4 novembre 2013

Rosario Pio Cattafi, boss mafioso al 41bis e le amicizie nella massoneria e nelle istituzioni deviate in provincia di Messina

Rosario Pio Cattafi
Il sodalizio Cattafi/Battaglia/Siracusano/Spadaro avrebbe venduto armi , di tutti i tipi, nel Medio Oriente. Ad oggi taluni personaggi non sono stati perseguiti per tali ipotesi di reato e non si conoscono i Paesi e i nomi dei destinatari delle forniture. 

Rosario Pio Cattafi è inserito a pieno titolo, in una posizione di preminenza rispetto a quello dei singoli affiliati, in alcune organizzazioni criminali di tipo mafioso, quali la famiglia di Benedetto Santapaola e la famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto”. Il 21 luglio del 2000, il Tribunale di Messina delineava il profilo criminale di quello che da lì a poco sarebbe divenuto l’ideatore-tessitore del grande affaire del parco commerciale del Longano. Una “persona socialmente pericolosa”, contro cui veniva emessa la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona, per la durata di cinque anni. “Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”, aggiungevano i giudici peloritani. Sei anni più tardi i membri della commissione prefettizia inviata per indagare sulle infiltrazioni mafiose al Comune, avrebbero descritto il Cattafi come “una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano”. Da giovanissimo aveva militato nelle file della destra eversiva “rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi”. Erano gli anni in cui si stringeva nel capoluogo dello Stretto un’inedita alleanza tra neofascisti, ‘ndrangheta, massoneria deviata e misteriose organizzazioni paramilitari. “L’Italia come il Portogallo di Salazar, la Spagna di Franco e la Grecia dei colonnelli” era la parola d’ordine. Tra i protagonisti dei raid nelle aule accademiche e alla casa dello Studente spiccavano alcuni militanti di Ordine Nuovo, “movimento culturale” che a Messina era ospitato nella sede del Msi-Dn. Vicereggente provinciale del Fuan, l’organizzazione universitaria del partito di Almirante, era al tempo Rosario Cattafi. “Questo personaggio ha origini ordinoviste”, spiegò nel 1995 l’allora Procuratore della Repubblica di Firenze Pierluigi Vigna ai membri della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’onorevole Parenti. Ancora più netti i militari del Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata (GICO) della Guardia di finanza di Firenze. “Prima di far parte di Cosa Nostra, al tempo in cui frequentava l’Università di Messina, Cattafi era un terrorista”, scrissero il 3 aprile 1996 in un’informativa su un presunto traffico di armi a livello internazionale. Trasferitosi in Lombardia a metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle famiglie mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, il barcellonese si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura meneghina interessata a verificare se dietro un suo viaggio a Saint Raffael c’era l’obiettivo di “stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con i Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti”. Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che aveva tenuto “non meglio chiariti rapporti” con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed “uno dei maggiori esponenti del clan”. L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al faccendiere italo-peruviano Filippo Battaglia. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco della mafia di via Salomone a Milano. Dopo una condanna in primo grado a 11 anni e 8 mesi per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti (4 anni scontati nel carcere di Opera), la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco. In una delle intercettazioni, il 16 settembre 1992, Cattafi si vantava di avere avuto modo di assistere ad un importantissimo summit mafioso, tenutosi probabilmente ad Erice, durante il quale venne deliberato un patto chiamato accordo delle cinque monete. “Sembra che il Cattafi voglia riferirsi a quanto raccontato a suo tempo anche a Franco Carlo Mariani e cioè di aver assistito ad un convegno a cui avevano partecipato gli esponenti di cinque mafie mondiali (siciliana, marsigliese, nordamericana, sudamericana e cinese)”, spiegano gli uomini del GICO. Del barcellonese si occupò poi la Procura di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta su un grosso traffico di armi delle società Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Nel 1998 fu invece sottoposto ad indagini (anch’esse poi archiviate) da parte delle Procure di Caltanissetta e Palermo sui cosiddetti “mandanti occulti” della strategia stragista del 1992-93. Nel procedimento (Sistemi Criminali), il nome di Cattafi comparve accanto ai boss mafiosi Salvatore Riina e Nitto Santapaola, al patron della P2 Licio