15 aprile 2014

Trattativa, Provenzano raccontato da Lo Verso: “che motivo avevamo per fare le stragi?”



di Lorenzo Baldo - 10 aprile 2014

Il progetto di attentato a Lumia e a Di Matteo, un “potente” dell’Arma per proteggere la latitanza del boss di Cosa Nostra

Palermo. “‘Le stragi sono state la rovina, eravamo in 5 a sapere la verità, ormai siamo rimasti io, Totuccio (Riina, ndr) e Andreotti. Lima è stato ucciso e Ciancimino probabilmente pure. Io non potevo fare altro… non potevo mettermi contro il mio amico Totuccio… bisognava fare questo favore ad Andreotti, perché Andreotti l’aveva aiutato nella latitanza’. Provenzano mi dice che il dottor Falcone e il dottor Borsellino sono morti perché loro avevano individuato la radice… e poi aggiunge: ‘ma io e Totuccio che motivo avevamo… l’ha detto pure la vedova Schifani (Rosaria Costa, ndr) ai funerali… che lo Stato è responsabile… che motivo avevo io e Totuccio?’.


Queste sono state le confidenze di Provenzano in un momento di sfogo… forse in un momento di pentimento… secondo me Provenzano era pentito per tutto quello che avevano causato… era molto deluso e pentito… mi disse che Salvo Lima era morto (ucciso il 12 marzo 1992, ndr) per paura che non sopportasse il peso di quello che doveva succedere…”. Le parole del collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso (difeso in aula dall’avv. Monica Genovese) rimbombano lente nel bunker dell’Ucciardone. Anche questa volta sugli spalti ci sono decine di studenti venuti ad assistere all’udienza odierna del processo sulla trattativa Stato-mafia. Insieme a loro diversi esponenti della “Scorta civica” ed alcuni referenti di Libera che illustrano il processo ai ragazzi presenti. Non è la prima volta che l’ex boss di Ficarazzi racconta questi episodi legati ai suoi strettissimi rapporti con Provenzano, ospitato tra il 2003 e il 2004, mentre era latitante, nella villetta della suocera del pentito. Oggi però questi aneddoti acquisiscono ulteriore importanza all’interno di questo processo. Soprattutto quando viene riportata quella frase di Provenzano così sibillina: “…ma io e Totuccio che motivo avevamo…(di fare le stragi, ndr)”. Un attimo di silenzio. Il pm Nino Di Matteo conduce quindi l’esame di Lo Verso (che ha iniziato a collaborare nel mese di febbraio 2011) prendendo spunto dalle sue precedenti dichiarazioni rese al processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano. Dichiarazioni che vengono di fatto ribadite oggi in aula.

La protezione di ‘zu Binnu 
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“Provenzano in più occasioni mi ha parlato di rapporti con la politica e le istituzioni – aveva raccontato Lo Verso al processo Mori-Obinu –. Ciò accadde per la prima volta nel gennaio del 2004. In quel periodo Provenzano mi rivelò la sua identità confermando a tal proposito i sospetti che io avevo già nel mio intimo cominciato a nutrire. Notando l'evidente mio timore (dovuto al fatto che tenevo in casa un latitante di quella importanza) il Provenzano mi tranquillizzò dicendomi: 'Stai tranquillo, sono protetto dai politici e dalle autorità; in passato sono stato protetto da un potente dell'Arma. Non ti preoccupare a me non mi cerca nessuno'. A queste parole, ed in particolare in seguito al riferimento all'Arma, avendo io pronunciato con evidente stupore la parola 'Carabinieri', Provenzano aggiunse: ‘Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro’”. Secondo la sua ricostruzione ‘zu Binnu avrebbe successivamente aggiunto: “Anche se hanno arrestato l'ingegnere (Michele Aiello, ex ras della sanità privata siciliana condannato a 15 anni e mezzo di reclusione per associazione mafiosa, ndr) c'è Totò Cuffaro che deve mantenere gli accordi. E Nicola Mandalà lo sa”. “Il grado di confidenza tra me e lui – aveva fin da subito specificato il collaboratore – si era consolidato perché avevo in più occasioni procurato a Provenzano i farmaci che avevano fatto notevolmente migliorare le sue condizioni di salute. Per questo motivo Provenzano mi manifestò gratitudine. Nella stessa mattinata il Provenzano continuò ad espormi quanto, mi disse, era accaduto dopo le stragi: 'Dell'Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l'onorevole Lima nei rapporti con la mafia.
Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia'”. “Lui (Provenzano, ndr) doveva rimanere libero, se no non si votava”. I giudici popolari osservano attentamente il collaboratore di giustizia posizionato tra due separé per non essere visto dal pubblico. “Provenzano non lo cercava nessuno – aggiunge in aula con voce ferma –, Provenzano è stato libero per 43 anni… per essere libero 43 anni ci vuole il consenso dell’alta politica!”.   

