri sera, infatti, il Giudice di pace di Reggio Calabria Lucia Spinella ha emesso la sentenza di primo grado. Una sentenza storica. Il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina degli ultimi decenni è stato condannato. Sì, proprio condannato, perché riconosciuto come il corvo che nel settembre 2009 inviò un infame dossier anonimo allo scrittore Alfio Caruso (in quel periodo impegnato nella stesura di “Io che da morto vi parlo”, ed. Longanesi, lucidissima analisi della vita di Adolfo Parmaliana e delle traversie da lui patite fino al suo suicidio del 2 ottobre 2008) e al senatore Beppe Lumia, l’unico esponente politico che Adolfo ebbe vicino fino al suo ultimo giorno di vita. Cassata è stato condannato. Ma non c’è solo questo. Il giudice, che pure ha concesso all’imputato le attenuanti generiche, ha ritenuto sussistenti a suo carico pure le circostanze aggravanti dei motivi abietti di vendetta rispetto all’ultima lettera lasciata da Adolfo e dell’attribuzione di fatti determinati. Chiunque conosca il ruolo di Cassata sa bene che la sentenza di oggi è storica davvero. Ed è ben più dell’inizio della fine per il quasi ex Procuratore generale di Messina. “Quasi ex” perché di certo nemmeno il Csm questa volta potrà fare finta di niente; ma “quasi ex” anche perché le voci meglio informate del palazzo di giustizia di Messina avevano già preannunciato che il pensionamento anticipato di Cassata sarebbe arrivato subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario e, nel suo auspicio, subito dopo l’assoluzione a Reggio Calabria. Ora, invece, l’inaugurazione dell’anno giudiziario si celebrerà domani e sicuramente a latere della manifestazione non si parlerà d’altro che della condanna di Cassata. Condanna che è stata pronunciata in contumacia di Cassata, come in sua contumacia è facile prevedere si svolgerà domani l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Messina. Perché di certo per lui sarebbe un po’ faticoso reggere tutti gli sguardi a lui rivolti e al suo ruolo di unico Procuratore generale d’Italia non più solo imputato ma addirittura pure condannato in primo grado.

Qui va detta una cosa urticante: e cioè che ha avuto ragione Adolfo. Ha avuto ragione, purtroppo, nel ritenere che fosse necessario il suo cadavere per ribaltare l’onnipotente sistema “barcellonese-messinese” che garantiva impunità impensabili e si era dedicato ad avviare la rappresaglia ai suoi danni. Lo si ribadisce per l’ennesima volta e lo si farà in eterno: sarebbe stato ben meglio che quel sistema mantenesse il suo strapotere e che Adolfo fosse ancora vicino ai suoi cari. Ma è certo che quel sistema cominciò a subire crepe che mai più sarebbero state rimaneggiate proprio a partire dal suicidio di Adolfo.

E la condanna di Cassata di ieri è l’icona più significativa di un tracollo epocale del sistema nel suo complesso e di quella sua fondamentale componente definita nell’ultima lettera di Adolfo con la locuzione “magistratura messinese-barcellonese”. Già pochi minuti dopo la sentenza iniziava a giungere l’eco reboante della caduta del santo patrono di Barcellona Pozzo di Gotto (il copyright è dello scrittore Alfio Caruso). Del resto è una sentenza davvero epocale. Non si ha ricordo di un precedente analogo. Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un Procuratore generale è stato condannato. Su un piano sostanziale, poi, per la provincia di Messina è una delle sentenze più rilevanti degli ultimi decenni.

Da domani la storia giudiziaria messinese sarà scissa in due fasi: prima della condanna di Cassata e dopo di essa. E, allora, quando l’avvenimento è ancora nella dimensione della cronaca e prima che si incardini nella storia, qualche ulteriore considerazione di dettaglio si impone.

La prima riguarda la giudice, la dr.ssa Lucia Spinella, umile giudice onoraria: con quella sentenza, pronunciata nelle condizioni note a chi per tutto l’ultimo anno ha letto queste impressioni d’udienza, ha dimostrato schiena dritta come decine e decine di giudici togati tutti insieme sarebbero stati incapaci di fare.
La seconda riguarda la moglie, i figli, i genitori e i fratelli di Adolfo. Ieri non hanno riottenuto indietro la preziosa persona del loro congiunto ma hanno visto lo Stato restituire una volta per tutte l’onore al loro caro Adolfo, quell’onore che chi aveva avuto la fortuna di incrociarlo aveva colto all’istante ma che l’intera nazione aveva avuto la possibilità di conoscere solo un anno dopo il suo suicidio, grazie al libro “Io che da morto vi parlo”, scritto da un giornalista e scrittore a sua volta con la schiena dritta come Alfio Caruso.
La terza riguarda chi scrive e la propria collega Mariella Cicero, che per tutto quest’anno hanno avuto la ventura di tutelare processualmente la memoria di Adolfo Parmaliana. Hanno avuto una di quelle fortune che capitano raramente, servire una causa giusta, e vincerla, e sapere dunque che la loro professione ha avuto un senso nobile e che potrebbero smettere anche domani di esercitarla avendo comunque concorso a realizzare vera giustizia, quella sensazione che certi presunti principi del foro non raggiungeranno mai, nemmeno dopo centinaia e migliaia di cause vinte e proporzionati guadagni.
La quarta riflessione, poi, riguarda Adolfo Parmaliana, figlio mirabile di questa Sicilia disgraziata, inseguito dalla persecuzione di iene e sciacalli perfino dopo la sua morte. Da ieri sera le infamie contro di lui svaniranno in fretta. Pazienza se la sua terra non è stata capace di riconoscerlo in tempo, lui scienziato indiscusso e cittadino integerrimo e coraggioso, prima che si trovasse costretto a togliersi la vita. Pazienza se la politica, pure quella soi-disant moralmente corretta fu così cieca che nella sua Terme Vigliatore, a uno come Adolfo venne preferito, e portato al Parlamento, uno come Scilipoti. E pazienza perfino se ancora in questa tornata elettorale una lista che con qualche azzardo è stata chiamata Rivoluzione Civile è stata capace di candidare al Senato in Sicilia uno dei suoi più accaniti detrattori, dopo la sua morte ancora più che in vita di Adolfo, non a caso finito fra i testimoni indicati dalla difesa di Cassata nel processo conclusosi ieri. Pazienza, e viene un groppo in gola a scriverlo. Ma da ieri tutto il fango che per decenni la figura composta di Adolfo, e poi il suo cadavere, avevano calamitato per invidia, per intolleranza, per convenienza, per vendetta o per altre miserrime ragioni lascerà il posto al non più contrastato riconoscimento della sua grandezza umana, professionale e politica. Una cosa posso arrogarmi la facoltà di dirla in prima persona. Caro Adolfo, quell’enorme onere morale, pesante molto più di un macigno, che ci assegnasti con la tua ultima lettera (“Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”), io per la mia parte l’ho adempiuto, così come sono certo anche tutte le altre quattro persone per la parte loro. Anche in questo, caro Adolfo, hai avuto ragione. 

Fabio Repici
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