Gelli, all’ordinovista Stefano Delle Chiaie e a Filippo Battaglia. Sugli indagati, il sospetto di “avere, con condotte causali diverse ma convergenti, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo – tra l’altro – di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia…”. Un rapporto della D.I.A. (1994) aveva segnalato contatti telefonici fra le utenze utilizzate dal Cattafi “con soggetti riconducibili a Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992”. A rafforzare l’immagine e il potere del presunto “capo dei capi” della mafia messinese, le amicizie con politici, parlamentari, giudici e imprenditori. È stato ancora il GICO di Firenze ad abbozzare la lista dei contatti “eccellenti”. “Sulla base degli elementi desumibili dalla documentazione sequestrata, Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili… Risultava interessato in particolare all’attività del “Circolo Corda Fratres” di Barcellona, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della “Ouverture–Associazione Italia-Benelux” e del “Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. “In merito all’attività di tali associazioni e circoli – aggiungevano gli inquirenti – apparirebbe opportuno maggiormente indagare essendo tali attività, sovente, mezzo di copertura a congreghe massoniche coperte, atteso anche che notizie informative indicano il Cattafi appartenere a tali consorterie”. Venivano inoltre segnalati i legami con l’on. Dino Madaudo (Psdi), al tempo sottosegretario al Ministero delle Finanze e successivamente sottosegretario alla Difesa con delega all’Arma dei Carabinieri. “Rapporti del Cattafi con amministratori pubblici sono evidenziati dai contatti telefonici peraltro frequenti con utenze intestate all’Assemblea Regionale Siciliana alla Presidenza della Regione Sicilia e Assessorato Industria. Persone legate al Cattafi sono Domenico Caliri, antiquario di Barcellona Pozzo di Gotto, l’attore Gianfranco Jannuzzo e l’avvocato Francesco Sciotto, all’epoca assessore all’Industria e appartenente allo stesso partito del Madaudo (…) Conoscenze e rapporti del Cattafi non si limitano a ciò ma spaziano da un viceprefetto di Messina (Giuseppe Rizzo) con scambi augurali attestanti fraterna amicizia, a non meglio definite conoscenze all’interno della Questura di Messina che gli avevano addirittura consentito di locare un immobile di sua proprietà in Barcellona al Ministero della Pubblica Sicurezza: difatti nell’immobile si era insediato il locale Commissariato di P.S.”. Nella sua informativa, il GICO annotava che sulle agende del Cattafi comparivano le voci “Franco Cassata”, “Dott. Franco Cassata A.–Procura”; “Corda Fratres–Circolo”. “La prima utenza corrisponde a quella dell’abitazione del dottor Antonio Franco Cassata; la seconda agli Uffici Giudiziari di Messina e la terza all’associazione culturale di cui il Cassata risulta rappresentante legale…”. Anch’egli barcellonese, Cassata è l’odierno Procuratore generale di Messina. Secondo Il Fatto Quotidiano del 21 settembre 2011, sarebbe finito sotto indagine a Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa. A dicembre, il Tribunale di Reggio ne ha invece ordinato il rinvio a giudizio per “diffamazione aggravata in concorso con ignoti”. Vittima, il professore Adolfo Parmaliana, morto suicida l’1 ottobre 2008 dopo aver inutilmente lottato, in solitudine, contro le tante illegalità nella vita politico-amministrativa del Comune di Terme Vigliatore. Per la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina e per molti pentiti CATTAFI è il “Capo dei capi” della mafia messinese. Il Ministro della Giustizia Dr.ssa Paola Severino, ha inflitto il 41 bis, il regime di carcere duro, all’avvocato Rosario Pio Cattafi, indicato da molti collaboratori di giustizia come il capo di Cosa Nostra messinese. 
Una parabola lunga più di vent’anni la sua, culminata con l’arresto, nel luglio scorso, nell’operazione antimafia “Gotha 3”. La richiesta di 41 bis era stata presentata dal Procuratore capo di Messina, Guido Lo Forte e dai sostituti della Dda Vito Di Giorgio, Angelo Cavallo, Fabio D’Anna e Giuseppe Verzera. Cattafi, che attualmente è detenuto nel carcere di Gazzi, sarà ora trasferito nel supercarcere di L’Aquila. La decisione del Ministro Severino accredita dunque le tante dichiarazioni fornite in questi anni dallo scrivente sul conto di Cattafi. L’avvocato spesso è stato ritenuto esponente di spicco di Cosa Nostra barcellonese ma era sempre uscito pulito da tutte le vicende giudiziarie che lo hanno riguardato. Nel marzo dell’anno scorso la Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina gli sequestrò un patrimonio di sette milioni di euro ed il 24 luglio scorso Cattafi fu arrestato nell’operazione “Gotha 3” con l’accusa di essere lui il vero boss della mafia messinese. 

