19 luglio 2014

Processo #trattativa Stato-mafia: a settembre si decide su Napolitano

Giorgio Napolitano


Il Pg Ciani: “La lettera di Mancino irricevibile”. E anche Esposito esprime imbarazzo

di Aaron Pettinari - 18 luglio 2014

“Nel fornire il programma delle prossime attività chiediamo già da ora alla Corte di attivare le procedure per l'audizione del capo dello Stato, in base a quelli che saranno gli impegni del Presidente”. Così il pm Vittorio Teresi, in conclusione del dibattimento di ieri si è rivolto al Presidente Montalto. Non basta alla Procura la lettera in cui il presidente della Repubblica comunicava allo stesso presidente della corte d'assise di non avere da riferire alcuna conoscenza utile al processo. E del resto, dopo le audizioni di ieri, diventa ancora più interessante ascoltare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Donato Marra
Nei mesi scorsi c'era stata anche un'istanza di revoca dell'ordinanza di ammissione della deposizione di Napolitano da parte dei legali di alcuni imputati, come l'avvocato Giuseppe Di Peri e l'avvocatura dello Stato, che ritenevano la testimonianza superflua ed alla luce della nuova richiesta della Procura, che di fatto rinnova la citazione, la corte ha fatto sapere che alla ripresa del processo, a settembre, deciderà anche sulla questione dell'eventuale revoca di cui in un primo momento si era riservata di esprimersi.
Nuovi documenti inviati da Marra
Prima di cominciare con le audizioni dei testi Ciani, Ciccolo ed Esposito, una certa discussione è stata dedicata all'invio, al presidente della Corte d'assise, di due lettere da parte del segretario generale del Quirinale, Donato Marra, che aveva deposto alla scorsa udienza.
Le missive contengono la risposta di due procuratori generali della Cassazione che si sono avvicendanti, Vitaliano Esposito e il suo successore Gianfranco Ciani, a una nota trasmessa dal Colle il 4 aprile. Alla nota era allegata la lettera spedita dall'ex ministro Nicola Mancino al capo dello Stato. Nella lettera Mancino, indagato nel processo per falsa testimonianza, segnalava l'esigenza di un coordinamento investigativo tra le tre Procure - Palermo, Caltanissetta e Firenze - che in diversi procedimenti indagavano sulla trattativa.
Antonio Esposito - Gianfranco Ciani
Il segretario generale del Quirinale ha scritto: “Successivamente alla testimonianza da me resa l'11 luglio 2014 ho voluto verificare se vi era stata una risposta del Procuratore Generale della Cassazione alla lettera da me inviatagli il 4 aprile 2012. A seguito di ricerche da me disposte sono state rinvenute presso l'Ufficio per gli Affari dell'amministrazione della giustizia due lettere inviatemi rispettivamente in data 11 aprile 2012 dal Procuratore Generale Vitaliano Esposito e in data 8 giugno 2012 dal Procuratore Generale Gianfranco Ciani. Ad integrazione della disposizione da me resa invio copia delle due lettere della cui ricezione non avevo alcun ricordo”. “Di tali lettere, a suo tempo, - ha specificato - mi sono limitato a prendere atto, trasmettendole immediatamente all'ufficio per gli Affari dell'amministrazione della giustizia senza richiedere alcuna altra attività a conferma che dopo l'invio da parte da mia della lettera al Procuratore pro tempore della Corte di Cassazione non vi sono state in alcuna forma né da me né da altro ufficio del Quirinale ulteriori interventi né tanto meno pressioni o anche sollecitazioni nei confronti della Procura della Generale. Nel rammaricarmi per non aver ricordato tali circostanze nel corso della mia deposizione confido che dalle stesse possa trarsi ulteriore riprova della correttezza dell'iniziativa assunta con lettera inviata alla Procura Generale della corte di Cassazione: credo risulti infatti evidente che mi sono limitato a porre un problema senza prospettare né tanto meno fare pressioni per una determinata soluzione”.
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“Sono più che perplesso sul comportamento di un teste che dopo aver deposto e detto di non sapere invia una lettera correttiva, accompagnandola da considerazioni non dico difensive ma esplicative” ha commentato il procuratore di Palermo Francesco Messineo definendo particolarmente strano come il teste Marra, che ha lungamente deposto al processo nella scorsa udienza, abbia solo successivamente ritrovato i documenti. Documenti che sono stati acquisiti agli atti del processo. 

Durante il dibattimento Messineo ha chiesto più tempo, di quello concesso, per studiare e visionare le lettere ma ciò è stato negato così come è stata negata la richiesta di rinviare l'intera udienza, lasciando comunque aperta la possibilità di richiamare i teste in altra udienza qualora fosse necessario.

