5 gennaio 2014

Claudio Fava: “Ora voglio la verità sul ‘protocollo farfalla’”

Claudio Fava: “La mafia in parlamento, le parole di mio padre valgono ancora oggi. Ora voglio la verità sul ‘protocollo farfalla’”

di Giorgio Bongiovanni- 4 gennaio 2014

A trent’anni dall’omicidio di Giuseppe Fava intervista al vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia

Erano le 21.30 del 5 gennaio 1984. Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio a Catania e stava andando a prendere la nipote che recitava in “Pensaci, Giacomino!” al Teatro Verga. Era stata una lunga giornata di lavoro e aveva appena lasciato la redazione del suo giornale “I Siciliani”. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca. Per quell'omicidio furono condannati all'ergastolo nel 2003, in Cassazione, il capomafia Nitto Santapaola (mandante) e il boss Aldo Ercolano (esecutore) mentre il pentito Maurizio Avola, reo confesso, fu condannato a sette anni patteggiati. Ma dietro Cosa Nostra erano tanti gli interessi convergenti che avevano portato a quell’omicidio. Alcuni rappresentanti del potere politico, imprenditoriale e financo dell’informazione - di cui lo stesso Fava, insieme ai suoi valorosi colleghi, aveva scritto tante volte – sono rimasti sempre delle ombre dietro le quinte di quel delitto. Il giorno dopo la sua morte la redazione riaprì nonostante l’accaduto. Tra i ragazzi che lavoravano al giornale vi era anche suo figlio, Claudio Fava, oggi esponente politico di Sel e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, ma anche giornalista, sceneggiatore e scrittore. Lo abbiamo raggiunto a trent'anni dall'omicidio del padre, Giuseppe Fava, un giornalista dalla “schiena dritta” da cui c'è davvero tanto da imparare.

Nell'ultima intervista rilasciata ad Enzo Biagi suo padre disse: “I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. A trent’anni dall'omicidio di Giuseppe Fava queste parole appaiono profetiche. Secondo lei rispecchiano quello che vediamo ancora oggi nel potere? 
Quella battuta era un'allegoria che ha una sua capacità di attraversare il tempo. Trent'anni fa parlare di mafiosi in parlamento voleva dire anche alludere a vicende precise. Col tempo molte cose sono state svelate. Pensiamo all'epilogo del processo Andreotti che ha provato la sostanziale collusione di Giulio Andreotti con la mafia fino al 1980, seppur il reato sia caduto in prescrizione. Lui era tutto: Senatore, Presidente del Consiglio, Ministro e rappresentava il volto istituzionale della storia politica italiana che parlava con Cosa Nostra. Da allora abbiamo avuto decine di episodi di collusione profonda tra istituzioni parlamentari e di governo e gli interessi di Cosa Nostra. Tuttavia negli anni abbiamo assistito ad una modifica sostanziale. Un tempo era la mafia a cercare la protezione del politico, oggi è la politica che ha bisogno dell'appoggio, dell'amicizia, del consenso della solidarietà e dell'affinità mafiosa. E quando parliamo di mafia ci riferiamo ad una dimensione criminale che si è estesa e che ha modificato con maggiore capacità di protagonismo il rapporto con la politica. Quindi, sì, possiamo dire che quello che diceva Giuseppe Fava trent'anni anni fa è stato confermato purtroppo dalla cronaca e dalla storia del nostro Paese.

Cosa significava in quegli anni scrivere in un giornale come “I Siciliani”? E che cosa è successo subito dopo l'omicidio Fava dentro e fuori la redazione quando avete toccato quei santuari inviolabili dell'imprenditoria e della politica? 
Fare “I Siciliani” trent'anni fa era un lavoro molto semplice dal punto di vista giornalistico. Si trattava di fare, con la dovuta coerenza, con il buonsenso, l'amor proprio e la decenza necessaria un lavoro che in Sicilia doveva soltanto raccogliere e collegare molti tasselli del mosaico che era fondato nel potere e che era raccontato in modo diverso dalla maniera in cui era stato descritto fino ad allora. Un mosaico che vedeva insieme il potere politico, il potere mafioso e quello imprenditoriale. Ma la grande sfida giornalistica, la scelta di fare il giornale e raccontare questa dimensione assunta dal potere era anche di grande solitudine. Perché in Sicilia, a parte poche eccezioni giornalistiche, le redazioni dei giornali e gli editori erano fermi in una posizione di assoluta compiacenza con la nuova dimensione che aveva assunto la mafia all'interno della società civile. Si raccontava poco e male, volgendo spesso lo sguardo dall'altra parte. Addirittura le poche cose sul sistema di potere mafioso erano affidate alla penna di alcune bravi inviati del nord che arrivavano in Sicilia senza però aver vissuto realmente la mafia. Noi invece eravamo lì con un giornale che si chiamava provocatoriamente e orgogliosamente “I Siciliani”. Questo aveva determinato una condizione di grande solitudine. Una solitudine che in quel caso non era una condizione dell'anima ma una cosa materiale rappresentata ad esempio da una letterina a noi indirizzata dal “Banco di Sicilia” con cui venivano rifiutate 850mila lire di pubblicità in prima pagina dicendo che “I Siciliani”, che era la più grande rivista meridionale diffusa in Italia, non rientrava nei margini di promozione dello stesso istituto di credito. E la stessa cosa è avvenuta in tutti gli altri grandi enti pubblici che avevano deciso di contribuire allo strangolamento economico. Così, per anni, ci si trovava a fare questo giornale a stipendio zero, che voleva dire misurarsi anche con le scelte di fare il giornalismo in un certo modo raccontando di una Sicilia amica della mafia.

