26 febbraio 2013

Niscemi “rewind”, la fotografia di una guerra di mafia



di Gaetano Liardo25 feb 2013


Sangue, omicidi, orrore. Quella vissuta di Niscemi, cittadina della parte meridionale della provincia di Caltanissetta, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 è stata una stagione buia. Il paese è stato scosso dalla guerra di mafia tra Stidda e Cosa nostra. Qui, le due fazioni contrapposte, legate a doppio filo alle cosche della vicina Gela, hanno messo in atto una violenta faida, che ha avuto forti ripercussioni nello scacchiere criminale dell’Isola. Una pagina scura che, nelle ultime settimane, gli inquirenti stanno cercando di illuminare, grazie alle dichiarazioni dei pentiti.
La recente operazione “Rewind” condotta dalla Squadra mobile di Caltanissetta, e dagli uomini del Commissariato di Niscemi, coordinati dalla Dda di Catania, ha fatto luce su uno dei tanti omicidi della mattanza niscemese. A finire in manette dieci esponenti di Cosa nostra affiliati alle famiglie di Niscemi e Gela, tutti accusati, a vario titolo di aver pianificato, e realizzato, l’omicidio di Roberto Bennici. Omicidio a sangue freddo, avvenuto all’interno del centrale bar Sicilia.
Mandanti, pentiti e killer
A far luce sull’omicidio Bennici, uno tra i tanti commessi nel 1990, arriva in aiuto degli investigatori il contributo prezioso dei collaboratori di giustizia gelesi. Angelo Celona, Emanuele Terlati e i fratelli Emanuele e Luigi Celona. E’ Angelo Celona, che si autoaccusa dell’omicidio, a fornire gli elementi più interessanti, confermati dalle dichiarazioni degli altri tre collaboratori e dalle risultanze investigative. «Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Celona Angelo – si legge nell’ordinanza del Gip – esponente di spicco della consorteria mafiosa di Cosa nostra operante a Gela e storicamente legata alla consorteria operante a Niscemi – autoaccusatosi quale esecutore materiale dell’omicidio in argomento, permettevano di far luce sul movente e sulle dinamiche dell’azione delittuosa».
A decidere l’omicidio di Bennici, nel corso di un summit nelle campagne di Niscemi, secondo l’accusa sono stati: Giancarlo Giugno, Salvatore Calcagno, Rosario Lombardo, Rosario La Rocca, Salvatore Argenti, Giovanni Passaro, Giuseppe Tasca, Pasquale Trubia, Emanuele Trainito, Angelo Tisa, Salvatore Siciliano, Emanuele Iozza, Emanuele Cassarà, Francesco La Cognata e Angelo Celona. Ad eseguire l’omicidio con Celona e La Cognata, Trainito, Lombardo e La Rocca.
Il clan Russo in guerra contro Cosa nostra
Bennici, benzinaio, è ritenuto dagli inquirenti un affiliato della stidda. A tirare le fila dell’organizzazione mafiosa a Niscemi sono i fratelli Russo, pezzi da novanta della struttura militare nella guerra contro Cosa nostra. Rosario, Salvatore e Vincenzo Russo, tutti all’ergastolo con sentenze passate in giudicato, hanno iniziato la guerra contro la famiglia di Cosa nostra di Niscemi con l’obiettivo di soppiantarla nella gestione degli affari illeciti in paese. Hanno stretto solide alleanze con i clan gelesi capeggiati da Salvatore Iocolano, con i vittoresi Carbonaro-Dominante e con gli stiddari dell’agrigentino.
I Russo, inoltre, vantano forti ramificazioni nel nord Italia, dove trafficano droga e si riforniscono di armi. Il potere della cosca è talmente grande che nel 1991 pianificano un attentato dinamitardo contro l’allora sostituto procuratore di Caltagirone Anna Canepa e contro l’allora comandante provinciale dei Carabinieri Umberto Pinotti. Avrebbero dovuto farli saltare in aria, come faranno un anno più tardi i corleonesi contro i giudici Falcone e Borsellino. Soltanto il pentimento del killer gelese Salvatore Dominante nel 1991 consente agli investigatori di sventare l’attentato.
