22 marzo 2013

Tanti nemici tanto onore




di Saverio Lodato - 21 marzo 2013

Molti hanno fatto di tutto, in campagna elettorale, per denigrare, delegittimare, imbrattare, in una parola: disinnescare Antonio Ingroia e il suo tentativo di costruire un soggetto politico (Rivoluzione Civile) che avesse una rappresentanza in Parlamento. E non gli hanno risparmiato nulla: in certi circoli, in certe oligarchie, nel “club del potere”, nessuno può entrare sua sponte.

Infatti: un magistrato non può scendere nell’ agone politico. Un magistrato non può candidarsi nella circoscrizione dove ha esercitato la sua funzione di pubblico ministero. Un magistrato non può, prima di scendere in politica, intercettare telefonicamente il capo dello Stato (neanche per caso, e neanche se a telefonare è un indagato) . Un magistrato non può dirsi “partigiano” di nulla, nemmeno della Costituzione.
Ed è talmente sterminato l’elenco dei detrattori che verrebbe da dire che persino Stalin, il quale coniò la proverbiale espressione “tanti nemici tanto onore”, se oggi fosse ancora vivo, di fronte alle dimensioni del “caso Ingroia”, rivedrebbe al ribasso la sua convinzione.
Metto in fila solo qualche nome dello sterminato elenco, per dare un’idea dell’accanimento, dell’astio, della paura, scaturiti dalla decisione di Ingroia di avvicinarsi alla politica.
Silvio Berlusconi, Giuliano Ferrara,  Eugenio Scalfari, Pino Arlacchi,  Alessandro Sallusti, Emanuele Macaluso, Luciano Violante, Daniela Santanchè, Maurizio Belpietro, Michele Vietti, Paola Severino, Ilda Bocassini, eccetera, eccetera, eccetera.
Una compagnia di giro, assortita e variegatissima (quanto a provenienze culturali e politiche), pronta a brandire il fulmine vendicatore prima contro l’Ingroia che indagava sulla trattativa Stato- mafia, un attimo dopo contro l’Ingroia che dava vita a Rivoluzione Civile.
Vi sarete accorti che non ho messo nello sterminato elenco il nome di Giorgio Napolitano, autore della fragorosa ( e “partigiana”, si può dire?) iniziativa sul conflitto dei poteri, in ossequio al vecchio adagio:  “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”.  Adagio- sia detto per inciso – al quale va ad incastrarsi a meraviglia quello, di provenienza sicula, che altrettanto  schiettamente recita: “quando mamma chiama, picciotto risponde”. Ora, fanti o picciotti che siano i soggetti in questione, il problema rimane.
Tutti costoro, infatti, sanno benissimo che il Parlamento trasuda come una spugna di onorevoli ex magistrati. E di onorevoli avvocati in carica e con studi aperti notte e giorno, anche quando il Parlamento è chiuso.
Tutti costoro sanno che Ingroia aveva il legittimissimo diritto di intraprendere la carriera politica. Forse – e anche questo si capisce- avrebbero preferito che Ingroia si fosse andato a sedere in qualche banco messogli a disposizione dai partiti esistenti, come prima di lui avevano fatto decine di suoi colleghi (e continuato a fare anche in queste elezioni).
Un esempio valga per tutti: Anna Finocchiaro, prestigiosa dirigente Pd, si è cullata con l’aspettativa dalla magistratura per un quarto di secolo! Fanti o picciotti che siano, non sentono il bisogno di brandire alcun fulmine in un caso del genere? Non c’è nessun commentatore, che si dimostrò di penna buona nel caso Ingroia, pronto a sprecare qualche goccia di inchiostro per stigmatizzare simile abnormità?
Proviamo a concludere. Ingroia ha sbagliato quando, insieme ai suoi colleghi della Procura di Palermo, ha preteso di indagare sulle complicità fra lo Stato italiano e la mafia. Poco importa se il gup ha poi rinviato a giudizio tutti gli imputati, nonostante il Tg La7 delle 20 di Enrico Mentana abbia, con giovanile leggerezza, eclissato la notizia.
Ingroia ha sbagliato a dar vita a Rivoluzione Civile. Fanti e picciotti, non a caso, hanno tirato un sospiro di sollievo per il mancato raggiungimento del quorum. Nel “club del potere”, lo dicevamo prima, si entra per chiamata diretta.
E adesso? Che dire? E’ strano: fanti o picciotti che siano, non vogliono che Ingroia rientri in magistratura, (tuttalpiù andrebbe loro bene un giudice ad Aosta…) ma non vogliono neanche che se ne chiami fuori, infatti non vogliono che metta radici, con la sua Rivoluzione Civile, dentro il perimetro della politica. Con la mancata elezione di Ingroia, speravano che quella minacciosa “fascina” (Rivoluzione Civile)  avesse smesso di bruciare, ma vedono ancora levarsi al cielo densi nuvoloni di fumo. Che farà ora Ingroia? E loro sono inquieti.
I mafiosi, che notoriamente considerano inutile lungaggine aspettare, alla maniera dei cinesi, che l’acqua del fiume faccia omaggio del cadavere del nemico morto, il problema saprebbero come risolverlo. Quanto a tutti gli altri- invece- ci appaiono solo in stato confusionale.



fonte: rivoluzionecivile.it                                           
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