24 luglio 2014

"Madrenatura" Graviano col Paese nelle mani.. - Il patrimonio gli appoggi e le protezioni su Milano



Giuseppe Graviano
"Modello Graviano"

Brancaccio si ritrova in queste settimane ad essere pure un luogo dell`immaginario, il regno dei nuovi fantasmi della Seconda Repubblica, i due fratelli Graviano, oggi di scena al processo contro il senatore Dell`Utri per confermare, smentire o ignorare i racconti di Gaspare Spatuzza sulla "seconda trattativa", quella tra i corleonesi rappresentati proprio dai boss di Brancaccio e la politica nella persona di Silvio Berlusconi. 

Ma chi sono i Graviano? 
Intanto va detto che i due fratelli in realtà sono tre, tutti affiliati a Cosa Nostra, e hanno pure una sorella, Nunzia, anche lei inserita negli affari di famiglia. Pedigree mafioso purissimo, figli di Michele - boss corleonese ucciso durante la seconda guerra di mafia dal (poi) pentito Totuccio Contorno - i Graviano sono stati tutti curiosamente arrestati lontano dalla Sicilia: Giuseppe (classe 1963) e Filippo (1961), i più titolati a livello crimina
le, nel gennaio `94 al tavolo di un ristorante di Milano; il primogenito Benedetto (1958) l`ultima volta, era il febbraio 2005, mentre passeggiava per piazza di Spagna a Roma; Nunzia (1968, detta a picciridda) la catturarono nel 1999 a Nizza, nel lussuoso residence "Port Azur", dal quale, con parenti e fidati consigliori, gestiva gli affari in mancanza dei maschi di casa. 

Questa dimensione continentale dei Graviano, unita alla loro capacità di controllare il territorio alla vecchia maniera pur essendone fisicamente lontani - un mandamento importante, peraltro, molto grande e storicamente incline ai rapporti con politica e imprese - sono la traccia d`una peculiarità di questa famiglia: uno strano miscuglio di vecchio e nuovo, di managerialità e antiche abilità da scannacristiani. Non è un caso che Giuseppe, il vero capo della famiglia, noto ai picciotti come "Madrenatura" o "mio padre", sia stato un precoce killer nella guerra di mafia che consegnò Cosa Nostra a Totò Riina: impiegava le sue arti nella "squadra" del giovanissimo Giuseppe Lucchese, campione di kickboxing e assassino spietato, uno che - raccontò Vincenzo Sinagra - a 17 anni aveva strangolato il boss di Brancaccio Giuseppe Abbate e poi partecipato, carcere permettendo, agli episodi più significativi della mattanza degli anni Ottanta. Fu proprio dopo l`ultimo arresto di Lucchiseddu che i Graviano presero il controllo della famiglia di Brancaccio e il nostro divenne "Madrenatura". A quel punto, neanche trentenni, Filippo e Giuseppe - la mente e il braccio secondo la vulgata - comandano senza complessi, s`arricchiscono assai e stanno come assisi nel cuore del sistema mafioso di Riina e Provenzano: quando si tratterà di fare le stragi, molti saranno gli uomini di Brancaccio chiamati a partecipare. 

I due però, anche solo per motivi anagrafici, restano mafiosi di nuovo conio rispetto ai viddani corleonesi: invece del Vangelo di zu Binnu, tanto per dire, si racconta che ogni giorno sul comodino di Nunzia e Filippo ci fosse Il Sole 24 Ore. Tradizionale mercato della violenza e affari complessi. È il metodo Graviano. Affari talmente complessi da portare il loro immenso patrimonio quasi tutto fuori dall`isola: a Giuseppe nel 2003 e nel 2005 fu addirittura assegnato un avvocato d`ufficio perché nullatenente (poi, dopo nuove indagini, "Madrenatura" fu condannato pure per truffa). 