Il contenuto delle due lettere
Nella prima missiva dell'11 aprile 2012 l'ex procuratore generale della cassazione Vitaliano Esposito racconta che “già nel 2009, in occasione di segnalate fughe di notizie sulle indagini sulla trattativa aveva svolto attività di impulso al coordinamento coinvolgendo le procure generali di Palermo e Caltanissetta ed interloquendo col procuratore nazionale antimafia". Esposito ricorda anche la riunione tra i pm convocata nel 2011 dall'allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e le successive direttive da Grasso stabilite e "volte ad assicurare un coordinamento investigativo”.
La seconda missiva dell'attuale procuratore generale della cassazione Gianfranco Ciani, risale all'8 giugno 2012 ed entra più nel vivo del cosiddetto caso Mancino. Ciani, infatti, comunica alla segreteria generale del Quirinale l'esito dell'incontro avuto con Grasso il 19 aprile del 2012 in merito proprio alla trattativa. Il procuratore generale della cassazione riferisce il contenuto della relazione scritta ricevuta da Grasso da cui - dice - “emerge che la collaborazione e il coordinamento tra le due procure siciliane ha sempre presentato profili di elevata criticità per le resistenze frapposte da quello palermitano all'invio di atti all'omologo nisseno”. Il racconto prosegue con le frizioni nate tra i pm sul cosiddetto caso Ciancimino e con l'intervento della Dna. “Dalla relazione - scrive Ciani - non risulta che tutti gli uffici destinatari si siano attenuti o meno alle direttive di Grasso. Il suo autore (procuratore nazionale antimafia ndr) si limita ad affermare che non sono emersi i presupposti per fare ricorso alla avocazione”. “L'ufficio da me diretto - si legge nella lettera di Ciani - si riserva di approfondire le tematiche poste dalla sua nota con ulteriore acquisizione di documentazione e, se necessario, mediante una convocazione dei procuratori generali dei distretti interessati, fermo restando che nessuna valutazione o interferenza può e deve essere compiuta in relazione a procedimenti in corso o pervenuti alla fase del giudizio”.

Ciani, la convocazione di Grasso e quella lettera di Mancino irricevibile
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Nicola Mancino
“Seppi dell'esistenza di una lettera inviata dal segretario generale del Quirinale Donato Marra alla Procura generale della Cassazione nell'aprile del 2012 dal consigliere giuridico del Quirinale Loris D'Ambrosio, ma anche dal mio predecessore, Vitaliano Esposito. D'Ambrosio, con il quale mi univa una conoscenza e una colleganza, mi chiamò al telefonò e mi disse che c'era un problema di coordinamento investigativo sull'indagine della trattativa tra Stato e mafia perchè Mancino si lamentava di queste difficoltà e criticità del coordinamento. Io risposi: Vabbè, quando arriverà la lettera la leggeremo”. Poi ha aggiunto: “ne presi atto, la ritenni una cosa routinaria. Anche se non era routinaria una lettera di questo genere da parte del Quirinale”. E' a quel punto che il procuratore capo di Palermo Messineo ha chiesto se fossero mai arrivate missive di quel tipo. E Ciani ha ammesso: “Non sono mai arrivate in procura generale lettere di questo genere durante la mia permanenza”.
Non solo. In merito alla lettera di Nicola Mancino, girata dal Quirinale al suo ufficio, il Pg l'ha definita come “Irricevibile ed irrituale” parlando dell'incontro che il 19 aprile 2012 si è tenuto con l'allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, oggi presidente del Senato. “La lettera con le lamentele di Mancino – ha detto Ciani – non poteva, non doveva e non fu oggetto di discussione nel corso della riunione con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. La lettera di Mancino era alquanto irrituale e per certi versi irricevibile”. Una considerazione che non venne mai espressa al Quirinale. “Ci sono anche dei motivi di cortesia istituzionali da rispettare – ha detto rispondendo alla richiesta di spiegazioni da parte del pm Di Matteo - Se avessimo fatto ciò, seppur riferendoci alla lettera di Mancino ma comunque da noi ricevuta attraverso il Quirinale, avrei commesso uno sgarbo istituzionale. Sarebbe stata una critica all’operato della Presidenza della Repubblica. Non mi sono sentito, per dovere istituzionale, di rispondere in quel modo. Così si decise di non prendere in considerazione le richieste di Mancino, perché non potevano e non dovevano essere prese in considerazione”.
Ciani ha anche voluto smentire una frase di D’Ambrosio intercettata durante una telefonata con Mancino in cui il consigliere giuridico del Colle diceva: “Ho parlato pure, abbiamo parlato pure con Ciani. (…). Ho parlato sia con Ciccola che con Ciani: han voluto la lettera così fatta per sentirsi più forti (…) C’era una situazione che il Presidente aveva già detto all’Adunanza (del Csm, ndr), ha rilevato e percepisce questa mancanza di coordinamento e ti dice: esercita questi tuoi poteri anche nei confronti di Grasso. Qui il problema vero… Grasso si copre, questa è la verità, con la storia dell’avocazione, no? Perché è una gran cretinata l’avocazione, perché lui la cosa a cui deve pensare è il coordinamento (…)”.
E Ciani in aula ha replicato: “Non fui io a sollecitare quella lettera - dice il pg - e al procuratore nazionale Grasso non ho mai fatto alcuna richiesta di avocazione dell’inchiesta. In ogni caso non è la procura generale della Cassazione l’organo giusto per un’eventuale avocazione di un’inchiesta giudiziaria. Non ha alcun potere”.
Ciani è stato infine interrogato sulla lettera inviata al Quirinale dopo la relazione ricevuta dall'ex Procratore nazionale antimafia Grasso. “Dalla relazione emerge che la collaborazione e il coordinamento tra le due procure siciliane ha sempre presentato profili di elevata criticità” ha ricordato. Eppure nella sua missiva non vi è presenza delle dichiarazioni dello stesso Grasso che, alla riunione del 19 aprile aveva precisato espressamente che non risultavano “violazioni tali da poter ricorrere all’avocazione”, in quanto il coordinamento tra le procure era stato pienamente realizzato. 
E al pm Di Matteo che chiedeva il motivo per cui era stato omesso il dato della “insussistenza della criticità”, il Pg ha replicato: “Eh, col senno di poi è tutto più facile... Non ci sono secondi fini: non ritenni di far riferimenti a fatti diversi da quelli documentali”.