L’imprenditore edile Salvatore Siracusano avrebbe avuto rapporti di affari con tale Youssef Nada ritenuto dalla CIA/Central Intelligence Agency) finanziatore della rete di Bin Laden e anello di congiunzione tra mafia palermitana e catanese (Cfr. Francesco Viviano, Mafia arrestati giudici e poliziotti – “10 Maggio 2005 Repubblica”). Alcune Società del NADA sarebbero state appoggiate dalla FIMO accusata di aver riciclato denaro per conto del clan mafioso dei Madonia con la collaborazione di Giuseppe Lottusi(Cfr. V. Malagutti , Due Bin Laden e un italiano tra i soci di Al Taqwa, “Corriere della Sera , 17 Novembre 2001). Nel Febbraio 2007, Youssef Nada è stato deferito ad un Tribunale Militare con le accuse di finanziamento al terrorismo, riciclaggio di denaro sporco e tentativo di sovvertire le Istituzioni dello Sato. Nel procedimento compaiono i nomi di altri personaggi tra cui Ali Ghaleb Himmat di origine siriana(Cfr. A. Magdi, Processo al banchiere italiano dei Fratelli Mussulmani, “Corriere delle Sera, 24 Luglio 2007). 

Il Filippo Battaglia il 13 Aprile 1992 invece con il suo amico Roberto Ricciardi si recarono all’aeroporto di Catania Fontanarossa per accogliere il DC9 ove viaggiava il siriano Marwan Hamwik con Adnan Kashoggi(socio d’affari del padre di Osama Bin Laden) e altri due mercanti di armi di fama internazionale. Nella sala vip dello scalo siciliano, Battaglia formalizzò la proposta di vendita dei CH47 prodotti in licenza dall’Agusta. Durante la formalizzazione del contratto gli giunse una telefonata dall’uomo di affari libanese Albert Chamad ricercato dell’Interpol(Cfr. Tribunale di Catania – Ufficio per le indagini preliminari, Ordinanza custodia cautelare in carcere nei confronti di Cultrera Felice + 8, n°6975/93, Catania, 5 Maggio 1995, pp. 77-78). Le triangolazioni belliche del gruppo Cultrera-Battaglia finirono sotto indagine della Procura di Catania che, grazie alle intercettazioni e al racconto di alcuni collaboratori di giustizia, fu ipotizzato l’investimento di capitali mafiosi per la realizzazione di cinquemila appartamenti a Tenerife. Tra le carte dei magistrati c’è però un ulteriore esplosivo passaggio del racconto del collaboratore Luigi Sparacio sul general manager berlusconiano.<>.(Cfr. R. Gugliotta, G. Pensavalli, Messina capitale d’Italia, Edizione IMG Press, Messina, 2004, p.179. 