Sul finire degli anni Ottanta i Graviano a Brancaccio erano dio: giovani, ricchi, poco inclini alla pazienza e dotati d`una certa propensione per i vestiti firmati e le cose costose. A suo tempo, i due capi, avevano pure un locale notturno sulla spiaggia di Buonfornello, "Le Tours d`Orient": i ricchi clienti, per stare con le entraineuses, dovevano spendere quarantamila lire di consumazione ogni quarto d`ora. Le ragazze - lo ha raccontato Alfonso Sabella, sostituto nel pool di Caselli bevevano solo un cocktail chiamato «il messicano» (zucchero, limone e acqua, così non si ubriacavano), mentre per gli avventori era disponibile addirittura Doni Perignon del 1962. Solo che, sotto l`etichetta, c`era spumante Asti Cinzano. A Giuseppe, poi, piacevano i cavalli: a suo tempo regalò un purosangue da 35 milioni ad un amico, Santo Di Matteo, mezzanasca. Quando quello, però, cominciò a parlare coi giudici, mandò dei killer vestiti da poliziotti a rapirgli il figlio, il piccolo Giuseppe, che al maneggio stava montando proprio il purosangue comprato da Graviano (un paio d`anni dopo Giovanni Brusca ordinerà di «liberarsi del cagnolino» e il bambino verrà strangolato e sciolto nell`acido). Erano «moderni» i Graviano, nello stile se non nella sostanza. Filippo, nel racconto di Spatuzza, è un tizio fissato coi soldi, con la Borsa, tanto da provare a spiegarne i meccanismi persino al suo sottoposto, uno non proprio avvezzo alle sottigliezze della finanza: curiosamente, secondo il neopentito, Graviano diceva meraviglie in particolare di Striscia la notizia, «piccolo investimento, altissimi introiti pubblicitari». 

Pure internet a un certo punto s`affacciò tra gli interessi dei fratelli: in un colloquio intercettato in carcere - qualche anno prima che Totò Riina avesse un suo gruppo su Facebook - i due discussero con la sorella Nunzia delle potenzialità propagandistiche del web. E sempre la rete era al centro delle attività del primogenito Benedetto quando - appena reintegrato da Provenzano a capo del mandamento dopo la spettacolosa caduta del medico-boss Giuseppe Guttadauro e prima dell`ultimo arresto, nel 2005 - mise su un grosso traffico di droga in joint venture con la ndrangheta: le comunicazioni tra i corrieri infatti, invece che coi "pizzini", avvenivano su una casella e-mail. 

I fratelli di Brancaccio insomma erano moderni, ma erano pure vecchi. Giuseppe, quand`era già un capo da tempo, non esitò a partecipare all`ammazzatina mancata ai danni di Calogero Germanà sul lungomare Fata Morgana, a Mazzara del Vallo: il vicequestore, era il settembre del 1992, si salvò buttandosi giù dalla sua Panda sparando, ma sarebbe morto se non si fosse inceppato il mitra di Graviano. Vecchi, nel senso di vecchio stampo, i boss di Brancaccio lo sono pure quanto a"valori familiari". La sorella Nunzia, ad esempio, è chiaramente una donna sveglia e istruita, parla inglese, usa il computer, viaggia e ha una certa pratica del mondo, ma è «cosa loro» (come dice anche lei). A Nizza, dove gestiva i cospicui affari di famiglia, s`era innamorata d`un medico siriano e Giuseppe - in un colloquio in carcere che ricorda una scena del Padrino II («Connie, se ti sposi questo mi dai un dolore») - le impone di lasciarlo: «Io sono siciliano, a casa nostra ci sono delle tradizioni, da noi non si usa il divorzio, qualsiasi frequentazione deve essere finalizzata al matrimonio. Ma di che religione è questo?». Lei obbedì. Fossero stati fuori quei due non si sarebbero mai incontrati, ma Giuseppe e Filippo ballarono la loro ultima estate nel 1993, l`anno degli attentati in continente: viaggiarono molto quell`anno, sia con le fidanzate - rispettivamente Rosalia e Francesca - che soli, per divertirsi e pure per lavoro (dovevano scegliere i luoghi da colpire). Lo dicono i tabulati dei loro cellulari e decine di riscontri: a febbraio al Carnevale di Venezia in coppia, poi ad Abano Terme ospiti del proprietario di una tv privata siciliana, a Riccione tra maggio e giugno in un appartamento in affitto. L`inizio dell`estate lo passano in Versilia in una dimora messa a disposizione dal proprietario d`una scuderia e infine, ad agosto, raggiungono Porto Rotondo, in Sardegna, dove hanno a disposizione parte di una grande villa. Fanno un mesetto di «vita smeralda», Giuseppe e Filippo: se li ricordano vestiti Versace, amichevoli coi vicini, imbucati pure in un party organizzato da celebri industriali del nord. 