Nel suo recente editoriale per “I Siciliani Giovani” racconta della partita a Risiko giocata la sera prima dell’omicidio di suo padre. Nelle ultime righe parla di “quattro ragazzi che si stanno giocando l’ultima partita, prima che la vita gli precipiti addosso”. Quali sono stati i momenti che più l’hanno segnata dopo la morte di suo padre?
Di fatto, fu il passaggio da una dimensione ancora adolescenziale e quasi immortale della vita, vissuta in una condizione quasi eroica di quel mestiere, a una più dura. Vi era la condizione di quattro ragazzi, io, Riccardo Orioles, Michele Gambino e Antonio Roccuzzo, che vivevano un'avventura professionalmente straordinaria accanto ad un uomo che era anche un maestro di mestiere. Il giorno dopo quei quattro ragazzi si sono ritrovati improvvisamente invecchiati e poi legati all'attività dell'indagine giornalistica sulla mafia de “I Siciliani”. Personalmente, è chiaro che dentro fui attraversato da un senso di solitudine mentre vedevo davanti a me la sua immagine. Era come trovarsi ad affrontare qualcosa di irrimediabile. E di fronte avevamo la consapevolezza che sulle nostre spalle sarebbe piombata una grande responsabilità. Non ci potevamo permettere uno scivolamento sul dolore se volevamo continuare a fare il nostro lavoro senza modificare anche il modo. Non potevamo permettere che la nostra debolezza diventasse un'arma in più per i nostri nemici. Perché sapevamo che quanto era accaduto si sarebbe consumato anche nel tentativo di ridurre questa storia in qualcosa di marginale, continuando a negare l'evidenza e a distruggere il ricordo di Giuseppe Fava. Un tentativo portato avanti in particolare da certi vigliacchi appartenenti a quella borghesia falsa e cortese che attraversava le professioni liberali, le aule dell'università, i cenacoli illustri ed anche quei giornali che avevano bisogno di negare Fava per smentire che esistesse una connessione così profonda tra la mafia ed il potere politico, finanziario ed economico. E in quel momento ci siamo resi conto che l'unica risorsa che avevamo era la verità, la nostra capacità di non mollare mai un attimo la presa.

Un grande giudice, Giovanbattista Scidà, disse: “Caduto Fava, Catania fu come rilasciata alla malavita”. Quanto è cambiata la città di Catania dall’omicidio di suo padre?
E' cambiata l'Italia. Oggi c'è più consapevolezza che la lotta contro la mafia è una questione civile  di democrazia che non può essere lasciata solo nelle mani di chi è esposto in prima linea ma che riguarda la società civile italiana. Inoltre, c'è meno senso di impunità da parte di quelli che chiamiamo i “colletti bianchi”. E' anche vero però che la strada è ancora lunga e il discorso non vale solo per la Sicilia. Basti pensare a quello che il giudice Boccassini ha recentemente riferito alla Commissione parlamentare antimafia che a Milano oggi si registra un altissimo tasso di omertà rispetto all'estorsione e alla violenza messa in atto dalla 'Ndrangheta. Imprenditori e commercianti preferiscono rimanere in silenzio di fronte a certe azioni. Un fatto che ci fornisce l'immagine di una 'Ndrangheta capace di selezionare i propri referenti politici in modo da controllare in maniera sistematica il mercato dei subappalti, della fornitura di calcestruzzo, di materiali ferrosi e quant'altro. Tutto il business che si può trovare all'interno di un cantiere e che in Lombardia, come in altri luoghi, muove centinaia di milioni di euro. E li ritroviamo anche nei cantieri dell'Expo 2015. Oggi sappiamo di più anche di queste cose che fino a qualche tempo fa restavano più celate.