Il legame tra il Currò e Marcello Dll’Utri era noto agli appartenenti alle organizzazioni criminali peloritane. Antonio Cariolo, già braccio destro di Luigi Sparacio, ha confessato ai magistrati di aver personalmente assistito, in un locale di Milano, ad un incontro tra il parlamentare del PDL, Antonino Currò ed un altro imprenditore nativo della città dello stretto, Luigi Cuminale, suo socio nella Mark Stephen di La Spezia(Cfr. Antonio Mazzeo , I Padrini del Ponte – Cap. Messinesi in trasferta – Edizioni Alegre – p. 113). L’Adnan Kashoggi, in affari con il Filippo Battaglia, fu oggetto di una deposizione al maxiprocesso di Palermo da parte del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, barbaramente assassinato dalla Mafia, che stava lavorando ad un dossier su mercanti di armi ed intermediari nella vendita fra aziende collegate all’Efim e all’Iri e Paesi del Medio Oriente(Cfr. Antonio Mazzeo , Cap. Il Generale e l’avvocato – Edizioni Alegre – p. 161). 

Da Sint Maarten opera invece indisturbato da epoca immemorabile il Rosario Spadaro. Un personaggio che sarebbe<>- così lo hanno definito i commissari antimafia francesi.(Cfr. Il Mondo, 15 Febbraio 1993).Nel 1985 lo Spadaro decise di trasferirsi in via definitiva a Sint Maarten, dove acquistò importanti complessi alberghieri tra i quali si cita il “Great Bay Hotel and Casino” insieme all’imprenditore americano Edward “Eddy” Goffredo Cellini, sospettato dalla Fbi di far parte della mafia americana. Spadaro inoltre è stato sospettato di aver dato ospitalità ad alcuni boss latitanti di Cosa Nostra siciliana. Nel corso dell’indagine dei magistrati milanesi sulla scalata mafiosa alle case da gioco del nord italia, fu sequestrata all’imprenditore lombardo Ilario Legnaro, una foto che ritraeva Benedetto Santapaola in vacanza in una spiaggia delle Antille Olandesi. Santapaola allora ricercato per l’omicidio del Generale Dalla Chiesa ed altri gravi fatti di sangue, avrebbe utilizzato proprio uno di quei viaggi dell’agenzia di Legnaro per trovare tra il 1986 e il 1987 un rifugio dorato nell’isola di Spadaro. <>, ha raccontato il collaboratore di giustizia Angelo Siino, massone ed ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. <>.Referenti locali per le operazioni del clan Santapaola nelle isole caraibiche e Venezuela, i capi delle famiglie Cuntrera Caruana. Agli investimenti nelle Antille Olandesi era pure interessato il patriarca della Piana di Gioia Tauro Momo Piromalli. Sui contatti tra Rosario Spadaro e il boss Santapaola ha parlato Italia Amato.<>.(Cfr, Tribunale di Reggio Calabria, Ufficio del Giudice per le indagini preliminari, Ordinanza di applicazione di misure cautelari nei confronti di Siracusano Salvatore + 22, cit., pp. 45-46). 

A dimostrazione che la Provincia di Messina è al centro di complessi intrecci e traffici internazionali di armi e materiale radioattivo, il cui baricentro ruoterebbe nell’interesse dei Paesi Mediorientali, basterà ricordare le oscure vicende che l’hanno investita in questi ultimi anni. Nel Marzo del 1984 venne sequestrata nelle acque delle Isole Eolie una nave-cargo battente bandiera panamense, “la Viking”piena di armi pesanti, fucili e proiettili di cannoni. Proprietaria della nave era la Società Haifa Marisco Shipping Ltd, già coinvolta in traffici di materiale bellico a sostegno dei “nemici di Israele”. Le armi erano dirette verso un porto del mediterraneo, probabilmente in Sicilia o in Calabria. Mafia o N’drangheta dovevano presumibilmente esserne i destinatari. 