L'imbarazzo di Esposito
Al processo ha deposto anche l’ex pg della Cassazione Vitaliano Esposito, che e' stato Procuratore generale della Corte di Cassazione dal 21 novembre 2008 al 16 aprile del 2012 (oggi in pensione e “coltivatore di melograni”, ndr). “Il 15 marzo non avevo capito con chi stavo parlando, poi compresi che era Mancino. Ero in grosso imbarazzo perché non volevo parlare di cose di lavoro con estranei. Quando comprendo chi è, lui comincia a parlare e mi parla di Firenze. Ancora oggi non ho capito cosa dicesse Mancino, comunque non lo voglio capire. Quello che voglio dire è che io ero imbarazzatissimo per la telefonata anche perché ero al comitato di presidenza del Csm, in cui si era parlato di tutte queste telefonate che faceva Mancino”. ha raccontato riferendo in merito alla telefonata, intercettata, con l’ex ministro dell’Interno. “Io cercavo delle scuse per interrompere la conversazione”, ha aggiunto. E ai pm che gli hanno contestato di avere detto a Mancino di essere a sua disposizione, l’ex pg ha risposto: “era un'espressione che i napoletani usano per chiudere una conversazione”.
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Mancino - D'Ambrosio
E sulla lettera del Quirinale ha aggiunto: “Per me la lettera che mi venne inviata dal Quirinale sulla trattativa fu un fulmine a ciel sereno.... Percepii quella lettera come un richiamo del Presidente della Repubblica Napolitano non sapevo assolutamente nulla, leggendo la lettera allegata di Nicola Mancino, capii finalmente cosa lui aveva voluto quando mi aveva telefonato il 15 marzo 2012. Mi ritenni offeso perché ritenevo la lettera del Capo dello Stato come una ripresa d'inerzia nei confronti del mio ufficio”.



Esposito ha escluso di avere mai parlato di avocazione dell’inchiesta sulla trattativa con Mancino o con l’allora capo della Dna Piero Grasso, titolare del potere di avocazione per legge.

Ciccolo e quel comunicato basato sul ricordo di D'Ambrosio
Sul pretorio, oltre a Ciani ed Esposito, ha sfilato anche l’aggiunto Pasquale Ciccolo, citato da D'Ambrosio nella conversazione con Mancino. “Rimasi alquanto meravigliato nel leggere quell'intercettazione sulla stampa. Io non ricordavo affatto telefonate o comunicazioni tra me e D'Ambrosio. Inoltre non mi occupavo più di certe cose – ha detto alla Corte – Chiamai lo stesso D'Ambrosio per avere chiarimenti e lui chiarì di avermi telefonato per avere notizie della vicenda sui contrasti tra procure nel tempo in cui sono stato segretario generale. Continuavo a non ricordare ma non avevo motivi per dubitare del suo ricordo, così pretesi un comunicato stampa ufficiale in cui si spiegava questo aspetto”. Spiegazioni ambigue anche perché ai giudici ha ripetutamente continuato a dire di non ricordare la telefonata intercorsa tra lui e lo stesso D'Ambrosio: “Non me la ricordo, però posso dire di non aver sollecitato una lettera al Quirinale. All'idea di un'iniziativa del genere avrei risposto in termini negativi, non l'avrei suggerita. Anche perché il percorso è un altro”.
Il processo si è quindi concluso con la richiesta dei pm per avviare le pratiche per sentire in aula il Presidente della Repubblica Napolitano. Il presidente Montalto ha assicurato che il 25 settembre, data dell’audizione di Ciriaco De Mita, scioglierà ogni riserva sull'istanza di revoca.




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