18 maggio 2013

Trattativa Stato-mafia, Napolitano citato al processo



D'Ambrosio scriveva al Capo dello Stato: “Io scudo per indicibili accordi” 

di AMDuemila – 17 maggio 2013 

Depositati questa mattina i 176 nomi di chi verrà chiamato a testimoniare al processo sulla trattativa Stato-mafia, che inizierà il 27 maggio. Tra questi, sarà sentito dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia anche il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Da poco riconfermato Presidente della Repubblica, Napolitano dovrà spiegare all'accusa di quanto egli sia a conoscenza sullo scambio epistolare avvenuto con l'ex consigliere giuridico Loris D'Ambrosio (deceduto lo scorso luglio). In particolare sul contenuto di una lettera, datata 18 giugno 2012, pubblicata su “La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. 2006 -2012”. A ridosso del caso sulle intercettazioni dell'ex ministro Mancino (imputato al processo per falsa testimonianza, ndr) che più volte si è rivolto all'ex consigliere e allo stesso Napolitano per ottenerne il sostegno, D'Ambrosio aveva deciso di scrivere al presidente per dichiarare la sua innocenza, spiegando di non aver mai voluto appoggiare Mannino e sostenendo che “come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze”. 

Ma ciò su cui i magistrati vogliono vederci chiaro sono le preoccupazioni che Loris D'Ambrosio condivide con Napolitano per “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” proprio negli anni che vanno dall'89 al '93, nei quali Stato e mafia hanno suggellato un patto di cui ancora non conosciamo tutte le condizioni. A Napolitano verrà dunque domandato se in questo senso abbia mai ricevuto altri sfoghi dell'ex consigliere. Tra i testimoni che dovranno contribuire a ricostruire le vicende che ruotano attorno alle intercettazioni tra Mancino e D'Ambrosio ci saranno anche il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani: “In ordine alle richieste provenienti dall'imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l’andamento delle indagini sulla cosiddetta trattativa, l’eventuale avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate” e il Presidente del Senato Pietro Grasso: “Il dottor Grasso dovrà riferire in ordine alle richieste provenienti dall’odierno imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l’andamento delle indagini sulla trattativa, l’eventuale avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate”. Nel corso del processo, i pm si avvaleranno delle testimonianze di oltre 30 pentiti, mentre sul banco degli imputati ci saranno gli ex ufficiali del Ros, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss di Cosa Nostra Toto Riina, Leoluca Bagarella e Antonio Cinà, l'ex senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino.

fonte: antimafiaduemila.com

L'ora della verità 

di Marco Travaglio - 18 maggio 2013 

Dunque, al processo di Norimberga che si apre a Palermo il 27 maggio contro i traditori dello Stato che vent’anni fa trattavano con Cosa Nostra mentre questa sterminava magistrati, agenti di scorta e cittadini comuni, siederà sul banco dei testimoni anche Giorgio Napolitano. La notizia della sua citazione nella lista testi della Procura di Palermo susciterà le solite polemiche, vista la pretesa di intoccabilità che ha trasformato – complici giuristi di corte e sentenze di Corte – il Presidente della Repubblica in un monarca assoluto, peraltro ignoto alla Costituzione. Ma, per quanti sforzi facciano i corazzieri della penna e dell’ugola, difficilmente troveranno obiezioni al suo dovere di dire la verità in un processo e al diritto di una Procura di citarlo (è già teste a Caltanissetta al processo Borsellino). Le intercettazioni fra lui e Mancino, distrutte per ordine della Consulta proprio nel giorno del suo reinsediamento, non c’entrano nulla. C’entrano quelle, regolarmente depositate agli atti del processo, fra il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio e lo stesso Mancino, che premeva sul Quirinale per allontanare da sé e da Palermo l’amaro calice delle indagini; e ne otteneva udienza e soddisfazione. D’Ambrosio è morto e non potrà parlare. Ma Napolitano sì: dopo aver assicurato di non aver nulla da nascondere né da temere, anzi di pretendere tutta la verità, potrà finalmente spiegare il tramestio telefonico ed epistolare tra un indagato e la massima carica dello Stato. E potrà anche chiarire un altro mistero, raccontato dal Fatto nell’ottobre scorso, in beata solitudine. Nella lettera di dimissioni (poi respinte) che D’Ambrosio gli aveva inviato il 18 giugno 2012 dopo le polemiche sulle sue telefonate con Mancino, il consigliere ricordava la sua lunga collaborazione con Falcone e aggiungeva: 

“Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che in quelle poche pagine non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. Non le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche a fare indagini, come oltre 30 anni fa”. 

Purtroppo, nel libro Giovanni Falcone un eroe solo, dei misteriosi “episodi 1989-'93” che l’avevano “preoccupato” e “fatto riflettere”, D’Ambrosio dice poco o nulla. Ma, nella lettera al Presidente, scrive che le sue “ipotesi” Napolitano le conosce (“lei sa”), e non solo lui (“ho detto anche ad altri”). Ipotesi legate alla trattativa Stato-mafia, al punto di indurlo a sospettare di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. 

Perciò rivolgemmo a Napolitano alcune domande. 1) Da chi D’Ambrosio temeva di essere stato usato come “scriba”? Non certo da Falcone, dunque dai politici sopra di lui in quel periodo, al governo (premier Andreotti) e in Parlamento (presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini). Ma anche dopo (“protagonisti e comprimari” sentiti in Antimafia). 2) Chi fra quei politici, lo usò come “scudo per indicibili accordi”? 3) A quali “altri” il consigliere confidò i suoi sospetti? 4) E perché, quando fu sentito due volte come teste dai pm di Palermo, non li mise al corrente e anzi negò di sapere qualcosa, se davvero voleva persino “tornare a indagare”? 5) Quando D’Ambrosio gli espose le sue ipotesi e gliele mise per iscritto, Napolitano gli chiese spiegazioni, dettagli, nomi e cognomi? 6) Se lo fece, perché non informò la Procura? Se non lo fece, fu perché non gliene importava niente, o per altri motivi? E quali? A noi il Presidente non ha mai risposto. Ora dovrà rispondere ai giudici. Giurando di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. 

fonte: Il Fatto Quotidiano

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