E che dire della Slavan and Tarnan Lines Limited di Limassol, più volte con le proprie imbarcazioni nelle acque siciliane, di cui capo della Società armatrice compariva Wael Afifi Nasouch libanese di origine palestinesi e trafficante di armi . Indagando sulla latitanza del boss Benedetto Santapaola, i Ros dei Carabinieri di Messina si imbatterono su un presunto traffico di armi internazionale avviato dalla Mafia del Longano del Rosario Pio Cattafi. I barcellonesi pare fossero in attesa di una grossa partita di kalashnikov e di mitragliette. I personaggi che ruotavano a tale vicenda furono individuati in Graziano Mantovano di Milano, Paolo Franchini di Maranello, i barcellonesi Domenico Orifici, Salvatore Di Salvo e Domenico Tramontana, gli ultimi tre esponenti di primo piano del Gruppo Gullotti/Cattafi. Seguendo un viaggio aereo dell’Orifici a Bologna, i Carabinieri lo intercettarono in un incontro con il Mantovano ove si parlò anche di una commessa di 50 carri armati da destinare alla Siria del regime della Famiglia ASSAD, che massacra il suo popolo, guida un regime che tortura i bambini e spara razzi su edifici pubblici e che ha il sostegno dell’Iran che appoggia gruppi terroristici all’estero minacciano la sicurezza dei Paesi e la stabilità dell’economia mondiale. 

Il 20 Marzo 1998, un articolo del giornalista Fabio De Pasquale sul settimanale Centonove rilanciava la pista delle inchieste sui traffici di armi nel barcellonese come possibile movente dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano. L’elemento chiave starebbe, secondo Centonove, nell’incontro che si sarebbe tenuto nell’abitazione della Famiglia Brusca a Palermo, alla presenza del Boss di Barcellona Pozzo di Gotto Giuseppe Gullotti, proprio alla vigilia dell’omicidio Alfano. Angelo Siino e Giovanni Brusca, ambedue collaboratori di giustizia chiesero al Gullotti di procurargli un carico di uranio. Ad indagare sulla misteriosa trattativa sull’elemento indispensabile per costruire testate nucleari, a suo tempo indagava il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo Dr.ssa Imbergamo, che avrebbe raccolto le dichiarazioni di Siino. Perché Brusca si rivolge a Gullotti, con un passato politico nelle file del MSI-DN, per procurarsi sia il carico di uranio che il telecomando per azionare l’attentato a Capaci al Giudice Falcone, la moglie e gli uomini della scorta? Solo chi era bene inserito in determinati ambienti, infatti poteva trovare oggetti cosi preziosi. 

L’anello di interconnessione tra il Gullotti e l’artificiere della strage di Capaci è proprio il Rosario Pio Cattafi inserito nel traffico internazionale di armi e in contatto con rappresentanti della politica a Barcellona Pozzo di Gotto, Magistrati, Poliziotti e agenti deviati dei servizi segreti. Il ragionamento non fa una grinza. Le recenti indagini hanno dimostrato che sono numerosi i punti di contatto del clan barcellonese con gli ambienti vicini ai trafficanti di morte e ai poteri occulti. Beppe Alfano probabilmente fu ucciso perché con le sue inchieste giornalistiche aveva scoperto i traffici del Cattafi e della Famiglia Mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto. Mafia e trafficanti di armi con unico disegno criminoso. 

Nella città di Milazzo invece, luogo e snodo nevralgico di grandi interessi, vengono affidati dal Comune di Milazzo alla Società Edilter di Bologna i lavori per la realizzazione dell’asse di penetrazione tra lo svincolo autostradale, il porto e la città. La Società di che trattasi, in affari con imprese vicine alla Mafia era riconducile a tale Saud Omar Mugne, noto trafficante di armi collegato con le vicende che hanno portato all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi ed alla strage di Lockerbie. Mugne, secondo quanto emerso da alcune indagini, era ritenuto collegato alla compravendita di armi, a favore dell’Iran e di alcuni Paesi dell’Africa, sulle quali stavano indagando i due giornalisti italiani uccisi. La Edilter e la Agnello Costruzioni di Brolo avevano assunto contrattualmente l’obbligo di indennizzare l’esproprio dei terreni e i conseguenti danni causati a seguito degli stessi. Nulla di tutto questo avvenne. Le due Società in questione sono fallite e l’onere di qualsiasi indennizzo sarà a carico del Comune di Milazzo e dei contribuenti milazzesi. Barcellona Pozzo di Gotto e Milazzo città di una Provincia di Messina sonnolenta, dove migliaia di disoccupati convivono accanto a politici e mafiosi, massoni e trafficanti di morte.
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