27 maggio 2013

Stato-mafia: al via processo sulla trattativa. Alla sbarra da Totò Riina a Nicola Mancino

Mancino e Subranni
Si apre nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, il processo sulla "trattativa" tra lo Stato e la mafia. La Corte d'Assise è chiamata a giudicare i dieci imputati, tra mafiosi, politici ed ufficiali dell'arma, che secondo l'accusa, vent'anni fa si sedettero intorno allo stesso tavolo per concordare una strategia di distensione che portasse alla fine del periodo stragista che tra il '92 e il '93 aveva insanguinato l'Italia.
I dieci imputati alla sbarra: da Totò Riina a Nicola Mancino
Alla sbarra i capimafia Totò Riina, Antonino Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca; il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Massimo Ciancimino, gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l'ex senatore del Pdl Marcello Dell'Utri e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, il quale ha già detto che non ritiene possibile che debba stare a processo con i più grandi boss della mafia.
Tranne che per l'ex presidente del senato, accusato di falsa testimonianza, e per Massimo Ciancimino, teste dell'accusa accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia, gli altri imputati sono chiamati a rispondere di violenza o minaccia al corpo politico dello stato, con l'aggravante d'aver favorito cosa nostra
Ha scelto invece il rito abbreviato un altro imputato eccellente: l'ex ministro democristiano Calogero Mannino. Dal processo è stata stralciata invece la posizione di Provenzano, il quale è stato ritenuto incapace di intendere e di seguire coscientemente. La sua posizione pende ancora davanti al gup.
A sostenere l'accusa saranno il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. "Quando la verità dovesse riguardare elementi di colpevolezza a carico dello Stato, lo Stato non può nascondere eventuali sue responsabilità sotto il tappeto" ha detto il pm Di Matteo arrivando nell'aula bunker.
La storia: quel 30 gennaio del 1992...
Secondo i magistrati, la "trattativa" nacque dalle aspettative deluse dei boss di cosa nostra sul maxiprocesso, con la conferma in Cassazione, il 30 gennaio del 1992, degli ergastoli comminati cinque anni prima. Una decisione che spinse la mafia a chiudere, col sangue, i conti con chi riteneva responsabile di quella sconfitta, e contestualmente a cercare nuovi referenti politici.
Il primo passo di quel progetto sarebbe stato l'omicidio dell'eurodeputato Dc Salvo Lima il 12 marzo 1992; seguito dalla minaccia di attentati a diversi esponenti politici.
In questo contesto s'inserì l'ex ministro Calogero Mannino, che temendo per la propria vita, avrebbe dato l'input, attraverso il capo del ros Antonio Subranni, all'avvio della trattativa che portò, dopo l'intercessione del generale del ros Mario Mori con Vito Ciancimino, al "papello" con cui Totò Riina poneva le condizioni per far cessare le stragi. Tra cui, quella della revoca del carcere duro per i mafiosi.
Successivamente la trattativa avrebbe assunto altri "canali", come quello di Marcello Dell'Utri, ritenuto anello di congiunzione tra cosa nostra e Silvio Berlusconi, che appena due anni dopo le stragi sarebbe diventato Presidente del Consiglio.
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