Nel frattempo, oltre a insanguinare l`Italia, non dimenticano il cortile di casa: il 15 settembre 1993 Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli uccidono a colpi di pistola don Pino Puglisi, prete che si permetteva di «parlare contro la mafia» proprio a Brancaccio. «Me l`aspettavo» disse solo don Pino quando vide le pistole. Il 27 gennaio 1994 è il giorno del loro arresto, il 41 bis - il carcere duro - gli è stato applicato dal marzo successivo. Quasi sedici anni fa. Gli ultimi minuti di libertà li hanno passati al tavolo di"Gigi il cacciatore", a Milano, coi conterranei Salvatore Spataro e Giuseppe D`Agostino

Quest`ultimo era «salito» al Nord perché aveva un sogno: far giocare nel Milan suo figlio Gaetano, oggi centrocampista dell`Udinese. I due però, pure in galera, non hanno rinunciato alla loro mafiosità eterogenea: Giuseppe ad esempio, parlando coi radicali Maurizio Turco e Sergio D`Elia nel 2002, si lamentò che il non poter usare computer e walkman gli abbassava la media dei voti universitari in inglese e informatica (poi pare si sia laureato in matematica). Pure Filippo, quello fissato coi soldi, in carcere ha cominciato a studiare: economia, ovviamente. Ma non di sola cultura vive l`uomo e quindi i due Graviano, come ogni buon mafioso a fine latitanza, dalla galera onorarono il loro patto d`amore sposando Rosalia e Francesca.
Non solo. Le nozze sono state pure benedette dalla nascita di due pargoli: uno per uno, entrambi maschi, entrambi chiamati Michele, come il nonno. Solo che Giuseppe e Filippo, al momento dei parti (giugno e agosto del 1996), stavano già al 41 bis da oltre due anni. Le spiegazioni che girano sono due: un deposito di seme fatto poco prima dell`arresto o un avvocato compiacente che porta fuori le provette per perpetuare la dinastia. I due Michele, in ogni caso, vennero poi battezzati a Nizza, in un grande albergo sulla Promenade des Anglais i cui saloni, ha raccontato Attilio Bolzoni, un tempo avevano visto camminare Hemingway e Marlene Dietrich. 

Cannoli, champagne, un`orchestrina, poche parole delle due mamme: «Peccato che manchino i migliori tra tutti noi». Sulla Cote d`Azur, intanto, s`era trasferita tutta la famiglia (con avvocato al seguito): «La mia nuova casa in Francia deve avere soprattutto tre cucine indipendenti», si raccomandava Rosalia, intercettata dalle microspie, nei mesi in cui Nunzia Graviano controllava gli affari di famiglia e s`innamorava del siriano. «Un giorno potremmo ritrovarci e il mondo, come per incanto, potrebbe colorarsi per noi», scriveva ispirato Filippo a Francesca. Gli anni però passano e la vita non sembra colorarsi per i fratelli. Adesso la loro cosca, a sentire i mafiologi, sembra muoversi in direzione di una piccola, privata trattativa con lo Stato: dissociazione, collaborazione o niente si vedrà. 

Già nell`estate del 2002 "Madrenatura" fu il primo firmatario della lettera che i detenuti del 41 bis di Novara inviarono agli «avvocati parlamentari» che prima avevano «fatto cassa» coi processi di mafia e, una volta eletti, erano spariti. Oggi i Graviano vanno in scena, il loro potere criminale è ridotto al lumicino, ma non quello politico (il ricatto) e economico. «Neanche cento lire gli avete tolto», continua a ripetere Spatuzza, uomo a cui - checché se ne dica - non manca il gusto per il particolare a effetto: basti dire che l`incontro tra Dell`Utri e i Graviano, secondo il nostro, si svolse al ristorante "L`assassino". 

[fonte] Articolo di Marco Palombi pubblicato su Liberal, il 11/12/09

Graviano: appoggi a Monza e case a Milano I verbali di Spatuzza con Ilda Boccassini 