Da vicepresidente della Commissione antimafia lei ritiene che si potrà davvero arrivare alla verità sulla trattativa tra mafia e Stato e fare luce sulle stragi del ‘92/’93 individuando i mandanti esterni di quegli eccidi?
Nella mia intenzione il progetto c'è perché personalmente credo che accanto alla verità giudiziaria, che si sviluppa attraverso i limiti del codice di procedura penale, c'è comunque una verità storica e politica sulla trattativa e la stagione delle stragi. Sono accaduti fatti, spesso dimenticati, che manifestano il collegamento degli interessi di Cosa Nostra e parti dello Stato. E ci sono alcuni nessi che potrebbero essere svelati al di là del fatto che questi possano avere una rilevanza giudiziaria. Perché se non l'hanno in quell'ambito hanno certamente una rilevanza sul piano politico. Ed è questo aspetto che distinguo nel lavoro che la Commissione parlamentare può portare avanti rispetto al processo e alle indagini in corso. Noi non siamo chiamati ad erogare delle condanne, ma a stabilire la verità su quanto accaduto. Personalmente perseguo questo intento tanto da aver rivolto una specifica domanda al ministro della Giustizia e al ministro degli Interni (che farò anche ad altri interlocutori che avremo modo di incontrare come il direttore del Dap ed i responsabili dell'intelligence italiana), al momento senza avere ricevuto risposta. Tale domanda riguarda il contenuto di quel documento riservato, noto come “protocollo farfalla”, il quale avrebbe legato il dipartimento di polizia penitenziaria al Sisde, tanto che avrebbe previsto la possibilità da parte degli agenti del Sisde di incontrarsi con i detenuti sottoposti a regime di 41 bis senza lasciare alcuna traccia della propria visita. Ecco, sono fatti come questo, poco chiari, che lasciano una percezione opaca di questo Stato, che vanno assolutamente portati alla luce. Ed è altrettanto intollerabile che tutto ciò sfugga al controllo giudiziario. Dobbiamo capire il perché sia stato creato un documento del genere, perché interessavano particolarmente i detenuti al 41 bis, con quale scopo si sarebbero dovuti incontrare certi personaggi, con quale obiettivo, e se si volesse in quel modo ottenere o proporre qualcosa. Questo diventa un passaggio della trattativa da ricostruire e da svelare, sul piano penale e politico.

E proprio attorno al processo sulla trattativa Stato-mafia oggi si denota l'anomalia di Totò Riina che, intercettato, dice di impazzire per questo processo, condannando a morte il giudice Nino Di Matteo e manifestando nuovi intenti stragisti. Lei che idea si è fatto in merito?
Come vicepresidente della Commissione antimafia ho subito chiesto al presidente Rosy Bindi (che ha accettato) di recarci, seppur con una visita informale, a Palermo immediatamente dopo la notizia delle minacce di Riina in modo da manifestare la solidarietà ai magistrati che stanno svolgendo un importante lavoro. E' stata di fatto la prima visita istituzionale da loro ricevuta sul piano politico. Per quanto concerne le minacce in sé credo che per Riina il problema non sia una condanna in più ma il rischio che questo processo determini lo svelamento di rapporti di contiguità e commistioni che erano rimaste nascoste per vent'anni. Un aspetto che può preoccupare molto non solo l'ala stragista di Cosa Nostra, ma anche chi ha trattato con essa. Con la sua azione Riina rivendica anche il proprio ruolo di “numero uno” all'interno di Cosa Nostra e lo fa sapere anche all'esterno. Poi c'è anche una terza chiave di lettura: è come se Riina dicesse che, qualora vi saranno stragi ed attentati a Palermo e a Trapani, è su di lui che dovremo puntare il dito. Potrebbe essere un modo assolutamente efficace di coprire eventuali responsabilità altrui e non si penserebbe ad altri interessi e corresponsabilità in un eventuale progetto stragista.

A Catania, come nel resto d’Italia, i magnate dell'editoria sono sempre gli stessi, da Ciancio a Berlusconi. Secondo lei, che oltre ad essere un politico è anche un giornalista e scrittore, un giovane giornalista cosa dovrebbe fare di fronte a questo panorama mediatico? 
Misura indispensabile di questo mestiere è avere la schiena dritta, altrimenti quello del giornalista diventa qualcos'altro. Certo, a differenza di venti o trent'anni fa oggi esiste un circuito mediatico che non si limita solo ai grandi monopoli editoriali della carta stampata. Questo l'abbiamo visto attraverso la crescita di una nuova generazione di giornalisti che hanno potuto utilizzare questi moderni strumenti per crescere professionalmente ma anche per raccontare con libertà e passione il loro tempo in Sicilia e altrove. Va ricordato che in Sicilia, in Calabria e in Lombardia si contano centinaia di giovani colleghi minacciati e intimiditi per l'efficacia del lavoro che fanno ed hanno fatto. Spesso colleghi e ragazzi che lavorano per cinque o dieci euro al pezzo. E questo è un dato triste e preoccupante. L'aspetto positivo è proprio l'esistenza di questa generazione. Un tempo c'erano dieci inviati in tutta Italia e poche realtà come quella de “I Siciliani”. Oggi c'è una generazione che ha raccolto i semi lasciati da chi ha vissuto e che è morto in questi anni per questo mestiere e che lo ha portato avanti a testa alta.

Il PROTOCOLLO FARFALLA. Sonia Alfano - Barcellona 7 gennaio 2013 - Ricordo B.Alfano 
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