Provenzano, Aiello e il ministro sardo

Senza alcun tentennamento Lo Verso ribadisce in udienza quanto affermato precedentemente, sottolineando che le sue dichiarazioni sono state comunque raccolte nell’ambito dei 180 giorni
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concessi ai collaboratori di giustizia. Di Matteo riprende diversi stralci di alcune affermazioni già cristallizzate al processo Mori-Obinu: “Provenzano mi disse che c’erano degli accordi, però di preciso l’accordo non me lo disse, però lui successivamente poi, quando l’ho avuto io, che lui mi dice che era protetto dai politici, gli accordi erano quelli, che era protetto dai politici… come si verificò con Michele Aiello (in foto © "S") che lo garantiva tramite la rete degli informatori, e come si è verificato con altre… in altre occasioni. Basta pensare quando Michele Aiello mi confidò che, dice: ‘io e Totò (Cuffaro, ndr) siamo stati processati per una telefonata, invece il ministro, il sardo, quello che informò Totò che cercavano il latitante, dice, non è stato… se la fece franca’, queste sono le frasi di Michele Aiello in carcere…”. “Se parlasse l’ing. Aiello non so quanti politici rimarrebbero in giro…”, aggiunge poi amaramente.

Dell’Utri, Schifani e Romano

Nel raccontare in aula quanto gli avrebbe confidato il capomafia di Villabate Nicola Mandalà (che ha gestito gli ultimi anni della latitanza di Provenzano, ndr) Stefano Lo Verso è alquanto esplicito. “Nicola mi disse: ‘non ti preoccupare… non ci sono problemi, né a livello comunale, né a livello regionale, né a livello nazionale perché abbiamo nelle mani Marcello Dell’Utri, abbiamo nelle mani l’amico e socio di mio padre Renato Schifani, abbiamo Totò Cuffaro e il paesano di mio padrino Ciccio (Pastoia, ndr), Saverio Romano (ex ministro alle politiche agricole, ndr)’”.

Il destino di Luigi Ilardo

Alla domanda se avesse mai sentito parlare di Luigi Ilardo (il confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che stava per far catturare Provenzano, ucciso nel ’96, poco prima di
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diventare collaboratore di giustizia, ndr) Lo Verso riaccende i riflettori su una vicenda grigia. “Ricordo che stavamo guardano un telegiornale con Provenzano quando ho intravisto la figura del dott. Di Matteo… si parlava della mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995 e io dissi a Provenzano: ‘ma è vera questa situazione?’ e Provenzano in maniera molto sincera, addirittura sorridendo mi disse: ‘si, in effetti quel giorno io l’ho incontrato a Ilardo’. (…) Con la mano fece un gesto per farmi capire che lui (Ilardo, ndr) aveva un registratore e mi disse: ‘lo vedi che fine che ha fatto… chi si mette contro di me fa quella fine’”. Secondo Lo Verso, Provenzano aveva saputo – non si sa da chi – dopo l’incontro di Mezzojuso che lo stesso Ilardo era stato microfonato appositamente per quella occasione.

Il progetto di attentato vs Lumia e Di Matteo

Il pentito Lo Verso spiega quindi che nel 2006 la cosca mafiosa di Bagheria voleva uccidere il sostituto procuratore Nino Di Matteo e il senatore Pd Giuseppe Lumia (in foto). Il racconto parte dal febbraio del 2011 quando lui stesso si era presentato alla caserma dei carabinieri di Ficarazzi, con una busta in mano: "Datela al più presto al dottore Di Matteo", aveva detto. Nel giro di pochi giorni Lo 
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Verso aveva iniziato a incontrare il magistrato, firmando in gran segreto decine di verbali. Una collaborazione del tutto riservata perché nel frattempo, fino al 10 maggio di quell’anno, aveva continuato ad essere il capomafia di Ficarazzi. Poi, abbandonato dalla famiglia che si era dissociata, aveva accettato di entrare nel programma di protezione. 

Secondo il collaboratore il progetto omicidiario gli era stato confidato da Giuseppe Di Fiore, vicino al boss Bernardo Provenzano, durante un'udienza del processo “Grande Mandamento” nel 2007. “Fu lui stesso a rivelarmi il progetto – aveva messo a verbale Lo Verso - ne parlammo durante un’udienza del processo “Grande Mandamento”. Io gli dicevo che il pm in udienza, Michele Prestipino, era davvero cattivo. Lui mi disse che ce n’erano di più cattivi. Mi parlò di Di Matteo e del progetto di eliminarlo quando sarebbe venuto in villeggiatura a Santa Flavia. Analoga decisione avevano preso per Lumia, che aveva un villino a Mongerbino. Poi, però, non arrivò l’autorizzazione a procedere, così spiegò Di Fiore. Perché c'erano i processi in corso”. Al progetto si sarebbe opposto lo stesso Bernardo Provenzano in persona. 

L’udienza è stata rimandata al prossimo 17 aprile.
[fonte]
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