Nel 1983 i Russo sferrano il primo duro colpo. Ad essere ucciso è il capofamiglia niscemese Salvatore Arcerito, alleato dei gelesi Rinzivillo ed Emmanuello e del boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia. Morto “u ziu Totò” è un succedersi di omicidi. Cosa nostra a Niscemi serra le fila e risponde colpo su colpo. Nel 1984 a cadere è Gioacchino Russo, il maggiore dei fratelli della cosca stiddaro.
Un 1990 di sangue
E’ il 1990 l’anno che segna l’apice dello scontro, a Niscemi, come a Gela e Vittoria. Mettendo in fila gli omicidi o i tentati omicidi della seconda metà del 1990, come riportati nell’ordinanza firmata dal Gip del Tribunale di Catania, il quadro che ne esce fuori è impressionante. Un ritmo di delitti forsennato. Andiamo con ordine: Il 18 agosto veniva ucciso lo stiddaro Giuseppe “Pepè” Vacirca, dopo un breve inseguimento da parte dei killer. Vacirca era considerato tra i mandanti dell’omicidio di Salvatore Arcerito. La risposta della stidda non si fa attendere, il 4 settembreveniva ucciso Giuseppe Trainito, padre di Liborio, all’epoca affiliato a Cosa nostra. Liborio Trainito passerà dopo poco proprio con gli stiddari.
Il 25 settembre è il turno di Carmelo Valenti, secondo gli inquirenti, uomo vicino a Cosa nostra. Meno di un mese dopo, il 22 ottobre, viene ucciso Gaetano Campione, boss della stidda. Sempre lo stesso giorno muore in un agguato Giuseppe Falcone, anch’egli ritenuto un affiliato della stidda. Il 23 ottobre, come visto, a cadere sotto i colpi di Cosa nostra è Roberto Bennici.  La scia di sangue non si ferma qui. Il 25 ottobre ad essere ucciso è Gaetano Bartoluccio, considerato esponente di Cosa nostra. Il 26 ottobre sopravvive ad un agguato Giuseppe Pepi, ritenuto vicino alla stidda. Il 27 ottobre, infine, sopravvive ad un agguato stiddaro a Scoglitti, nel vittorese, Giuseppe Arcerito, di professione medico. Questi, si legge nell’ordinanza del Gip di Catania: «Era ritenuto elemento di spicco della consorteria mafiosa denominata Cosa nostra».
A novembre, dopo la strage di Gela, tutto si ferma, o quasi. Lo Stato è costretto a intervenire per riportare ordine nella terra di nessuno del triangolo Gela-Niscemi-Vittoria. Nel gennaio del 1991 arriva, imposta dallo stato di necessità, la pax mafiosa tra stidda e Cosa nostra. Da allora, anche a Niscemi, si metterà in atto la politica della cogestione degli affari criminali tra le due organizzazioni
Cosa nostra dimezzata a Niscemi
Arresti e pentimenti, dimezzano il potere militare ed economico della famiglia di Cosa nostra niscemese. L’attenzione degli inquirenti è alta, grazie alle importanti defezioni. Antonino Pitrolo, conosciuto come “u pivulu”, tra i leader dell’organizzazione mafiosa, è divenuto collaboratore di giustizia. Per farlo tornare sui suoi passi, nel 2009, hanno pure cercato di uccidergli la figlia. Così come hanno provato ad uccidere i figli di Vincenzo Blanco, altro importante pentito niscemese. Giuliano Chiavetta, killer un tempo braccio militare di Alfredo Campisi, boss con troppe aspirazioni ucciso nel 1996, ha deciso di collaborare, autoaccusandosi, tra l’altro, dell’omicidio del giovane Pierantonio Sandri. Gli arresti, poi, hanno fatto il resto. Quelli di: «Giugno Giancarlo e di Calcagno Salvatore – scrive il Gip  nell’ordinanza – consente di decapitare i vertici della consorteria mafiosa cosa nostra di Niscemi, anche in considerazione dell’arresto di Arcerito Giuseppe, operato poco più di un anno fa (…) nell’ambito dell’operazione di polizia denominata Parabellum».
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