I tre interrogatori sono depositati al processo in corso sulla strage di via Palestro. Il pentito rivela: "Giuseppe Graviano mi disse: noi traditi da gente di Milano non legata a Cosa nostra" 

di Davide Milosa | 24 luglio 2014 

Investimenti immobiliari nell’hinterland di Milano e contatti con uomini di Cosa nostra residenti nella zona di Desio, rapporti con personalità che nel capoluogo lombardo ufficialmente nulla avevano a che fare con Cosa nostra, poi gli incontri a Gardaland con noti imprenditori del nord Italia, e ancora fornitori di abiti firmati, e più generale il ruolo occulto di chi oggi sotto la Madonnina gestisce “l’ingentissimo” patrimonio dei Graviano, boss del mandamento palermitano di Brancaccio e mandanti delle stragi di mafia del 1993. Questo il tema. Che diventa giallo, con l’entrata in scena di una multa presa a Milano da una Fiat Uno, intestata a un prestanome, ma in uso ai Graviano. Dove stava andando quell’auto? Chi c’era a bordo? Ne parlano per giornate intere il capo dell’antimafia milanese Ilda Boccassini e Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia nonché ex braccio destro dei due fratelli, Filippo e Giuseppe. Tre lunghi verbali trascritti tra il giugno e il luglio 2009 e oggi depositati agli atti del processo milanese su Marcello Tutino, accusato di essere l’ultimo esecutore materiale della strage di via Palestro: 27 luglio 1993. In quell’anno, la squadra Mobile, all’epoca guidata dal dottor Francesco Messina, ha per le mani due inchieste delicate: la prima è quella sulla bomba al Padiglione d’arte contemporanea, la seconda riguarda gli interessi delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Silvio Berlusconi. 

MILANO. GLI INCONTRI DEI BOSS CON NOTI IMPRENDITORI DEL NORD ITALIA 
L’obiettivo di Ilda Boccassini, al di là della ricostruzione della strage, appare subito chiaro: capire cosa facevano a Milano i Graviano e da quanto tempo erano in città, visto che, ragiona il magistrato, la loro presenza, stando alle carte dell’arresto, risale a ben prima del Natale 1993. Più di un mese di latitanza dunque, visto che i due vengono arrestati la sera del 27 gennaio 1994 mentre, assieme alle mogli e a due fiancheggiatori, cenano ai tavoli di Gigi il cacciatore, noto ristorante di via Procaccini. Un arresto che Spatuzza definisce “anomalissimo”. Ecco allora il magistrato: “Sa qualcosa in più dell’arresto dei Graviano su Milano? E perché i Graviano si trovavano a Milano e chi proteggeva la loro latitanza?”. Domande a raffica. La risposta è chiara, ma non decisiva. Spatuzza non fa i nomi. Probabilmente non li conosce. Dice: “I fratelli Graviano si muovevano su Milano”. Poi aggiunge: “Filippo Graviano, nel carcere di Tolmezzo, mi disse che si incontrava con persone su Milano”. Specifica: “Questi incontri avvenivano a Gardaland”. E spiega: “Però non so se le personalità che incontravano erano gli stessi soggetti che mi aveva menzionato il fratello; questo lo posso supporre io”. 

I GRAVIANO MI DISSERO: “NOI TRADITI DA GENTE DI MILANO NON LEGATA A COSA NOSTRA” Per capire il milieu milanese frequentato dai due boss, la dottoressa Boccassini riparte dall’arresto. Spatuzza, allora, ricorda i suoi incontri con Giuseppe Graviano nel carcere friulano di Tolmezzo. “Mi hanno detto cosa sapevo in più in merito al suo arresto, gli dissi quello che io sapevo del Cannella, che per noi era responsabile e lui mi dice che non c’entra niente il Cannella”. Spatuzza si riferisce a Fifetto Cannella uomo d’onore di Brancaccio condannato anche lui per le stragi in Continente. Graviano, però, sostiene che “Cannella è da scartare”, quindi “lui mi confida che è stato venduto da qualcuno; da qualcuno di Milano che sapeva della loro permanenza in città, la sua è quasi una certezza”. In quel momento Graviano “sta cercando di capire, quindi sta conducendo un’ indagine lui per capire chi è che se l’è venduto”. 

Ilda Boccassini riassume così il decisivo passaggio del tradimento. “Se ho capito bene, Graviano dice: non è stato nessuno di noi a tradirmi, né del mandamento di Brancaccio né tanto meno di Cosa nostra, siamo stati venduti ma da persone al di fuori di Cosa nostra”. Poi aggiunge e chiede: “Che sapevano però ovviamente che lui stava a Milano?”. Spatuzza conferma, ma senza fare nomi. Ilda Boccassini non molla la presa. L’obiettivo è troppo importante. “Che cos’altro le ha detto rispetto alla permanenza su Milano? Chi incontrava e dove?”. Spatuzza non lo sa. Conferma i luoghi e il fatto che gli incontri non erano con persone di Cosa nostra. Fa di più. Dice che “Cosa nostra non sapeva che i Graviano fossero a Milano“. A questo punto anche le domande del magistrato prendono una piega quasi drammatica. Boccassini vede sfumare l’obiettivo e allora chiede, quasi spazientita: “Ma possibile che Giuseppe Graviano dopo l’arresto e quando si è incontrato con lei non gli ha detto a Milano mi nascondevo a casa di Tizio, piuttosto nell’albergo, piuttosto in una villa”. 

