27 marzo 2013

Santa Lucia del Mela (ME) Lavorare e scrivere in terra di mafia



di Nuccio Anselmo - 27/03/2013 

Se una mattina esci di casa con le chiavi in mano per andare a lavorare, e fai il giornalista, e l’auto la guardi desolato ridotta in cenere, e senti l’inconfondibile puzzo marcio della plastica bruciata, in un lampo ti vedi accerchiato. Ripensi subito ai pezzi che hai scritto, ai più recenti, a chi hai salutato al bar, a chi hai negato l’offerta del caffé per dignità, ti cominci a chiedere “perché”. Lavorare e scrivere in terre di mafia come Barcellona, dove ancora oggi c’è una delle più sanguinarie ed economicamente solide propaggini di Cosa nostra, è bene non dimenticarlo mai, non è per niente facile. 

Mentre gli inviati stanno al massimo un paio di giorni, parlano con questo e quello, e poi se ne vanno, il cronista attento e scrupoloso di un giornale radicato nel territorio come il nostro affronta ogni giorno i mafiosi da vicino, se li vede intorno, li “annusa”alle spalle, non se ne può liberare. È dura in Sicilia, in una terra dove i giornalisti hanno pagato un altissimo contributo di sangue per sconfiggere la mafia, dal 1966 in poi, da Cosimo Cristina a Beppe Alfano. Leonardo è testimone attento della nuova stagione di lotta alla mafia che si è aperta con le fondamentali operazioni anticrimine degli ultimi anni, legate agli altrettanto fondamentali sequestri di beni, e della profonda breccia che i collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano e Santo Gullo hanno creato nella storica granitica solidità della famiglia barcellonese. Una spaccatura che continua ad allargarsi dopo la recente collaborazione del “boss ragazzino”Salvatore Campisi, ancora solo all’inizio, che promette sviluppi clamorosi nei prossimi mesi. Una nuova storia che come sempre, Orlando, continuerà a scrivere, con noi, sulle pagine della “Gazzetta”.

Gazzetta del Sud 27 marzo 2013
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