FOLLOW THE MONEY: INVESTIMENTI IMMOBILIARI E PATRIMONIO INFINITO 
Il magistrato prosegue. Sa che Spatuzza, ad oggi, è l’unico in grado di fare un minimo di chiarezza sui contatti milanesi dei Graviano. Si riparte così dal patrimonio dei boss. “Lei nello scorso interrogatorio ha detto che la magistratura non è riuscita a colpire il patrimonio reale della famiglia Graviano”. Poi l’ennesima domanda: “Lei sa se il fatto che i fratelli Graviano fossero a Milano era anche dettato da una gestione del loro patrimonio? Questo è molto importante. Qualcuno a Milano gestiva, gestisce attualmente il patrimonio della famiglia Graviano?”. 

Fermiamoci un istante sul dato patrimoniale che è stato affrontato anche in un’annotazione della squadra Mobile di Milano firmata dal dottor Alessandro Giuliano nel marzo 2011. Leggiamo integralmente le conclusioni: “Sotto il profilo degli accertamenti patrimoniali, l’entità dei redditi ufficiali della famiglia Graviano, derivanti principalmente dai cespiti immobiliari, sembrerebbe insufficiente a coprire gli esborsi complessivi di varie migliaia di euro mensili per spese di viaggio, canoni locativi della casa e del bar di Roma, istruzione dei cugini che frequentano un esclusivo istituto scolastico palermitano, mantenimento delle cognate, nonché per i pesanti oneri legali e costi per gli spostamenti relativi ai colloqui nelle carceri”. Da dove arrivano i soldi? Spatuzza riprende dall’ultima domanda di Ilda Boccassini. “Per muoversi su Milano in particolare, nulla mi fa escludere che loro abbiano” appoggi e “interessi economici”. Attuali? Spatuzza conferma. Da qui la domanda del magistrato che fa capire come la procura di Milano abbia in mano qualche carta segreta. “Mai – dice il magistrato – le hanno fatto capire che sono proprietari immobiliari, anche se terze persone, di appartamenti su Milano, o nell’hinterland?”. Il pentito risponde con una domanda: “Se tutto quello che riguarda Cosa nostra è uscito tutto fuori, sul quartiere di Brancaccio, quindi dove li hanno portati questi soldi?”. 

LATITANTI A MILANO DURANTE IL FALLITO ATTENTATO DELL’OLIMPICO 
L’ultimo verbale del 7 maggio 2009 si conclude con una riflessione tra Ilda Boccassini e Gaspare Spatuzza che non conclude ma apre ulteriori scenari e interrogativi. Si chiede, infatti, il magistrato “Se i Graviano, ora si sa, hanno scelto Milano, quanto meno nell’ultimo periodo della loro vita da liberi, da uomini liberi ma latitanti, per quale motivo hanno scelto Milano? E perché così lontano dal proprio quartiere?”. Risposta di Spatuzza: “Sicuramente non per la latitanza, la storia ce lo insegna, tutti sotto casa sono stati e quindi per mettersi a rischio a monte c’è qualche cosa che è ancora di molto ma molto più grave”. E ancora: “Se si spingono così tanto a sconfinare, significa che in quel territorio possono godere di qualche protezione”. Da parte di Cosa nostra? Spatuzza lo esclude. Chiude Ilda Boccassini: “Ma se i Graviano vengono arrestati a Milano qualche giorno dopo il fallito attentato all’Olimpico, che come lei, dice “se fosse esploso ci sarebbero stati centinaia di morti”, lei ha usato l’espressione “Peggio dei Talebani”. Ecco, allora, siccome possiamo immaginare che loro stessero a Milano il giorno in cui il telecomando grazie a Dio non ha dato impulso alla miccia, a maggior ragione rispetto a quello che lei ora sta dicendo com’è possibile che i fratelli Graviano avessero scelto Milano proprio in concomitanza dell’Olimpico?”
ilfattoquotidiano
Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.